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Per una nuova politica economica

Tutti gli ultimi indicatori economici e sociali (PIL fortemente in calo secondo le previsioni dell'Istat meno 8,3%, del Fondo Monetario di meno 9%, secondo Goldman Sachs dell'11,4% ed, infine, secondo l'Ocse addirittura a meno 14% a fine anno); forte contrazione del portafoglio ordini (solamente la meccanica perde 1,7% miliardi al giorno); debito pubblico al 155%; deficit al 10%; cassa integrazione per circa 8,4 milioni di lavoratori solo per i mesi di marzo ed aprile; il blocco delle vendite all'estero con meno 13,9%; aumento della povertà per 10 milioni di cittadini (più 3 milioni di nuovi poveri); crollo degli investimenti del 12,5%, dei consumi meno 8,7% e della occupazione del 9,3% ratificano per il nostro Paese un drammatico ed esteso stato di crisi, di una vera e propria sofferenza, derivante dal blocco della produzione e delle attività a causa della pandemia che ci ha investito.

Alla luce di questa situazione perciò è chiaro a tutti che per quanto spaventose ed indicative, le cifre del disastro italiano non esauriscono l'ampiezza e la profondità della crisi, che non è solo crisi economica strutturale, ma anche di interpretazione, di rappresentanza e di governo della società italiana.

Sono numeri che parlano di una situazione drammatica. Ogni tragedia, però, porta con sé nuove opportunità e, dunque, il tempo che si apre dinanzi a noi è proprio il tempo delle opportunità. Il che non vuol dire che ciò’ che verrà dopo sarà automaticamente migliore di ciò che è stato ma che potrà esserlo soltanto, però, se l’uomo si mostrerà capace di riprende il suo percorso di “cercatore di senso” prima che di “massimizzatore” di utilità.

La riflessione non può non partire allora dall’accettazione che il tempo della gloria del neoliberismo è un tempo concluso e quest’ultimo non è più trionfante come lo è stato per un intero ciclo.

I neoliberisti che hanno dominato la scena economica e politica del ciclo che si sta chiudendo hanno provato a farci credere che le leggi dell’economia fossero imposte e che non sarebbe stato possibile, né noi saremmo stati in grado, di intervenire sulla recente, come su ogni, congiuntura e ancora meno di liberarci di realtà “strutturali”. Sono proprio i difensori di questo determinismo economico i principali responsabili di una crisi che hanno in larga misura essi stessi generato e sviluppato dimenticando i bisogni delle persone, delle famiglie e delle aziende che devono lottare permanentemente e sempre con maggiore difficoltà per la propria e l’altrui sopravvivenza. È quello che è accaduto nel momento in cui l’economia finanziaria si è separata dall’economia reale e questa ha rotto i suoi legami con la società da cui doveva essere indissociabile. Tutto questo va invertito e va ricostruita una nuova politica industriale. Ma per far questo non potrà esserci gestione e ridimensionamento del dissesto senza governo della società, e viceversa. Il risanamento dell'economia, allora, deve accompagnarsi ad una profonda e articolata revisione culturale del concetto stesso di Stato – da quello liberale classico a uno modernamente solidaristico e sociale – che riconosca, interpreti e ricomponga l'insieme delle trasformazioni sociali che ha comportato lo tsunami del Covid 19, inserendole in un grande progetto di sviluppo non solo economico ma anche civile.

Ciò spiega perché, nell'attuale debolezza della politica – di quella alta, capace di analisi e di progetti – le questioni poste dall'epidemia siano sempre più forti e le risposte delle istituzioni, invece, siano state deboli, affannate, tra loro slegate ed improvvisate.

Non è questa la sede per dettagliare la mole delle questioni di gestione e di governo la cui entità, complessità ed urgenza è tale da richiedere oggi un vero e proprio progetto di rinascita nazionale. E' però possibile indicare alcuni fondamentali temi-guida sui quali concentrare immediatamente l'attenzione, l'analisi, il dibattito, lo sforzo progettuale.

In un momento come questo di profonde inquietudini sociali ci sono almeno tre buone ragioni che lo Stato, le forze politiche, le istituzioni si occupino soprattutto delle piccole imprese. Esse, infatti, rappresentano:

la base imprenditoriale e produttiva dell'intero sistema economico;

un potente ammortizzatore economico e sociale tanto nelle fasi di espansione quanto in quelle di crisi economica come quella che stiamo vivendo;

l'incubatrice di nuova imprenditorialità.

Queste caratteristiche fanno del sistema delle imprese minori un importante strumento per ridisegnare il modello di sviluppo del nostro Paese, per moltiplicare i soggetti proprietari e produttivi, per creare una più forte e articolata società civile.

Lo sviluppo economico e industriale italiano degli ultimi settant’anni ha sostanzialmente disatteso un principio cardine della Costituzione laddove (art. 47) si intende favorire la diffusione della proprietà, anche azionaria, e dell'imprenditorialità diffusa. La scoperta inizialmente imposta del lavoro a distanza ha reso evidente a gran parte della popolazione gli effettivi vantaggi delle nuove tecnologie. Questo dovrà comportare un grosso sforzo di investimenti nelle infrastrutture e nello sviluppo capillare dell’impiego delle tecnologie informatiche, delle piattaforme Internet/ IA, dei Big Data e del cloud computing non solo per le aziende manifatturiere ma anche nello sviluppo di ogni tipologia di servizi.

Ciò è possibile solo promuovendo un diverso e più ricco sistema di opportunità e di convenienze incentrato su grandi investimenti pubblici di base (politiche di agevolazione fiscale e di semplificazione amministrativa, banca dati, ricerca e sviluppo, servizi di sostegno alla produzione e alla commercializzazione, accesso al credito, infrastrutture) che motivino i privati a fare impresa.

Un settore con queste caratteristiche esiste, ed è cruciale e imponente: i servizi sociali. Scuola, cultura, sanità, servizi urbani e ambientali, ma anche servizi all'infanzia e agli anziani, attività di solidarietà e di volontariato, cooperazione. Quest'area, che ha dato in gran parte una buona prova durante la pandemia, pur essendo stata nel passato fattore di crisi sociale e finanziaria dello Stato, va urgentemente sottratta al degrado e al dissesto e trasformata da problema in grande opportunità.

La strada è una: sottrarla alla gestione dello Stato e affidarla a un mercato – privato negli strumenti e nelle caratteristiche fondamentali, ma pubblico nelle finalità – regolato e controllato dallo Stato. Un mercato libero perché praticato in regime di concorrenza, ma vincolato nella qualità delle prestazioni e garantito nell'accessibilità ai servizi.

In Italia, questo settore rappresenta il 4,3 del PIL conta oltre 800mila addetti, pari all'3,4% dell'occupazione totale. Negli altri Paesi più sviluppati le percentuali sono notevolmente superiori. E tutti gli studi in materia assegnano a questo settore larghissime e costanti percentuali di crescita.

Se questa è la nuova frontiera dell'imprenditoria privata, soprattutto minore e anche professionale, non si può tralasciare di svilupparne e consolidarne le tradizionali aree di attività.

Su questa linea vanno però affrontati i nodi strutturali che frenano la ristrutturazione, la modernizzazione e la competitività internazionale di tutto il sistema.

Sul piano della regia, occorrerebbe individuare un centro strategico unico per le decisioni di politica industriale. Un centro unico che elimini l'attuale dispersione di competenze fra ministeri, regioni e statuto speciale, e anche regioni a statuto ordinario che sempre più di frequente legiferano in materia di politica industriale.

L’intervento pubblico in economia, da non confondersi con le vecchie statalizzazioni del tipo “socialismo reale”, è uno strumento, anche in applicazione del principio di sussidiarietà, riconosciuto dalla Dottrina Sociale per salvaguardare “il Bene Comune”.

In questo ambito l’intervento pubblico, considerata l’eccezionalità dell’emergenza post Covid 19, va finalizzato al rilancio infrastrutturale e alla difesa delle industrie strategiche per il Sistema Paese, a tutto il tessuto produttivo italiano costruito prevalentemente da PMI ed alla tutela del sistema del Credito.

Rispetto a questi assi l’intervento diretto dello Stato deve mirare a favorire gli investimenti, a sbloccare la fase attuativa delle grandi opere (attraverso la nomina di commissari straordinari), ad individuare i settori fondamentali per la sicurezza e lo sviluppo del Paese (industria dell’acciaio, dell’energia, telecomunicazioni, robotica ecc. ecc.). Per la creazione e la diffusione dell’innovazione a tutti livelli, dovremo assicurare un coordinamento costante fra le università, le amministrazioni locali, le aziende del territorio e le loro associazioni.

Sarà indispensabile, oltre alla iniezione di liquidità nel transitorio, creare nuovi posti di lavoro con massicci investimenti pubblici e privati programmando il tipo di settori industriali da privilegiare, pensando alle peculiarità specifiche e competenze acquisite da parte del nostro Paese.

Per realizzare questa strategia occorre individuare un soggetto unico, su modello dell’IRI dei bei tempi, in grado di coordinare gli interventi, realizzando le doverose sinergie di sistema e le scelte programmatiche di settore.

La crisi chiama all’appello tutti, Stato, mercato e terzo settore, nella massima estensione del principio di sussidiarietà.

Così definito nelle prospettive nuove e in quelle tradizionali, il ruolo della proprietà e dell'imprenditorialità diffuse – importante in tutto il Paese – può essere addirittura decisivo nel Mezzogiorno, dove notevoli risorse finanziarie non riescono a trovare localmente impieghi produttivi.

In questo quadro un ruolo chiave tocca al sistema creditizio eccessivamente condizionato dalle normative europee per la supervisione bancaria che rendono sempre più difficile il credito proprio alle PMI imponendo accantonamenti di riserve a fronte dei prestiti alle famiglie e alle imprese in proporzione più pesante quanto più le imprese risultano meno strutturate che spesso sono quelle più piccole. Per fare un esempio se un debitore risulta in ritardo di appena 30 giorni nel rimborso di una scadenza – per quanto sia in bonis – la banca creditrice è obbligata ad accantonare nuove riserve: non solo per coprire il rischio di eventuali perdite realizzate su quella rata scaduta, ma anche su tutte quelle “attese” (proiettando cioè l'ipotesi di perdite paventate su un singolo rimborso su tutta la durata del rapporto stipulato con quel cliente). Queste regole appesantiscono l'intero sistema bancario e l'effetto combinato di ulteriori consistenti incrementi di requisiti di capitale con una redditività degli attivi creditizi molto modesta va in direzione esattamente opposta rispetto all'obiettivo necessario di aumentare la quantità di credito nei confronti delle imprese e delle famiglie europee, con il risultato di deviare tale liquidità al di fuori del circuito creditizio. C'è poi un altro aspetto che risulta difficile nel rapporto fra banca e piccola impresa: se quest'ultima opera in un settore considerato a rischio, gli accantonamenti sulle perdite attese per la durata del contratto dovranno avvenire anche prima che si registrino rimborsi in ritardo. Questo spiega in buona parte perché il credito alle piccole e micro imprese continui a erodersi sempre più.

Nel pensare e nel progettare un sistema bancario che faccia propria la sostenibilità e che renda ancora possibile il credito alle PMI, basterebbe guardare agli Stati Uniti, al Canada, o, più vicino, a Francia e Germania. In questi Paesi i grandi gruppi bancari esistono accanto a banche diverse e più legate al territorio che possono garantire il credito a coloro che altrimenti ne sarebbero esclusi e possono contribuire a indirizzare la trasformazione del sistema economico nel solco della sostenibilità. Si chiama biodiversità del sistema bancario. Ripensare il modello di banca finora promosso a livello globale risulta, pertanto, necessario per ricreare quell’habitat che permetta una crescita sostenibile dell’economia reale, possibile solo partendo da una conoscenza approfondita delle singole realtà e coinvolgendo un numero ampio di imprese anche di dimensioni piccole in modo da favorire quel processo di inclusione, diffusione e condivisione del capitale che è stato alla base dello sviluppo sociale ed economico dei paesi industrialmente più avanzati e che, invece, rischia di essere minacciato da un ridimensionamento del livello di concorrenza nei mercati e dalla riduzione di quella biodiversità solo auspicata e mai realmente difesa.

Questa crisi, dunque come ci ricorda profeticamente Benedetto XVI nella Caritas in Veritate (n.21), “ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente”.

Riccardo Pedrizzi

Demografia, è già inverno inoltrato

Il monito del presidente Mattarella sull'allarme demografico lanciato dall'Istat evidenzia uno dei temi fondamentali che la classe dirigente di questo Paese non può ignorare: la denatalità, l'inverno demografico, un problema che riguarda l'esistenza stessa del nostro Paese, come ha detto Mattarella e rischia di compromettere per sempre il futuro del Mezzogiorno.

Eppure la composizione della sua popolazione era l’unica ricchezza del Sud, da sempre. Ed i figli rappresentavano la vera e sicura assicurazione per le generazioni che invecchiavano, lasciavano il lavoro e diventavano non autosufficienti. Quanti più figli si facevano più sicura era la vecchiaia e non contavano l’arretratezza della sanità, le pensioni inadeguate, il mancato sviluppo economico. Ora, anche da questo punto di vista, il Sud d’Italia ha imboccato un strada senza ritorno: quella dell’invecchiamento demografico e dello spopolamento anche culturale. È questo il grido di allarme e di dolore che va lanciando lo Svimez (l’Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno) da qualche anno a questa parte. “All’indomani di una delle crisi economiche e sociali più profonde e gravi dell’era contemporanea, il Mezzogiorno si appresta ad affrontare il riavvio di un processo di sviluppo in condizioni più svantaggiate di quelle dell’immediato Dopoguerra, per l’emersione di un nuovo dualismo, quello demografico: una popolazione in rapido invecchiamento in un’area ancora caratterizzata da un forte deficit di capitale fisso sociale potrebbe innescare un pericoloso circolo vizioso di maggiori oneri sociali, minore competitività del sistema economico, minori redditi e capacità di accumulazione e crescente dipendenza dall’esterno. Negli ultimi anni si è avuta un’ulteriore conferma della crisi demografica delle regioni meridionali insorta nei primi anni Duemila e aggravatasi nel corso della pesante recessione economica. Il Sud non è già più un’area giovane né tanto meno il serbatoio di nascite per il resto del Paese, e va assumendo tutte le caratteristiche demografiche negative di un’area sviluppata e opulenta, senza peraltro esserlo mai stata.

In base alle tendenze in atto, mentre la dinamica demografica negativa del Centro-Nord è compensata dalle immigrazioni dall’estero, da quelle dal Sud e da una ripresa della natalità, il Mezzogiorno resterà terra d’emigrazione “selettiva” (specialmente di qualità), con scarse capacità di attrarre immigrati dall’estero, e sarà interessato da un progressivo ulteriore calo delle nascite….”. Nei Rapporti Svimez si fa riferimento al depauperamento di capitale umano meridionale. “Considerato il saldo migratorio negativo dell’ultimo quindicennio, una perdita di circa 200 mila laureati meridionali, e moltiplicata questa cifra per il costo medio a sostenere un percorso di istruzione terziaria, la perdita netta in termini finanziari del Sud ammonterebbe a circa 30 miliardi di euro. Si tratta di quasi 2 punti di PIL nazionale, una stima “minima” che non considera molte altre conseguenze economiche negative ma che dà la dimensione di un fenomeno che pesa sul Mezzogiorno anche in termini di trasferimento di risorse finanziare verso le aree più sviluppate, e che andrebbe considerato nella letteratura sui trasferimenti finanziari interregionali, senza contare gli effetti indiretti di guadagno per il Centro-Nord in termini di competitività e di produttività del trasferimento di forza lavoro qualificata…”.

(I dati sono ripresi da Riccardo Pedrizzi “Il Salvadanaio. Manuale di sopravvivenza economica”. Edito da Guida Editori – pagg. 407 – Euro 18,00).

Di questo capitale sociale il Sud avrebbe bisogno per svilupparsi ed invece lo sta perdendo. È un vero e proprio impoverimento generalizzato.

Eppure questa vera e propria tragedia passa sotto silenzio nel nostro Paese perché viene del tutto ignorata dalla maggior parte dei massmedia condizionata da un'insana ideologia malthusiana che ritiene il calo demografico un vantaggio e non invece una iattura dalle enormi ed imprevedibili ricadute sul piano della tenuta sociale.

Ora, però, dopo le ultime notizie dell'ISTAT ed il monito di Mattarella bisognerebbe portare la questione in Parlamento e nel Paese affrontandola con attrezzi adeguati per correre ai ripari, se non si vuole che il trend negativo si accentui sempre più, fino alla pressoché totale estinzione della popolazione italiana.

Preliminarmente ad ogni politica di rilancio della natalità dovrà esserci perciò un esame di coscienza di tutte quelle forze politiche che negli ultimi tempi non hanno fatto altro che portare avanti politiche di attacco all'istituto della famiglia con il risultato di disgregarla e di portare il nostro Paese nelle condizioni attuali.

Successivamente vi è da imboccare una sola strada: mutare le odierne condizioni sociali, economiche e culturali che rendono arduo, se non proibitivo, mettere al mondo un figlio. E questo si può fare solo ponendo al centro delle politiche sociali il ruolo della famiglia, assicurando ad essa tutto quel sostegno, anche economico, che è necessario perché possa rispondere adeguatamente ai propri problemi. Ci vogliono misure che, seguendo l'esempio dei Paesi nordeuropei, - pensiamo ad esempio alla Norvegia, ma anche a nazioni a noi vicine come la Francia, dove si assiste ormai da anni al cosiddetto “baby-boom”, - siano in grado di incentivare le giovani coppie a mettere al mondo figli, restituendo loro la voglia di scommettere sul futuro. Si pensi, ad esempio, inoltre, ad aiuti economici per la nascita di figli; ad interventi a favore delle coppie giovani con mutui agevolati per l'acquisto della prima casa; ad una maggiore flessibilità della normativa per le lavoratrici madri per conciliare le esigenze della vita familiare con quelle del lavoro; ad una riforma fiscale che tenga conto del numero dei componenti della famiglia (il cosiddetto “quoziente familiare” per quanto riguarda l'applicazione dell'Irpef, perché il reddito di una persona che vive da sola non può essere tassato in modo uguale ad un reddito che sostiene una intera famiglia); a particolari graduatorie nell'assegnazione degli alloggi di edilizia popolare o convenzionata, che tengono conto dello stato di famiglia, ad una riforma sulla legge sull'aborto per garantire una autentica e vera tutela della maternità attraverso sostegno materiale, psicologico e morale alla donna.

Da ultimo, ma non per ultimo, occorre promuovere una vera e propria rivoluzione della mentalità collettiva per passare dalla corsa sfrenata verso modelli sociali di consumismo, edonismo, ed individualismo sfrenati alla riscoperta dei valori familiari naturali e tradizionali, sulla base dei quali allevare ed educare un figlio significa dare un senso alla propria vita e quindi non solo gratificare e realizzare la persona, ma assicurare anche la continuità di un popolo che voglia essere soggetto di storia e di civiltà.

Per quanto riguarda infine la necessità di tutelare la nostra identità di popolo essa nasce dalla consapevolezza che le identità, anche quelle diverse dalla nostra, sono tutte meritevoli di rispetto e di tutela e che tutti i popoli hanno diritto di rivendicare le rispettive specificità. Scriveva San Giovanni Paolo II su questo tema: “dal punto di vista cristiano le nazioni e le patrie sono una realtà umana di valore positivo e irrinunciabile, che fondano dei diritti inviolabili in seno ai vari popoli ed in particolare il diritto dei popoli alla propria identità ed al proprio sviluppo”.

Senza prevaricazioni e senza complessi di superiorità perciò non si può far finta di ignorare che il popolo italiano, insieme agli altri popoli europei è stato ed è protagonista della creazione di una identità civile, giuridica, etica, culturale ed estetica che rischia di perdersi e di annegare non solo nel nuovo fenomeno della mondializzazione della cultura e della globalizzazione dell'economia e della finanza, ma anche di venir dissolta sotto la spinta di una pressione migratoria non regolata e non controllata.

Questo non dovrà accadere. E non tanto per noi e per la nostra generazione, ma per i nostri figli, per i nostri nipoti e per l'intera comunità internazionale.

Mettere a repentaglio un patrimonio storico, culturale e spirituale, che non appartiene solo a noi ma all'intera umanità, non rientra nella facoltà e nei diritti di una classe dirigente e nemmeno di una generazione. Distruggere e disperdere sotto la pressione multietnica e pluriculturale di “altre” visioni del mondo e della vita, di cui sono portatori uomini sradicati dai loro ambienti d'origine, non solo il retaggio di un glorioso passato, ma anche la testimonianza di quello che ha rappresentato il cammino della civiltà dell'uomo, sarebbe un delitto universale che nessuno dei nostri posteri potrebbe mai perdonarci; Nemmeno con la giustificazione e l'alibi della solidarietà nei confronti di chi ha più bisogno.

Riccardo Pedrizzi

 

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale

La vita e la morte, aspetti etici

La recente sentenza della Corte Costituzionale che di fatto apre al suicidio assistito ed all'eutanasia, rappresenta la fine della tutela del diritto alla vita, fino ad oggi costituzionalmente garantito e protetto. In pratica La Corte ha accettato il principio che non va combattuto il dolore, ma eliminato il sofferente che a questo punto si sentirà un peso per tutti: per lo Stato, per la famiglia, per gli amici. Essa comunque è il frutto e la conclusione direi logica, se non fosse aberrante, di modi di pensare e concezioni del mondo e della vita, che si sono affermate, soprattutto nell’era contemporanea.

Esse vanno ricercate, al di là delle situazioni contingenti e dei singoli casi concreti, in atteggiamenti e comportamenti culturali che si sono andati diffondendo con e dopo la Rivoluzione francese attraverso modelli di vita, ideologie e dottrine libertari e radicali, che hanno come suprema istanza la libertà. Secondo i quali è lecito ed è eticamente accettabile tutto ciò che è liberamente voluto.

Si tratta, evidentemente, in questi casi di una rivendicazione di una libertà senza vincoli e senza responsabilità che arriva ad un vero e proprio nichilismo, come nel caso del pensatore Herbert Mancure, e che fa inaridire la stesa radice della libertà, allorquando si pone contro la vita, che è il presupposto ed il fondamento stesso della libertà.

Una libertà assoluta, ma solo per chi è in grado di farla valere.

Certamente non per il nascituro, né per il malato terminale, che sono i più deboli ed i più esposti alla volontà, alle disposizioni, alle volte al dispotismo, del più forte.

Ovvero vanno ricercate, quelle cause, in mentalità e culture che attraverso la deriva scientista e tecnologica stanno assecondando sempre più il sogno faustiano di poter controllare, dopo averne individuato i meccanismi, la vita e la morte dell’uomo, fino a sfiorare la vertigine di creare artificialmente la vita, sostituendosi a Dio.

Anche qui va facendosi strada, sulla scorta del galileano “sapere e potere”, la convinzione che tutto quello che è scientificamente e tecnicamente possibile è anche automaticamente morale ed eticamente lecito.

Nell’ambito di questo scenario, noi assistiamo a fenomeni mai registrati prima nella storia dell’umanità.

Come quello dell’“occultamento della morte”.

Per millenni, il rapporto con la morte è rimasto fondamentalmente immutato: essa era al tempo stesso familiare, vicina e presente nella quotidianità.

Nel nostro tempo, invece, la morte fa paura al punto che non vogliamo più pronunciarne il nome.

Per questo Philippe Aries nel suo “Storia della morte in Occidente”, definisce la morte del passato “morte familiare”, mentre la morte di oggi “morte selvaggia”, perché oggetto di divieto e di vergogna, tanto che i bambini ne sono tenuti sistematicamente lontano.

Alla morte, oltretutto, non viene assegnato solamente un significato imbarazzante. Essa ne ha molti altri, come scrive Fausto Gianfranceschi nel suo “Svelare la Morte”: “come paradigma, cioè, dei limiti invalicabili, come immagine della corruzione dell’esistente, dell’impossibilità della pienezza terrena, come segno del male connaturato all’umano; per converso, come pietra di paragone delle differenze, delle qualità, del sacrificio, della forza d’animo, della serenità interiore, dell’eroismo”.

Per questo anche, ai nostri giorni, si tace la verità a chi viene colpito da una malattia incurabile, senza capire che è proprio il silenzio a rendere la morte più terribile, a farne un evento innaturale, scisso dalla vita, cui invece è legata, come l’ombra alla figura.

Una volta invecchiare, ammalarsi, avvicinarsi alla morte era una naturale “ars moriendi” , una preparazione fisiologica al distacco. Oggi è un evento da rimuovere o da gestire direttamente.

Questo è avvenuto ed avviene perché la società del benessere e, soprattutto, una cultura consumistica ed edonistica è incapace di cogliere il senso della vita nelle situazioni di vecchiaia, di inabilità, di sofferenza, di difficoltà e di limitazione, che accompagnano l’uomo alla morte.

La vita non può non essere che quella che ci viene presentata dai mezzi di comunicazione: bella, senza problemi, tutta rose e fiori, con belle donne e uomini superman. E non riuscendo a cogliere il senso profondo della vita, si sente e si avverte la morte come un non senso.

Per questo si propone a volte la sua anticipazione indolore, facendo appello all’autonomia assoluta dell’uomo, quasi egli fosse il padrone della sua vita.

In questa ottica si fa leva sul principio di autodeterminazione e si giunge ad esaltare il suicidio e l’eutanasia come forme paradossali di affermazione ed insieme di distruzione del proprio io.

Il suicidio in pratica – scrive ancora il mio amico Gianfranceschi – “è un’elusione della morte. Nel suo maestroso incombere, la morte ambisce la sorpresa e la ritrova per saggiare l’animo di chi l’accoglie. Il suicida si sottrae alle regole della sfida, sceglie lui l’ora, il luogo e il mezzo. Nello stesso momento, non sa vivere e non sa morire”.

Dall’altro canto, nella nostra società va sempre più affermandosi una sorta di “etica utilitaristica”, in base alla quale il malato grave e il morente, che non è più utile per una società efficentista e produttivistica, bisognoso di cure costose e sofisticate, viene considerato un peso per la collettività e quindi, nell’ottica di una fredda ed impersonale logica di costi-ricavi, non degno di essere curato ed assistito.

In un contesto culturale ed ideologico di questo tipo, che abbiamo potuto evidentemente delineare a grandi linee, si spiegano le sempre più frequenti campagne di opinione per introdurre nel nostro ordinamento giuridico l’eutanasia ed il suicidio assistito, che sono sfociate, vincendo la loro battaglia contro la vita, prima sulla DAT, il testamento di disposizioni anticipate per “l’interruzione volontaria dell’esistenza in condizioni fisiche terminali” e poi, recentemente, nella sentenza della Corte Costituzionale.

E' evidente che l’accettazione culturale e giuridica dell’eutanasia o del suicidio assistito è un messaggio pericoloso non solo per la nostra società, ma anche per le future generazioni e per l’umanità intera, perché si tratterebbe di contribuire alla diffusione di quella che San Giovanni Paolo II definiva “la cultura della morte”, che si manifesta anche in tanti altri ambiti come la morte per fame, per guerre, per violenze, ma che tutti sono riconducibili ad una scarsa valutazione della dignità della persona.

Al di là delle convinzioni religiose personali, infatti, non v’è dubbio che la vita debba terminare così come iniziata: naturalmente. Non può l’uomo impadronirsene. Non sta a lui decretarne la fine, per nessun motivo, fosse anche il più nobile. La vita è un bene indisponibile e intangibile, che non appartiene a nessuno di noi. Essa è un valore in sé, ha un significato ontologico che la rende indipendente dalla sua qualità e mai “inutile”. La vita è sempre degna di essere vissuta e non soltanto se è “sana”. Per questo lo Stato deve tutelarla sempre e comunque, e non a seconda dei casi.

L’eutanasia rientra quindi in un contesto che vede prevalere la tendenza ad apprezzare la vita solo nella misura in cui porta piacere e benessere, per cui la sofferenza appare come uno scacco insormontabile di cui occorre liberarsi ad ogni costo.

Discorso a parte è quello relativo all’accanimento terapeutico.

Il concetto della terapia di entità proporzionata, in questo caso, è interpretata correttamente se esso sta a significare che il dolore e la sofferenza non devono essere superiori all’effetto positivo ottenuto attraverso tale terapia.

Invece non è possibile accettare l’interpretazione del principio della proporzionalità, secondo la quale non va fornito alcun trattamento alla persona la cui “qualità della vita” non soddisfa i criteri di chi prende le decisioni al suo posto.

In pratica il buon senso vorrebbe che quando certi interventi medici non sono più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia, la medicina facesse un passo indietro e si fermasse dinanzi al corso naturale della malattia.

Questo significa che uno Stato che si rispetti ed una comunità che voglia definirsi civile, debbano incrementare sempre più la ricerca ed investire risorse consistenti, sicuramente superiori a quelle attuali, nella terapia del dolore, nelle cure palliative con l’obiettivo di ridurre e lenire al massimo le sofferenze di chi nel dolore è al termine della propria esistenza.

Disse San Giovanni Paolo II nel suo discorso all’Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la vita del 27.02.1999: “il momento della morte è sempre accompagnato da una particolare densità di sentimenti umani: c’è una vita terrena che si compie; l’infrangersi dei legami affettivi generazionali e sociali che fanno parte dell’intimo della persona; c’è nella coscienza del soggetto che muore e di chi lo assiste il conflitto fra la speranza nell’immortalità e l’ignoto che turba anche gli spiriti illuminati”.

In quel momento occorre fare in modo che nessun sia e si senta mai abbandonato a sé stesso, solo dinanzi al dolore ed al buio.

Occorre far sentire all’ammalato che la comunità gli è vicina, che la famiglia non lo abbandonerà mai, che i medici hanno fatto tutto quello che era nelle loro possibilità, che i servizi socio-sanitari sono stati efficienti.

In questo clima, con questo calore attorno difficilmente ci sarà chi potrà pensare di ricorrere all’eutanasia o al suicidio assistito.

Riccardo PEDRIZZI

 

Il documento dei 181 Ceo della “Business Roundtable”

Il turbocapitalismo USA arriva in ritardo

Ha fatto clamore in Italia e nel mondo la pubblicazione del documento “Lo scopo dell'impresa” della Business Roundtable degli Stati Uniti d'America. Una tavola rotonda di 181 uomini d'affari e non come quella più nota e nobile di cavalieri senza macchia e senza paura al servizio del Re e della Chiesa. Questa Assise americana da lavoro a 15 milioni di addetti, fattura complessivamente 7 triliardi di dollari, vede al suo vertice Jamie Dimon della JP Morgan Chase e trai suoi firmatari AT&T, Amazon, General Motors, il fondo Black Rock, Apple, Pepsi, Walmart, Bank of America ecc. ecc.

Quando si è avuta conoscenza di questo documento da noi, qualche amico, tra questi anche alcuni autorevoli esponenti del mondo cattolico, con entusiasmo mi ha chiesto di non trascurarlo per la sua “portata epocale” e di farne oggetto di commento, studio e riflessione con il Comitato Scientifico dell'UCID che presiedo.

A questi amici devo chiedere pubblicamente scusa per aver risposto molto freddamente e con malcelato disinteresse, perché mi era apparso immediatamente che i manager statunitensi erano arrivati tardi ed in maniera approssimativa sui temi dei rapporti etica-impresa ed impresa e territorio e comunità.

E vediamo perché.

Per la prima volta nella vita di questa associazione, i 181 firmatari affermano che accanto al profitto a favore degli azionisti, occorre perseguire anche gli interessi di altri stakeholder (dipendenti, fornitori, consumatori, comunità locale).

La grande impresa cioè si interroga sul proprio ruolo sociale e dichiara di volersi orientare a non considerare come suo obiettivo il solo profitto ma ad includere anche la “protezione dell'ambiente” e la “dignità e il rispetto del lavoro”, dei consumatori, dei fornitori e delle comunità locali.

In pratica si è trattato di un vero e proprio proclama che dovrebbe sancire il tramonto delle teorie economiche proprie del capitalismo classico, secondo le quali la responsabilità sociale delle imprese consiste esclusivamente nell'aumentare i profitti.

Contemporaneamente a Parigi si riunivano – quasi fosse passata una parola d'ordine - nel “Business for inclusive growth” 34 multinazionali europee con 3,5 milioni di dipendenti che presentavano un documento analogo a quello della “Roundtable” per assumere impegni contro tutte le disuguaglianze.

I giudizi sul documento statunitense sono stati tantissimi, disparati e di segno variegato, se non addirittura contrario ed opposto:

Il “Financial Times” e molti commentatori italiani hanno addirittura ritenuto che ci sia stata una vera e propria svolta etica nella filosofia economica delle principali aziende statunitensi.

Invece c'è chi l'ha considerato solo una mossa di marketing come furono negli anni scorsi i cosiddetti bilanci sociali (si ricorderà che persino la Parmalat di Calisto Tanzi lo pubblicava) o una manifestazione di presunzione e/o di arroganza da parte di multinazionali che vogliono occupare spazi pubblici; oppure, ancora ,è stato giudicato da altri come un tentativo di “pararsi” da eventuali attacchi della sinistra statunitense che, con Bernie Sanders ma ancor più con Street Elizabeth Warren, mette in discussione le fondamenta del capitalismo finanziarizzato americano. La Warren, infatti da anni sostiene che il primato del rendimento del capitale investito è alla base dell'aumento delle diseguaglianze, tanto da aver presentato una proposta di legge per imporre agli amministratori di agire nell'interesse degli stakeholder e non solo degli azionisti.

Le osservazioni che ci sembrano più “centrate”, però, sono quelle del Presidente di Saipem, Francesco Caio che ha detto a “Il Sole 24 Ore”: «Noi italiani, per storia e ambiente, abbiamo una marcia in più nel valore sociale di impresa. Possiamo giocarcela alla pari con tutti, perché noi abbiamo molto da dire quando si parla di uno scopo» ed – aggiungo io - perché abbiamo già detto molto su questo tema. Giustamente il manager ricorda l'insegnamento e l'esperienza di Adriano Olivetti.

Una giusta critica al pronunciamento USA la fa anche Umberto Tombari che dice: «Trovo che il documento della Business Roundtable sia troppo generico per parlare subito di una vera svolta. Perché non esiste alcun obbligo, solo delle buone intenzioni.

Andrea Goldstein, dal canto suo, ricorda giustamente che si tratta di “una modesta novità per chi ha studiato sui testi di Gino Zappa e Carlo Masini. La scuola novecentesca di economia aziendale infatti pone al centro le relazioni tra stakeholder ed introduce valori come solidarietà, altruismo o responsabilità. Non c'era bisogno degli americani, insomma, per ricordare che dignità e rispetto per chi lavora sono altrettanto importanti che l'Ebitda (e magari anche più)”.

Anche l'amico Franco De Benedetti considera i propositi enunciati nel documento statunitense “di sconcertante ovvietà”... “Chi mai, oggi o in passato, esprimerebbe il proposito di fornire prodotti scadenti ai propri clienti, di sfruttare i propri dipendenti e di essere scorretto con i propri fornitori?” E poi accenna al problema del “rapporto di guadagno annuo tra posizioni apicali e media aziendale”... “Quanto alla convenienza di investire nei propri dipendenti, e stabilire con essi un rapporto di fiducia, da decenni se ne scrive e se ne parla”.

Per allargare questa panoramica di giudizi ricordiamo Luigi Zingales, che pensa che si tratti “di fumo negli occhi”.

Infine c'è da chiedersi, come fa giustamente Gianni Toniolo su “Il Sole 24 Ore”: “perché queste dichiarazioni non siano nate, come negli anni 30, nel momento più duro della crisi ma compaiano oggi, al culmine di una delle più lunghe – e forse inclusive – fasi espansive dell'economia statunitense. Non è stata la disoccupazione di undici anni fa a ispirarle ma è stata la crescita del populismo o magari il timore che le elezioni del 2020 consegnino la Casa bianca a un Sanders o a un Warren”.

Erano, infatti, più di quarantanni, dal 1978, che venivano pubblicati “I principi di Corporate Governance”, che avevano sempre sostenuto il primato dell'azionista fuori e dentro l'azienda, ma solo ora ci si accorge che il capitalismo ed il mercato lasciati a se stessi si sono dimostrati incapaci di diffondere equamente i benefici della crescita.

Comunque qualunque siano le motivazioni che hanno indotto i Ceo di Washington a firmare un documento, che ha la pretesa di segnare una vera e propria svolta etica nel mondo dell'impresa statunitense e, trattandosi di multinazionali, di tutto il mondo, una cosa è certa, ed è che arriva in ritardo ed al seguito delle dottrine socialdemocratiche, peraltro fallite, degli esperimenti dell'economia sociale di mercato, parzialmente riusciti, e, sopratutto, dopo la riflessione e gli insegnamenti della Dottrina della Chiesa che risalgono al 1891, anno della prima enciclica sociale “Rerum Novarum”.

Basterebbe andar a cercare fior da fiore in questo patrimonio di saggezza per accorgersi della sua forza profetica e della sua attualità in tema di analisi e di proposte.

Esaminiamo infatti dettagliatamente il documento della “Tavola Rotonda” secondo il quale l'attenzione al profitto deve rimanere, ma dovrà essere solo una delle linee guida.

Ma la dottrina sociale cattolica spiega meglio questa idea: quando un'azienda produce profitto significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti. Al profitto si può e si deve attribuire infatti un significato etico perché ogni impresa nasce da un capitale, frutto di passato lavoro e appresta nuovo capitale per nuovo lavoro, che resta sempre il frutto e l’espressione più alta della spiritualità, dell’intelligenza e delle potenzialità dell’uomo. E secondo San Giovanni Paolo II: “Sarebbe infatti decisamente insufficiente limitarsi al perseguimento del massimo profitto; occorre invece far sempre riferimento ai valori superiori del vivere umano, se si vuole essere di aiuto alla crescita vera ed al pieno sviluppo della comunità”.

Per quanto riguarda il nuovo ruolo dei Consigli di Amministrazione e dei manager delle imprese secondo il recente documento, il Magistero della Chiesa fin dal 1931 con la enciclica “Quadrigesimo anno” di Pio XI affermava: “E in primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento”. Riflessione ripresa da Papa Benedetto XVI nella sua insuperabile enciclica “Caritas in veritate”: “negli ultimi anni si è notata la crescita di una classe cosmopolita di manager, che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento costituiti in genere da fondi anonimi che stabiliscono di fatto i loro compensi”.

Inoltre quello che sarebbe una novità per gli americani, cioè investire nei dipendenti e nel territorio, da sempre è stato un imperativo della Dottrina sociale che ha declinato nella storia i principi di sussidiarietà, partecipazione, territorio e comunità e, sopratutto, della tutela della dignità del lavoro. “Il lavoro umano è parte della creazione e continua il lavoro creativo di Dio. Questa verità ci porta a considerare il lavoro sia un dono che un dovere. Il lavoro perciò non è meramente una merce, ma possiede la sua propria dignità e valore. (…).

Per quanto riguarda la partecipazione ed il coinvolgimento delle maestranze alla vita ed al distino delle imprese papa Francesco, riprendendo la enciclica “Laborem Exercens” di San Giovanni Paolo II, afferma che il lavoro è quella attività in cui “l’essere umano esprime ed accresce la dignità della propria vita e che il giusto salario permette l’accesso adeguato agli altri beni che sono destinati all’uso comune”, “Chi perde il lavoro e non riesce a trovare un altro buon lavoro, sente che perde la dignità, come perde la dignità chi è costretto per necessità ad accettare lavori cattivi e sbagliati”.

È indubbio che la globalizzazione dei mercati ha sempre più bisogno, a qualsiasi latitudine e longitudine si operi, di coinvolgere e rendere corresponsabili della vita e del destino delle imprese, le cosiddette risorse umane(*).

La partecipazione, perciò, mai come ora può diventare fattore di rafforzamento della competitività e sopratutto di benessere per i lavoratori, come suggerisce tutta la dottrina sociale della Chiesa, dalla enciclica “Quadragesimo Anno” (1931) di Pio XI («Stimiamo sia cosa più prudente che, fin dove è possibile il contratto del lavoro venga temperato alquanto col contratto di società, come si è cominciato a fare, in diverse maniere, con non poco vantaggio degli operai stessi e dei padroni. Così gli operai diventano cointeressati o nella proprietà o nella amministrazione, o compartecipi in certa misura, agli utili ricavati».), alla “Mater ed Magistra” (1961) di Giovanni XXIII («Riteniamo che sia legittima nei lavoratori l'aspirazione a partecipare attivamente alla vita delle imprese, nelle quali sono inseriti e operano».), alla “Laborem Exercens” (1981) di Giovanni Paolo II («Le numerose proposte avanzate dagli esperti della dottrina sociale cattolica ed anche del supremo Magistero della Chiesa. Queste sono le proposte riguardanti la comproprietà dei mezzi di lavoro, la partecipazione dei lavoratori alla gestione e/o ai profitti delle imprese, il cosiddetto azionariato del lavoro, e simili». Dalla Centesimus Annus sempre di San Giovanni Paolo II, del 1ª maggio 1991 («Si può giustamente parlare di lotta contro una sistema economico inteso come metodo che assicura l'assoluta prevalenza del capitale, del possesso degli strumenti di produzione e delle terra, rispetto alla libera soggettività del lavoro dell'uomo. Alla “Caritas in veritate” di Benedetto XVI, che contiene indicazioni precise per adottare forme di partecipazione del lavoratore e quindi elevare l'uomo a soggetto del lavoro, ai vari interventi di Papa Francesco, riportati in particolare nella “Evangelicum gaudium”.

Per concludere e riassumendo le nostre considerazioni.

Per quanto riguarda la presunta svolta etica nella filosofia economica delle aziende statunitensi è vero che “non si tratta di esprimere un giudizio sull'autenticità o meno delle motivazioni intrinseche dei 181 Ceo – scrive molto benevolmente Stefano Zamagni – quanto piuttosto di riconoscere che quella dichiarazione di principio sia stata firmato”, dovrebbe far riflettere però che negli ultimi anni sia sul piano del rispetto delle leggi e delle regole sia sul piano della correttezza commerciale e del trattamento dei lavoratori, trai firmatari ci sono aziende che non si sono comportate bene.

Ad esempio la Bank of America è stata multata per 16,65 miliardi. E' la più grande sanzione mai pagata da una società statunitense indagata dalle autorità per violazioni su titoli ereditati da Marrill Lynch e dal leader subprime Countrywide. Per risolvere tutti gli scandali scaturiti dalla crisi del 2008 la BofA pagherà quasi 80 miliardi di dollari. Jp Morgan, l'altra banca di investimento, che ha pagato un'analoga multa di 13 miliardi sempre per mutui subprime, esprime nientemeno il presidente della “Roundtable” con il suo Ceo Jaime Dimon, che è anche il primo firmatario del documento. Anche la Commissione europea aprì una indagine contro tre banche internazionali tra cui Jp Morgan sospettate di avere partecipato alla manipolazione dell'Euribor. Alla fine del 2013, un gruppo di banche era stato già multato da Bruxelles per un totale di 1,7 miliardi di euro per manipolazione dell'Euribor, tra cui Citigroup, che dal suo canto, già ha accettato di pagare 7 miliardi di dollari al governo americano per gli scandali sui titoli derivati dai mutui legati alla crisi. La sanzione prevedeva il pagamento di 4 miliardi di multe al Dipartimento della Giustizia, di 500 milioni a numerosi stati americani e all'autorità del settore Fdic e di 2,5 miliardi in aiuti ai consumatori per ridurre i debiti immobiliari. Recentemente ha patteggiato con 100 milioni di dollari per condotta fraudolenta riguardante il Libor.

Il documento americano è firmato peraltro – e non depone bene - da personaggi che sono, nello stesso tempo, azionisti e manager delle loro società che continuano a percepire stratosferiche retribuzioni che stridono con i salari e gli stipendi medi dei loro dipendenti. Basta pensare solamente che alla Walmart, dove gli stipendi medi si aggirano sui 19.177 dollari l'anno e si confrontano con il guadagno del Ceo (Chief Executive Officer, ossia il nostro Amministratore Delegato), Doug McMillon, pari a 22,2 milioni di dollari.

Tra le aziende firmatarie poi c'è chi come Amazon viola i diritti più elementari dei propri dipendenti, controllandoli a vista come si faceva con gli schiavi più di un secolo fa, pagando stipendi da fame e sfruttandoli. Il colosso dell'e-commerce infatti ha brevettato i “bracciali intelligenti” legati al polso dei lavoratori per monitorare la correttezza e la rapidità di ogni singolo movimento e avvisare con una vibrazione in caso di errore o ritardo. In Italia, un operaio Amazon guadagna il minimo previsto dal contratto del commercio. Non sono previsti aumenti legati all’aumento di produttività. I trasportatori sono quasi sempre lavoratori di cooperative della logistica e hanno più volte denunciato le condizioni di sfruttamento alle quali vengono sottoposti. “Se non stai nei tempi non succede nulla”, dice l’azienda. “Nulla” significa che recuperi a tue spese, saltando la pausa pranzo o staccando più tardi. Questi sistemi brevettati per far correre sempre più i lavoratori e consegnare la merce entro 24 ore dall’ordine hanno prodotto un incremento dei guadagni di Amazon: l’azienda ha fatturato in un anno 136 miliardi di dollari, 21 dei quali in Europa, dove ha goduto di un trattamento di favore sulle tasse pagate. Inoltre il suo numero uno Jeff Bezos è l'uomo più ricco del mondo perché ha accumulato un patrimonio di 100 miliardi di dollari, 2,4 dei quali guadagnati in solo giorno.

Vi sono infine altre aziende firmatarie che hanno truffato e danneggiato gli stakeholder come la Johnson & Johnson che è stata condannata a pagare per ora 4,7 miliardi di dollari dal tribunale di Los Angeles per aver procurato il cancro alle ovaie a 22 donne che avevano utilizzato i suoi prodotti. Il conto salato potrebbe ulteriormente salire perché vi sono ben 9 mila cause pendenti per lo stesso motivo.

Proprio per questo Larry Summers, ex segretario al Tesoro degli Stati Uniti con Clinton, diffida perciò delle buone intenzioni della “Business Roundtable”. Si tratterebbe di una mossa preventiva, a suo giudizio, per difendersi da un'eventuale riforma fiscale, specie se alla Casa Bianca, tornassero i democratici con una svolta “socialista”. Una mossa preventiva che in ogni caso arriva in ritardo perché da sempre il Magistero cattolico ritene che chi svolge un’attività economica non può non avere la consapevolezza di essere prima di tutto al servizio della comunità e della economia nazionale, se vuole che l’uomo resti e sia al centro dell’impresa.

Riccardo Pedrizzi

(*) Riccardo Pedrizzi: “Il Salvadanaio. Manuale di Sopravvivenza economica” Editrice Guida 2018 euro 18,00

 

Le nostre Banche e l'Europa

Si è tenuto nei giorni scorsi il meeting su "Le banche e l'Europa. Quale prospettive per il credito alle famiglie e alle imprese", organizzato dalle Fondazioni Farefuturo e New Direction, con la partecipazione dei principali attori del sistema bancario che si sono confrontati con parlamentari e rappresentanti del sistema delle imprese e dei risparmiatori. Hanno Partecipato, tra gli altri, Alberto Bagnai, presidente Commissione Finanze Senato, i sen. Andrea De Bertoldi e Franco Zaffini, Letizia Giogianni, presidente della Associazione risparmiatori truffati dalle banche, Gianluca Brancadoro, presidente Comitato sorveglianza Carige, Augusto Dell'Erba, presidente FederCasse, Beniamino Quintieri, presidente Sace, Riccardo Pedrizzi, presidente Comitato scientifico nazionale UCID.

Nel corso del meeting sono state anche presentate due proposte di legge volte a "sanare" la crisi creditizia e sociale determinata dalla grande crisi, sia sul fronte dei NPL che delle case all'asta.

La prima proposta riguarda appunto i crediti deteriorati ceduti a terzi, per i quali si prevede la possibilità per il debitore di riscattare il proprio NPL con modalità concordata e ad un valore definito nella procedura già attivata dalla banca per la cessione del NPL.

La seconda proposta consente ai titolari di prima casa posta all'asta di potersi riappropriare del bene attraverso una procedura concordata con la banca.

Di seguito riportiamo l'intervento del Sen. Riccardo Pedrizzi, Presidente Nazionale del Comitato Tecnico Scientifico dell'UCID.

…..........................

Il premier Giuseppe Conte, ricevendo il premio Donato Menichella al Senato ha assicurato ai risparmiatori “la liquidazione diretta o comunque rapida degli indennizzi a tutti”, con “soluzioni innovative resistenti al vaglio della UE” ed ha anche promesso alle banche locali (Popolari e BCC) l'impegno del Governo “a fare il necessario per un loro rafforzamento nel rispetto delle regole del mercato”. Questa presa di posizione segue quelle di altri esponenti dell’Esecutivo che intendono riconsiderare la “riforma” delle Banche popolari e delle Banche di credito cooperativo introdotta dal Governo Renzi; poi la sentenza del Consiglio di Stato che, alla fine di ottobre, ha rinviato alla Corte di Giustizia Europea la decisione sulla legittimità della stessa riforma; infine la recente sentenza del Tribunale di giustizia europea che ha sancito come la Commissione Ue nel 2015, bloccando la possibilità di utilizzare il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi per salvare Banca Tercas, abbia operato in modo giuridicamente illegittimo, sono questi tutti fatti che pongono il sistema bancario al centro delle discussioni e del dibattito politico sia in ambito nazionale che europeo. Per tutte queste contingenze il tema della crisi e dell’evoluzione del sistema bancario è tornato prepotentemente d’attualità nel nostro Paese

Difesa del sistema bancario italiano e della sua biodiversità. Alla base delle “riforme” – introdotte, singolarmente, solo in Italia negli scorsi anni - era il mainstream basato su una logica dimensionale: per essere più competitive e più solide, - si diceva - le banche, “devono essere più grandi”. Gli sviluppi recenti vanno invece in controtendenza rispetto a questa logica.

Il sistema bancario italiano, con il Testo Unico Bancario del 1993, già era stato oggetto di una serie di trasformazioni che ne modificarono profondamente la fisionomia. Negli ultimi 25 anni, infatti, il numero delle banche è sceso da 1.156 a 538 (per le Banche Popolari cooperative le operazioni di fusione e di acquisizione, in questi anni, sono state più di 200). La ratio della spinta agli accorpamenti è quella di evitare la colonizzazione del nostro sistema bancario. Ma non è così per due ordini di motivi. Primo: non si capisce come mai tale circostanza dovrebbe essere vera per l’Italia e non per altri Paesi nei quali, per le banche italiane, è estremamente difficile, se non impossibile, mettere anche piede. Secondo: il processo di “colonizzazione” è già in essere con alcuni istituti completamente, o quasi, passati di proprietà a gruppi esteri. (Per fare un esempio che riguarda le Popolari, il peso dei fondi esteri nelle banche trasformate “coattivamente” in SpA, è raddoppiato, passando dal 18% del 2014, precedente alla riforma, al 36% del 2018). I problemi del sistema bancario sono da ricercare altrove, non certo nella dimensione degli istituti di credito. Il mercato investe se le banche sono efficienti. Le banche italiane hanno dimostrato di esserlo continuando a supportare il tessuto produttivo e operando malgrado una regolamentazione che, nel frattempo, ha fissato parametri di misurazione del rischio penalizzando gli istituti di credito tradizionale e favorendo quelli del Nord Europa che operano sui mercati finanziari e su quello dei derivati. Una distorsione corretta in parte negli ultimi stress-test da cui proprio alcune banche tedesche, francesi ed inglesi sono uscite con valutazioni peggiori rispetto al passato. Se poi si analizza il peso delle crisi bancarie sui conti pubblici dei singoli Stati le cose, per il nostro sistema bancario, stanno ancora meglio. Lo conferma direttamente la Banca d’Italia secondo la quale “i salvataggi bancari incidono profondamente sulle finanze pubbliche di molti Paesi europei: alla fine del 2011 l’impatto sul PIL era pari a ben 48 punti percentuali in Irlanda, 11 in Germania, 7 in Olanda e Belgio; a 4 punti di PIL ammonta il prestito europeo chiesto a questo scopo dalla Spagna nel 2012. In Italia l’intervento pubblico sul sistema è stato minimo, con una quota pari ad appena lo 0,2 per cento del PIL”. E’, dunque, necessaria una più efficace difesa, rispetto al passato, del sistema bancario nazionale italiano che è costituito da banche grandi, medie e piccole, da Spa, da banche del territorio e da banche popolari, da BCC. Insomma un sistema ancora sano perché basato sulla biodiversità.

La mancata e non puntuale applicazione del principio di proporzionalità ha fortemente indebolito il sistema bancario italiano dal 2011 in poi. Tale principio è esplicitamente previsto dal Trattato sull’Unione Europea ed è basato sulla contemporanea sussistenza di tre condizioni: la necessità della disposizione, l’adeguatezza della stessa all’obiettivo regolamentare e la proporzionalità in senso stretto della sua applicazione. La normativa prudenziale riconosce che nei diversi Paesi dell’Eurozona sussistono diverse tipologie di intermediari creditizi e finanziari e che tali diversità siano ascrivibili a varie metriche di classificazione, come nel caso della dimensione, della forma giuridica (banche S.p.A., cooperative a mutualità prevalente e non prevalente, ecc.), della sfera territoriale di operatività (banche di rilevanza sistemica interfrontaliera, banche di rilevanza nazionale, banche locali, ecc.), del modello di business e della complessità operativa a questo collegata (banche dedite all’intermediazione, banche d’affari, banche specializzate su specifici comparti di attività come il leasing, le gestioni patrimoniali, ecc.), del livello di propensione aziendale al rischio. Il principio di proporzionalità dispone che la regolamentazione tenga conto della diversità degli intermediari a cui viene applicata, dettando regole e vincoli opportunamente graduati in funzione del livello di rischio che l’azione di detti intermediari può sviluppare nel compromettere la stabilità del sistema in cui operano. Regole e vincoli uguali per tutti - tanto per gli intermediari fortemente propensi alla “finanziarizzazione” degli impieghi come quelli che hanno dato origine alla recente crisi internazionale, quanto per le banche retail a vocazione localistica dedite al finanziamento delle realtà economiche nei territori di riferimento - disattende il principio della proporzionalità proprio perché omette la considerazione del diverso “rischio sistemico” degli intermediari. L’omogeneità delle regole, deve essere valutata positivamente, tuttavia, deve tener conto delle specificità giuridiche, operative e organizzative degli intermediari, ponendo attenzione al pluralismo delle forme d’impresa che rappresenta un valore di democrazia economica ed una risorsa per gli stessi mercati finanziari e creditizi. In particolar modo per gli intermediari di piccole dimensioni caratterizzati da una forma giuridica e da un modello operativo non finalizzati in modo prevalente alla massimizzazione del profitto, è opportuno che la regolamentazione non introduca adempimenti eccessivamente onerosi e complessi che potrebbero comprometterne la stabilità e pregiudicare la loro funzione economica e sociale a sostegno dei territori. Di nuovo, il tema della biodiversità diventa strategico. Proprio ieri è apparso su “Il Sole 24 Ore” la consultazione del Financial Stability dalla quale risulta che Basilea 3 sta affossando le PMI.

La libera concorrenza del mercato dovrebbe essere un principio tutelato e difeso dalle istituzioni europee. I segnali sull’andamento dell’economia e la previsione del Prodotto Interno Lordo italiano, registrano una situazione allarmante dovuta ad una stagnazione che sta facendo scendere progressivamente la stima del PIL dall’1,2 allo 0,2 per cento (Commissione europea) e addirittura a -0,2 % (OCSE), rendendo totalmente sballata la previsione governativa del +1,5% per il 2019. Il PIL risente del calo della produzione industriale. E' vero che non è una performance isolata nel panorama europeo e comunque, al di là dell’aspetto quantitativo, per ciò che riguarda l’economia italiana, è necessaria un’analisi sul piano qualitativo. La nostra economia, come sempre è stato nel corso della storia, continua a essere trainata dai distretti industriali e dalle piccole e medie imprese che rappresentano il 70% del valore aggiunto prodotto e nelle quali si concentra, ancora oggi, l’80% dell’occupazione. Ma perché questo sistema possa tornare a dispiegare effetti positivi è necessario rimettere al centro il tema di una più efficace tutela della concorrenza e dell’applicazione delle regole che definiscono la concorrenza in maniera equilibrata nei confronti delle Piccole e Medie Imprese. Questa struttura dell’economia italiana conferma il contributo e il legame con il sistema creditizio ed in particolare quello del Credito popolare e delle BCC. La recente sentenza del Tribunale di giustizia europeo sul caso Banca Tercas-Popolare di Bari ha mostrato un clamoroso paradosso relativo al tema della libera concorrenza. La burocrazia europea – in questo caso la Commissione Ue sulla concorrenza - istituzionalmente preposta ad allontanare e risolvere problemi, a prevenire danni, a rendere più efficace il libero e pieno svolgimento dell’economia, appunto la libera concorrenza, quella burocrazia, il cui funzionamento richiede ingenti costi che ricadono sistematicamente sulle tasche dei contribuenti europei, si è tramuta nel suo esatto contrario: “una fabbrica” di problemi e danni. Su questo aspetto potrebbe lavorare la Commissione d'inchiesta sulle banche di recente istruzione.

La specificità del ruolo del Credito popolare nell’economia. Sono ancora drammaticamente evidenti gli effetti della crisi economica che ha indebolito il nostro Paese con un crollo di oltre il 10% della produzione industriale. Se guardiamo al futuro, la nuova congiuntura non facilita la situazione ma, al contrario, rende lo scenario ancora più incerto. In questo contesto è importante segnalare e puntare su ciò che è positivo. Ad esempio sullo stato di salute delle Banche Popolari e sul suo sostegno all’economia reale, con una importante solidità, dato da una crescita degli impieghi di circa l’1 per cento e dei depositi del 2,4. Con nuovi finanziamenti alle Piccole e Medie Imprese che hanno raggiunto, nel 2018, i 27 miliardi di euro e quelli per l’accensione di nuovi mutui 13 miliardi di euro dimostrando l’impegno delle “Popolari” verso le realtà produttive ed il tessuto sociale delle aree in cui sono presenti ed operano. Gli andamenti degli aggregati patrimoniali, analoghi a quelli dell’intero sistema creditizio, confermano una particolare attenzione di tali istituti nei confronti delle piccole e medie imprese e delle famiglie, da sempre loro clienti di riferimento. Questi dati relativi alle Popolari italiane servono anche a spiegare il successo di questa “specificità” italiana del sistema creditizio e del perché essa sia una realtà che va oltre i confini del nostro Paese. Con le banche di prossimità di realizza e si rafforza oltretutto il circuito virtuoso: lavoro – risparmio – credito – investimenti.

I non performing loan (NPL), ovvero le sofferenze bancarie si stanno notevolmente riducendo nell’Eurozona, passando, negli ultimi cinque anni, da 1.000 miliardi a poco più di 650. Il risultato, di certo positivo e da annoverare tra i meriti dell’Unione bancaria, può essere considerato uno dei pochi obiettivi realmente raggiunti dall’Europa in quanto tale. Al positivo risultato ha senz’altro contribuito l’Italia con un ottimo lavoro di “pulizia” tanto che i crediti deteriorati, che a fine 2015 erano 341 miliardi, ammontano oggi a circa 200 miliardi. Nel 2017 le banche italiane hanno abbattuto il 44% del valore dei Npl che detenevano, attraverso procedure interne ordinarie, il 26% attraverso cessioni. Anche le Popolari italiane hanno fatto la propria parte riducendo lo stock degli Npl netti negli ultimi tre esercizi di altri 3 miliardi di euro con Npl ratio netto ridotto dall’11,8 al 7,5 per cento in una cornice positiva anche per ciò che riguarda la solidità patrimoniale (ampiamente superiore ai requisiti minimi richiesti dalla Vigilanza), i crediti alla clientela (+2% negli ultimi mesi del 2018) e i depositi (+3,4%) a conferma di un consolidato trend positivo. Malgrado questi risultati positivi i “regolatori” non si accontentano sottolineando come il livello dei Npl lordi italiani sugli impieghi totali del 9,4 per cento sia ancora troppo lontano dalla media europea del 3,4. Anche se questa media è condizionata per i due terzi da un business-model “nordico” più sbilanciato verso attività finanziarie rispetto a quello prevalente nel nostro Paese maggiormente finalizzato verso il credito all’economia reale. Non bisogna però dimenticare che la causa delle sofferenze è stata ed è una crisi economico-finanziaria mondiale senza precedenti. Dietro le sofferenze ci sono soggetti economici in difficoltà e, dunque, la vendita delle sofferenze ha un elevato costo sociale fatto di famiglie e imprese che divenute insolventi, nella maggioranza dei casi per cause a loro esterne, escono dai circuiti finanziari legali e rinunciano a svolgere il proprio “ruolo economico”. Per risolvere alla radice questo problema è necessario un forte intervento di politica economica che punti alla crescita: il mercato delle “sofferenze e degli incagli”, sempre più florido e redditizio, non aiuta certo l’economia reale. Per il solo 2019 si stima viaggi attorno a 50 miliardi di transazioni, dopo i 71 del 2017 e i 66 del 2018 facendo gola ai pochi e grandi operatori che, naturalmente, puntano unicamente a massimizzare il profitto acquistando a prezzi sempre più bassi. Da qui l'importanza del DDL presentato.

Conclusioni

Il nostro Paese deve rimettere al centro l’obiettivo della crescita dell’economa facendo attenzione alla sostenibilità economica delle proprie regole le quali non possono limitare ulteriormente la possibilità da parte delle banche di erogare credito alle imprese (soprattutto medie e piccole) e alle famiglie per rilanciare i consumi. Non è più pensabile una stabilità bancaria avulsa dallo stato dell’economia. Serve tenere insieme le due cose. Per questo l’adeguamento delle regole ai principi di proporzionalità e sussidiarietà risulta, oggi più che mai, essenziale. La varietà degli istituti con le sue differenze strutturali, quantitative ma soprattutto qualitative degli istituti di credito, dovrà essere considerato un punto di forza. E’ necessario impedire che l’Europa, come pure è avvenuto, diventi un ostacolo in questo percorso di ripresa.

Riccardo Pedrizzi

 

Per una vera pace fiscale

In contemporanea con la pubblicazione del decreto fiscale del governo "populista" giallo-verde (Movimento 5 Stelle e Lega), che introduce la cosiddetta “pace fiscale” (Titolo I, Capo I), prevede varie semplificazioni (Capo II) e la riduzione delle tasse sulle Partite IVA, la CGIA di Mestre ha presentato una ricerca che fa una ricognizione a tutto campo sul nostro sistema fiscale dalla quale emerge che sono oltre 100 le tasse che gravano sugli italiani con una pressione tributaria tra le più pesanti d'Europa. Solo due di queste imposte hanno assicurato nel 2017 più della metà del gettito totale (54,4%). L'Irpef (l'imposta sulle persone fisiche) ha dato allo Stato 169,8 miliardi di euro, pari al 33,8%, cioè un terzo del totale; l'IVA (l'imposta sul valore aggiunto) ha prodotto 108,8 miliardi di euro, pari al 21,6%. A queste tre imposte più “redditizie”, si aggiungono l'IRE (imposta sul reddito delle società) per 34,1 miliardi di euro, l'imposta sugli oli minerali per 26 miliardi di euro e l'IRAP per 22,4 miliardi.

Alla luce di questi dati l'Ufficio Studi dell'associazione di Mestre, ben noto per le sue centrate rilevazioni di carattere economico finanziario, ritiene che sia improrogabile una seria riforma fiscale, che preveda solo una decina di imposte al fine di consentire ai contribuenti italiani una riscossione più razionale, meno farraginosa, con minori scadenze più concentrate nel tempo, con adempimenti più semplificati, che, oltretutto, si presterebbe meglio al contrasto dell'evasione (Euro 108 miliardi all'anno ma secondo uno studio dell'Università Cà Foscari ammonterebbe dai 124,5 ai 132,1 miliardi di euro) e dell'elusione.

Solo un mese prima inoltre era arrivata alle stesse conclusioni l'analisi presentata dalla Deloitte Italy nel corso della V Edizione del suo “Strategy Council”, svoltosi a Roma, dalla quale è emerso con forza che “senza riforma fiscale non c'è futuro per il nostro Paese”.

Lo studio presentato dalla importante società di consulenza, che è solita offrire, alla politica, alle varie istituzioni, ai tecnici addetti ai vari settori economici, ma anche al grande pubblico, importanti spunti di riflessione (si ricordi, in particolare, quella effettuata su “Unione Europea oggi: ancora una opportunità?” presentata a Roma il 27 di febbraio dello scorso anno) è partito da un’approfondita e ampia indagine demoscopica a livello internazionale, in collaborazione con SWG. La ricerca ha indagato il percepito di famiglie e imprese rispetto alle difficoltà del delicato momento, all’importanza della questione fiscale e alle più opportune azioni per migliorare il sistema nel suo complesso ed ha coinvolto, oltre l’Italia (1330 interviste), Francia, Germania, Grecia, Svezia, UK e USA con 500 interviste per Paese. La survey è stata anche rivolta a 200 imprese nazionali rappresentative di tutti i settori.

Da questo censimento è emerso chiaramente che:

Il nostro Sistema Fiscale è percepito come un “nemico”, inadeguato e non equo, caratterizzato da una forte evasione e da elevata complessità. In sostanza: “Il sistema fiscale nazionale non è ritenuto pienamente adeguato. È sempre più diffusa, infatti, la percezione di un Fisco come un “nemico” sia a livello privato (ca. 1 italiano su 2 vs. 27% media estera, 14% in USA e 13% in Svezia) che a livello di impresa (55%)”...

“In particolare, 9 italiani su 10, si ritengono complessivamente insoddisfatti (media estera: 7 su 10)”, poiché la qualità dei servizi non risulta adeguata al carico fiscale imposto (media estera: 7 su 10); reputano la spesa pubblica inefficace (media estera: 8 su 10)... “Inoltre 9 italiani su 10 ritengono il Fisco non equo (media estera: vs. 7 su 10)”...

“Con particolare focus al fenomeno dell’evasione”... “Le cause sono da ritrovarsi, secondo i nostri connazionali, in un carico fiscale troppo elevato”... “Il sistema fiscale nazionale emerge, infine, troppo complesso”...

Per tutti questi motivi “per ben il 95% degli italiani è necessario intervenire sull’attuale sistema fiscale (vs. 81% media estera), ritenendo possibile ridurre la pressione fiscale, prevalentemente tramite una riduzione degli sprechi (46%) e un controllo sull’evasione fiscale (34%)”... “In particolare gli interventi prioritari dovrebbero concentrarsi, secondo i nostri connazionali, su occupazione, sanità e riduzione della povertà in termini di tematiche e principalmente a sostegno di disoccupati e famiglie”.

Le dimensioni anomale della fiscalità italiana, dunque, sono state ancora una volta messe in evidenza sia dalla “CGIA” di Mestre che dalla “Deloitte Italia”. La gravità della situazione emerge sempre ancora di più anche in occasione delle varie “finanziarie”, che, determinano spesso situazioni di grave disagio nel Paese, che percepisce tutte le varie “manovre”, di fatto, come vere e proprie “persecuzioni fiscali”, che di volta in volta vanno a colpire questa o quella classe sociale, questa o quella categoria.

Oltretutto, ogni anno in questo scorcio anno il dibattito si svolge sempre su come trovare le risorse necessarie a coprire il disavanzo e non invece sul perché lo Stato continui ad esigere tributi tanto elevati. Si dà per scontato, in altre parole, che lo Stato abbia bisogno di spendere molto, ragion per cui si cerca solamente dove e da chi prelevare i denari necessari.

Spesso i vari governi tendono a ricorrere alla diffusione all’interno del corpo sociale del veleno dell’invidia e dell’incitamento alla delazione sociale, cercando di convincere ogni cittadino che il problema dei conti pubblici sarebbe risolto se il vicino pagasse le tasse: «tu paghi, lui no». Si mette così in risalto la divisione e il contrasto, incitando i cittadini a porsi gli uni contro gli altri, anziché evidenziare le gravi e pesanti responsabilità dello Stato.

La domanda da porsi allora diventa: è necessario che lo Stato spenda tanto? Il problema della giustizia fiscale non può ridursi alla questione dell’evasione, che pure è importantissima, e del tecnicismo delle forme di prelievo, ma di quanto lo Stato può e debba prelevare.

Questo ci porta ad esaminare in generale i rapporti tra Stato e i cittadini e i limiti dell’attività statale. Più lo Stato è “pesante”, più spende. Più spende, più deve chiedere risorse; più spende male e più deve aumentare la pressione fiscale.

È chiaro, allora, che la questione fiscale non è una questione tecnica, ma politica. E proprio su questo tema i cattolici possono e devono intervenire alla luce degli insegnamenti della Dottrina sociale della Chiesa, sapendo bene che i confini dello Stato rispetto alle autonomie private sono definiti dal principio di sussidiarietà, a cui tutte le società sono «gravemente obbligate ad attenersi» (Giovanni Paolo II). Questo principio stabilisce che, «siccome non è lecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare» (Enciclica “Quadragesimo Anno” di Pio XI, del 1931).

Compito dello Stato, dunque, è fare quello che i privati non riescono a fare da soli: è per organizzare questo “di più” che lo Stato ha diritto di esigere i necessari tributi.

Nel mondo moderno, rilevava già Pio XII nel suo discorso del 2 ottobre 1948 a un congresso sulle pubbliche finanze, ”i bisogni finanziari di ogni nazione, grande o piccola, sono formidabilmente aumentati. La causa non è da ricercarsi solo nelle isolate complicazioni e tensioni internazionali, ma anche, e più ancora forse, nell’estensione smisurata dell’attività dello Stato, dettata troppo spesso da ideologie false e malsane, che fa della politica finanziaria, particolarmente della politica fiscale, uno strumento al servizio delle preoccupazioni di un ordine affatto diverso”. Gli Stati moderni fondano la loro politica fiscale sulla tesi “secondo cui lo Stato è in grado di impiegare le risorse economiche della società meglio di quanto non possano e non sappiano fare i privati”.

Al principio di sussidiarietà si contrappone così lo statalismo, che dilata la spesa pubblica e, di conseguenza, aumenta la pressione fiscale. Lo stato moderno perciò allarga sempre più le sue funzioni e assume continuamente nuovi compiti. A mano a mano che la sfera del pubblico si allarga, la sfera del privato si comprime e con essa si comprime lo spazio della libertà personale. Di qui anche la necessità di avere dei “corpi intermedi” che stiano tra la persona e lo Stato, e che, come diceva il grande pensatore controrivoluzionario, Louis de Bonald, proteggono la libertà per il solo fatto di esistere. Soppressi i corpi intermedi, la persona si sradica e diventa astratta, perde libertà e autonomia.

È quello che è avvenuto in questi anni nell’amministrazione pubblica italiana. Con l’aumentare dell’attività dello Stato è aumentato parallelamente il carico dei tributi, perché nei compiti che non sono i suoi la macchina statale tende a produrre sprechi e a fallire gli obiettivi. È necessario, dunque, che lo Stato si ritiri e lasci più spazio al privato, continuando beninteso ad esercitare i doverosi controlli con regole precise ed attente verifiche.

Ma il combattere il continuo incremento dell’invadenza dello Stato non vuol dire certo farsi fautori di un liberismo senza controlli ossia di un “ultraliberismo”.

I valori in gioco in questa grande battaglia contro l’invadenza e l’elefantiasi dello Stato vanno ben oltre il dato fiscale ed economico. E la cultura cattolica si trova di fronte ad una sfida storica. I cattolici hanno oggi la possibilità di rispondere ad esigenze diffuse, riproponendo l’attualità politica del principio di sussidiarietà alla luce della formula: «tanta libertà quanta è possibile, tanto Stato quanto è necessario».

Riccardo Pedrizzi

Il Sud va, ma arranca ancora


Il 2017 non si è chiuso del tutto negativamente per il Mezzogiorno d'Italia e per il secondo anno consecutivo i dati arrivati da "Checkup Mezzogiorno" (Centro Studi di Confindustria) e dal Centro Studi Ricerche del Mezzogiorno di Intesa San Paolo ci dicono che il SUD è in ripresa, nonostante la mancanza di efficaci politiche di interventi strutturali del governo e, sopratutto, nonostante l'indifferenza nei confronti del problema di tutte le forze politiche, nessuna esclusa.

Il Pil infatti è aumentato del 1,3 nel 2017 ed era già nel 2016 cresciuto dello 0,9%, dopo il +1% del 2015 e dovrebbe continuare a aumentare anche nel 2018 dell'1,1%. Il valore aggiunto è salito nel 2017 di 2,5 miliardi, mentre calano indebitamento ed oneri finanziari.

Si rafforza, inoltre, la natalità delle imprese. Alcuni numeri: sono nate 17 mila società di capitali nel terzo trimestre 2017, ad un ritmo quasi doppio del Centro-Nord; è aumentata la quota di imprese con 10-49 addetti (+0,2%), 6 mila imprese in rete (mille in più nella seconda parte dell'anno), 3 mila aziende femminili in più rispetto al secondo trimestre dell'anno che si è chiuso. Anche l'andamento dell'export ha fatto registrare un +8,6% rispetto al terzo trimestre 2016 (+7,2% il dato del Centro-Nord). Le esportazioni in Lucania ad esempio l'anno scorso sono salite più di qualsiasi altra regione per la Jeep che Sergio Marchionne fa costruire a Melfi, cosi come in Campania per quelle della Fiat Chrysler e di Leonardo. Ed il turismo è cresciuto nel 2016; arrivi e presenze sono aumentati del 4,3%, un punto e mezzo in più del Centro-Nord. E' un trend positivo non “occasionale”, dunque, che dura da tre anni e che continua a consolidarsi. La ripresa del Sud d'Italia è stata sostenuta sia dalla domanda interna, sia dal rilancio degli investimenti, più vigorosi nell'industria e nel settore delle costruzioni (+9,6% nel 2015 e +8,7 nel 2016). Sono tornati col segno più anche gli indici di produzione manifatturiera: nel 2015-2016 con una crescita complessiva del 7%, oltre due volte superiore a quella registrata nel resto del Paese.

Da tutti questi dati risulta che la crescita è trainata dall'industria e si conferma che l'impresa è centrale per creare sviluppo. Dai dati emerge in generale un dato incoraggiante: dal 2015 le regioni meridionali hanno conosciuto una crescita maggiore della media nazionale e le anticipazioni confermano una crescita moderata che dovrebbe proseguire anche per tutto il 2018.

Anche i dati Svimez hanno rilevato un discreto andamento dell'economia del Sud che, nel 2017 con un più 1% è andata persino meglio di quella del Nord, grazie sopratutto agli investimenti privati, anche se gli investimenti pubblici hanno toccato nel 2016 un nuovo minimo degli ultimi quindici anni, passando da 15 a 13 miliardi, oltre 11 miliardi in meno del 2002. Ma Invitalia ha sostenuto grandi investimenti e promosso la collaborazione tra le imprese con un incentivo ad hoc: i contratti di sviluppo che hanno attivato investimenti per oltre 3,6 miliardi di euro di cui quasi il 40% promossi da investitori stranieri. Questo conferma inoltre che il Sud è attrattivo.

Per riassumere: è aumentato il numero delle imprese attive e quello delle start-up innovative; è cresciuto il fatturato delle aziende, quello di medie dimensioni ed anche quello delle piccole imprese; si è incrementato l'export delle imprese manifatturiere di diversi settori. «E l'aspetto più nuovo e sorprendente - ha dichiarato Giorgio La Malfa, presentando il settimo Rapporto su “le imprese industriali del Mezzogiorno 2008 – 2016” è che le medie imprese del Sud presentano la stessa competitività di quelle del “quarto capitalismo”: sono efficienti, danno buoni risultati.» Perciò «risulta falsa la tesi che nel Mezzogiorno non si può fare impresa.». Anzi è la prova che esiste un altro Sud dove in Campania, Puglia, Basilicata ed in Abruzzo sono nati piccoli e medi imprenditori di grande eccellenza come dimostra anche la classifica l'Economia – Italy post che ne ha censite 37 del Mezzogiorno su 500 del resto d'Italia che rappresentano i campioni del Sud che innovano, crescono, guadagnano, creano occupazione e nuovo sviluppo esattamente quanto i campioni del Nord e che tra il 2010 e il 2016 hanno quintuplicato il loro giro d'affari (le campane L'aromatika, Shedir Pharma, Essemoda, le abruzzesi Susta e Smape, la salernitana Genetic).

A fronte però di questa situazione abbastanza incoraggiante, la domanda di credito continua ad essere del tutto insufficiente e si stima che per tornare ai livelli pre-crisi ci vorranno almeno 10 anni, per cui molte delle nostre imprese, colpite dalla crisi, rischiano ancora oggi di morire.

Cosi come la disoccupazione, (21 per cento) resta alta ed elevatissima quella giovanile: (56,3%), il doppio rispetto al Centro Nord. I giovani che non studiano e non lavorano sono 1 milione e 800mila al Sud, più di metà del dato nazionale. E' questa una bomba ad orologeria per quanto riguarda la tenuta sociale. Inoltre il numero delle famiglie in “povertà assoluta”, quello dei Comuni del Sud falliti negli ultimi cinque anni (oltre 400 su un totale di 556) e la ripresa dei flussi migratori dal Sud verso l'estero restano preoccupanti: torna ad ampliarsi il divario tra chi prende la residenza al Sud e chi lo abbandona, con un saldo negativo di oltre 62 mila unità.

Al Nord, ha rilevato l'Istat nel 2016 il reddito medio di un lavoratore dipendente è stato di circa 24.400 euro contro i 16.100 euro di un lavoratore del Mezzogiorno.

Per questo il Sud continuerà a spopolarsi e a invecchiare. «Negli ultimi 15 anni - si legge nel Rapporto Svimez - la popolazione meridionale, al netto degli stranieri, è diminuita di 393 mila unità, mentre è aumentata di 274 mila nel Nord. Nello stesso periodo sono emigrati dal Sud 1,7 milioni di persone, a fronte di un milione di rientri, con una perdita netta di 716 mila: nel 72,4% dei casi sono giovani entro i 34 anni, 198 mila sono laureati». Il Sud, osserva Svimez, «non è più un’area giovane, né tanto meno il serbatoio di nascite del resto d’Italia».

Questo avviene anche perché al Sud la qualità della vita è la peggiore del resto d'Italia: delle provincie italiane primeggia Aosta, seguita da Milano, Trento, Belluno e Sondrio, mentre all'ultimo posto va Vibo Valentia, preceduta da Reggio Calabria, Caserta, Napoli e Crotone. I calabresi vivono con mille euro al mese contro i quasi duemila dei lombardi. La ricchezza prodotta da Milano e il suo hinterland, con un valore aggiunto per abitante di 45 mila euro, è il triplo di quella di Vibo Valentia che si ferma a 13 mila euro.

Tanto per fare un esempio, nei vari servizi l'amministrazione giudiziaria è peggiore al Sud. Anche per quanto riguarda la giustizia, infatti, sono concentrate nel Sud Italia le aree più litigiose: secondo l’elaborazione del Sole 24 Ore sui dati del ministero della Giustizia, dopo Catanzaro e Reggio Calabria c’è Foggia, seguita da Salerno. E se Roma, è al quinto posto, il primo ufficio giudiziario del Nord è alla 17esima posizione, occupata da Milano, dove le cause per mille abitanti sono meno di 14. In fondo ci sono: Belluno; Sondrio e Lecco. Il maggior numero di ricorsi in Sud Italia dipende proprio dal livello qualitativo della società e delle amministrazioni: tutti i disservizi in genere portano contenzioso.

Per tutti questi motivi il Sud resta una polveriera, che trova le sue ragioni più profonde nell'immobilismo, nella sciatteria, nell'ingordigia di classi dirigenti e nella burocrazia che non riescono a realizzare gli indispensabili progetti di sviluppo e ammodernamento del Paese, anche quando i fondi ci sono. La “rabbia” infatti, degli abitanti meridionali, secondo il Rapporto Swg, al Sud è quasi dieci punti superiore alla media nazionale (dal 39% del dato medio al 48% nelle regioni del Mezzogiorno) e c'è voglia di cambiare tutto. La crisi economica, occupazionale e sociale, il vuoto di prospettive, incanala le persone verso posizioni politiche radicalizzate con proposte di grande mutamento. Cresce (specie tra i giovani) una presa di coscienza politica, che sfocia nell'identificazione del nuovo, come prodotto della sintesi di cambiamento e onestà. La conferma di questo stato d'animo è venuta dai risultati delle ultime elezioni politiche.

Di fatto il divario tra le due Italia continua a crescere. Lo Svimez prevede che nel 2018 il Sud crescerà meno del Centro Nord: 0,9% contro 1,2. Aumentano le distanze anche con l’Europa: «Nel quindicennio 2001-2016 la caduta del Pil cumulato al Sud è stata del 7,2%, a fronte di una crescita del 23,2% nell’Ue a 28».

Di fronte a criticità di questa portata, disse Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria. «Non possiamo parlare di giovani senza fare niente, basta con le chiacchiere servono i fatti». Occorre «un grande piano di inclusione dei giovani nel mondo del lavoro», azzerando il cuneo fiscale per tre anni per gli assunti a tempo indeterminato. In tal modo «si migliora la competitività delle imprese, si aumenta l’occupazione, si attiva la domanda, perché si dà un progetto di vita ai giovani, con un grande effetto psicologico di fiducia».

Il decreto attuativo per lo sviluppo del Mezzogiorno, apparso in Gazzetta del 5 dicembre 2017,che prevede l’incentivo «Resto al Sud» per i nuovi imprenditori under 36 con finanziamenti fino a 50mila euro, di cui il 35% a fondo perduto e la creazione delle Zes, le Zone economiche speciali, a burocrazia zero e con agevolazioni fiscali aggiuntive rispetto al regime ordinario del credito d'imposta al Sud, rappresenta solo un primo passo perché ci sia all'orizzonte “un nuovo progetto di vita” per i giovani, anche se a pochi mesi dell'apertura dello sportello – dobbiamo riconoscerlo – è già un successo con oltre 2.031 progetti presentati, per 134 milioni di euro e 7.500 nuovi posti di lavoro.

Eppure non sono i soldi che mancano, perché per il periodo 2014-2020 ben 73,67 miliardi di euro tra fondi europei e nazionali sono stati stanziati per interventi infrastrutturali, di manutenzione e di messa in sicurezza dei territori del Mezzogiorno. Ma è la capacità di spenderli che manca, come dimostrano le tabelle riportate di seguito.

Eppure i recenti cambiamenti climatici e i fenomeni naturali anche calamitosi, che purtroppo ciclicamente colpiscono il nostro fragile territorio fanno emergere con forza la necessità di dare efficacia a un piano di manutenzione del territorio con reti idriche, stradali, ferroviarie. Le alluvioni, le frane, il caldo, la siccità ed i terremoti che hanno colpito il nostro Paese si sarebbero potuti affrontare meglio se si fosse iniziato per tempo a fare sul serio e non pensare a mance elettorali.

Bisogna essere consapevoli che al Sud si gioca la vera partita per l'Italia intera, in quanto anche l'avvenire del Centro-Nord dipende dalla possibilità che le regioni del Sud riescano a farcela.

Riccardo Pedrizzi

 

L'irrilevanza del mondo cattolico

L'eclissi del cattolicesimo politico è oggi un dato di fatto incontrovertibile e lo confermano i risultati delle ultime elezioni politiche che hanno visto l'elezione di pochissimi esponenti del mondo cattolico.

Essa era iniziata fin dagli anni 60, anche se i cattolici votavano compatti per la Democrazia Cristiana, ed era proseguita con le sconfitte subite in occasione dell'introduzione dell'istituto del divorzio nel nostro ordinamento, con la vittoria degli abortisti nel referendum promosso dai radicali e, poi, con il nuovo diritto di famiglia, la revisione del Concordato tra lo Stato e la Chiesa, l'eliminazione dell'insegnamento della religione cattolica, come materia di studio obbligatorio nelle scuole di ogni ordinamento e grado. E cosi via... fino ad arrivare al riconoscimento delle unioni civili (i matrimoni tra omosessuali) ed all'introduzione con la DAT (dichiarazione anticipata di trattamenti) delle pratiche di eutanasia.

 

Ciononostante, ancora nel 1992, la Democrazia Cristiana continuava a raccogliere il 50% di tutti i consensi dei cattolici praticanti, che anche alla vigilia della disintegrazione della Balena bianca, la consideravano sempre il proprio partito di riferimento.

"Il Cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l'umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non meraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo, una rivelazione dall'alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo. Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana, non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate. [...] E le rivoluzioni e le scoperte che seguirono nei tempi moderni [...] non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana, in relazione di dipendenza da lei, a cui spetta il primato perché l'impulso originario fu e perdura il suo".

Benedetto Croce da "Perché non possiamo dirci cristiani"

 

E' il 1994, perciò, che sancisce l'avvenuta diaspora dell'elettorato cattolico verso una molteplicità di formazioni politiche. In particolare si orientò verso il Polo delle libertà il 50%, verso i Progressisti il 30% e verso il Centro il 20% dei cattolici praticanti.

Da quel periodo, però, sotto la guida di quel grande papa che fu San Giovanni Paolo II, in particolare, con il Card. Camillo Ruini, Presidente della Conferenza Episcopale (CEI) e con Mons. Rino Fisichella, cappellano dei parlamentari, qualcosa sembrò cambiare, continuando la Chiesa ad insegnare ai politici cattolici di non mettere la loro fede tra parentesi e chiedendo energicamente alla politica di difendere il patrimonio di valori cristiani della nostra storia: si riuscì a difendere la famiglia naturale; si portò a casa una legge sulla procreazione medicalmente assistita accettabile; si riuscì a respingere l'offensiva per introdurre di fatto l'eutanasia nel nostro ordinamento, ecc. ecc.

Ad inizio di ogni legislatura di quel periodo (1994, 1996, 2001, 2006) chi scrive si faceva promotore di un Coordinamento di tutti i parlamentari cattolici al quale aderivano oltre 200 tra senatori e deputati che periodicamente si riunivano sotto la guida di Mons. Rino Fisichella, allora Rettore dell'Università Lateranense

Poi niente più. Ed i cattolici sembrano scomparsi, almeno da dieci anni, dalla scena politica e parlamentare.

La verità è che il pluralismo tra i cattolici, che si riscontra oggi nel voto e nell'impegno sociale, è solamente la manifestazione più eclatante, l'effetto più vistoso e la punta di un iceberg, che deriva e trova la sua causa principale da una difformità, da una diversità che ormai esiste persino nella concezione del mondo e sui valori sui quali si fonda l'azione della maggior parte dei cattolici.

«In un passato anche non troppo lontano, infatti, - scriveva il vescovo Alessandro Maggiolini – ci si è illusi che, attenuando la fede ci si sarebbe resi più pronti all'intesa “laica”. Era vero l'opposto. E gli stessi “laici”, oggi, rimproverano questa colpa a molti cattolici», perché il cristianesimo non può realizzarsi ed incarnarsi senza che venga protetta ed alimentata la propria originalità e specificità. Si tratta dunque, innanzitutto, di una crisi determinata dal crollo della fede e dalla confusione nella dottrina.

Ora, dinanzi a questa crisi, vi è una pluralità di atteggiamenti: quello dell'episcopato che, ufficialmente, non solo non attribuisce più alcuna delega esplicita a nessun partito politico, ma addirittura ha abdicato ad ogni ruolo di guida e di orientamento (basta pensare a quel vescovo che invece di criticare partiti e politici anticristiani, si scaglia contro un leader politico che afferma di voler difendere le radici cristiane dell'Italia e di far tesoro dell'insegnamento evangelico); quello dei vertici della maggior parte dell'associazionismo cattolico che sostengono di fatto partiti che non accettano la gran parte della Dottrina sociale della Chiesa; quello di coloro che considerano – o sperano - l'attuale fase politica solamente un momento di transizione superabile, prima o poi, con la rinascita di una stabile area moderata e centrista; quello, infine, dei cattolici che hanno deciso autonomamente di votare per il Centro-Destra nell'ambito del quale, però, attualmente, a differenza che nel passato, sono presenti componenti libertarie, laiciste e persino animaliste che fanno sentire il proprio peso, molto spesso in accordo con le omologhe componenti della sinistra.

Tutti, chi più chi meno, alla ricerca, spesso solo a parole, di una identità, di un ruolo che dia rappresentanza, importanza ed incisività all'insegnamento sociale della Chiesa, ai valori ed al messaggio evangelico.

Altri però – e sono molti – delusi dalla politica, traditi, non riconoscendosi più in una società impregnata dai miti dell'efficientismo e della competitività, pervasa da corruzione ed illegalità si sono rivolti a movimenti protestatari di tipo giacobino, impregnati di invidia sociale e di odio per il merito e per qualsiasi tipo di gerarchia scientifica e professionale, oppure si sono rifugiati nelle attività sociali, che pur sono meritorie ed apprezzabili.

Ora, di fronte a questo scenario cosi desolante, possiamo escludere che alla ritirata dalla politica non segua poi quella, voluta o subita, dal sociale? Basterebbe vedere e considerare quanto e quale peso abbiano ancora nella società associazioni ecclesiali, anche importanti, come l'Azione Cattolica, l'Agesci, l'Agesc, le Acli, la Fuci, il Masci, i Medici Cattolici, i Maestri Cattolici, ma anche Comunione e Liberazione, che un tempo avevano un ruolo nell'incidere nella società.

Quale tipo di influenza sulla politica ha questa galassia di movimenti con le sue iniziative non profit? Oltretutto spesso caratterizzata da una deriva verso il cosiddetto pensiero unico che ha trasformato il cristianesimo in un irenismo alla moda, in un sincretismo dove tutte le religioni si equivalgono, ove la Chiesa cattolica è diventata una grande ONG, pacifista, che si presenta solo come “un ospedale da campo” per curare ferite fisiche più che quelle morali e spirituali.

 

"Non possiamo non essere cristiani, anche se non seguiamo più le pratiche di culto, perché il Cristianesimo ha modellato il nostro modo di sentire e di pensare in guisa incancellabile; e la diversità profonda che c'è fra noi e gli Antichi, fra il nostro modo di sentire la vita e quello di un contemporaneo di Pericle e di Augusto è proprio dovuta a questo gran fatto, il maggior fatto senza dubbio della storia universale, cioè il verbo cristiano. Anche i cosiddetti 'liberi pensatori', anche gli 'anticlericali' non possono sfuggire a questa sorte comune dello spirito europeo".

Federico Chabod da "Storia dell'idea d'Europa"

 

Questi movimenti possono contare, quanto contano, solo sul piano locale, nelle cosiddette “relazioni minime”, ma non incidono affatto sul piano generale, della grande politica, sulle scelte strategiche dei partiti, degli schieramenti e, men che meno, sui governi che di volta in volta si susseguono.

In pratica, in questa fase particolarmente delicata della vita della nostra comunità nazionale, il mondo cattolico non solo non risulta visibile in quanto tale, ma non riesce nemmeno ad abbozzare una propria politica culturale ed un minimo di azione di condizionamento sui rispettivi schieramenti.

E quel che è peggio non è in grado neanche di indicare alcuni riferimenti valoriali e qualche tema di discussione e di dibattito, avendo persino il più alto Magistero rinunciato a battersi per i cosiddetti “valori non negoziabili”.

E' quindi un'opera grande e importante di “reductio ad unum” di tutto quel mondo oggi frammentato e diviso; un'opera di ricostruzione della società con le sue articolazioni, rivitalizzando tutti i suoi corpi sociali, famiglie, ordini professionali, associazioni di categoria, i piccoli comuni, le associazioni del terzo settore; un'opera di individuazione dei valori comuni e condivisi della nostra tradizione nazionale; un'opera di ridefinizione della weltanshauung cattolica, a cui bisognerà porre mano, se si vorrà fare della Dottrina Sociale della Chiesa uno strumento efficace e formidabile di intervento della società italiana.

Ci sarà in questo frangente qualche uomo di buona volontà e qualche ambiente disponibile a rimboccarsi le maniche?

Riccardo Pedrizzi

 

Impresa familiare e globalizzazione

Ci sono degli stereotipi, delle leggende metropolitane “delle” e “sulle” imprese familiari che facilmente possono essere smontati. Si dice che sarebbero tutte piccole, che durerebbero di meno nel tempo, che non crescerebbero, che mancherebbe la meritocrazia, che avrebbero una bassa capitalizzazione.

Invece l'impresa familiare è fortissima e non solo per i valori che incarna.

Perché ha un azionariato più stabile e da più garanzie sul lungo termine; perché non è legata ai valori di borsa e perché è fortemente legata al territorio d'appartenenza.

Basta fare analisi serie per uscire dai luoghi comuni con cui vengono descritte le imprese familiari. Si scopre così come siano proprio le imprese familiari a dare continuità e stabilità ad una politica economica, infatti il controllo familiare si traduce in vantaggio competitivo per l'ottica di lungo termine.

Le aziende familiari inoltre tendono ad essere meglio patrimonializzate. Il loro indebitamento è in media inferiore del 20% rispetto alle concorrenti a controllo pubblico, così come inferiore è la quota di utili destinata ai dividendi perché si preferisce lasciarli in azienda. Oltretutto si fanno maggiori investimenti.

Questa maggiore attenzione alla solidità di bilancio produce una crescita maggiore di fatturato, di margini e flussi di cassa.

Qualche numero: le imprese su base familiare rappresentano il 90% del totale del pianeta. Secondo il Boston Consulting Group il 33% delle società americane, il 40% di quelle francesi e tedesche sono ancora controllate da famiglie. Questo vale anche per l'Italia dove le imprese familiari rappresentano il 61% della Borsa di Milano ed il 59% delle società con fatturato oltre i 50 milioni di euro.

La public company, dunque, non è l'unico modello possibile ed il capitalismo familiare non è più considerato come un'eccezione rispetto a quel modello.

Le aziende a controllo familiare non sono affatto in via di estinzione anche in Europa. Anzi. Rispetto al 2005: si è passati dal 15% al 19% nelle imprese del Fortune Global 500; 36,7% in Germania, 36% in Francia, 35,6% in Spagna e 32,9% in Svezia. Supera tutti gli altri paesi l'Italia, dove il capitalismo familiare è predominante come modello, (In Italia l'85% delle imprese private sono familiari e queste impiegano oltre il 70% della forza lavoro totale.) e rappresenta un volano di crescita e durante la crisi ha fatto registrare performance migliori e perdite più contenute rispetto alle altre imprese, è presente con il 40,7% tra le 300 imprese più grandi del Paese.

In Italia poi alcune di esse sono diventate internazionali, come Luxottica della famiglia Del Vecchio, Autogrill ed Autostrade della famiglia Benetton, De Agostini Gtech della famiglia Boroli – Del Drago, Riso Gallo della dinastia Preve, Giorgio Armani dell'omonimo stilista, ma anche Nice, la società quotata fondata da Lauro Buoro, Umbra Cuscinetti guidata da Antonio Baldaccini, Brembo di Alberto Bombassei, Betty Blue di Elisabetta Franchi, Campari presieduta da Luca Garavoglia, Branca guidata da Niccolò Branca, la Lavazza, la Tod's della famiglia Della Valle, la Batam conosciuta come Nero Giardini, dei Flli Bracalente. Quattro aziende su cinque nella moda sono a conduzione familiare. Le aziende familiari italiane continuano a mostrarsi più resistenti delle altre. E ce ne sono alcune, circa 200, che vanno decisamente meglio di tutte le altre e che a partire dall'anno di crisi 2008 sono decollate. Queste imprese si concentrano nel Nord Italia, e in particolare nel Nord-Est ma anche in Lombardia, nelle Marche ed in Toscana. Sono più internazionalizzate delle altre, grazie a investimenti realizzati all'estero e al presidio di un maggior numero di Paesi. I dati dell'Osservatorio Aub mostrano come le aziende familiari abbiano attuato in misura maggiore una strategia di internazionalizzazione tramite Ide: circa il 30% ha effettuato almeno un investimento diretto all'estero alla fine del 2014 (contro il 21,3% degli altri tipi di impresa), e tale propensione cresce con la dimensione aziendale. Di pari passo cresce anche la capacità delle aziende più grandi di presidiare più mercati contemporaneamente. Si tratta di aziende che hanno fatto il salto di qualità e dimensionali ed oggi stanno avendo successo nonostante la crisi degli ultimi anni.

Per riassumere alcuni fattori in particolare rendono competitive questo tipo di imprese: 1) Capitale “paziente”: la famiglia proprietaria è capace di subordinare i propri personali interessi di breve termine all'obiettivo dello sviluppo di lungo periodo; 2) governance professionale e disciplinata: i familiari sanno ben distinguere tra i ruoli di socio, amministratore e manager e aprono i consigli di amministrazione al contributo di amministratori non familiari; 3) Leadership aziendale scelta secondo criteri meritocratici: superata la fase del fondatore, la scelta del nuovo leader avviene sulla base di un processo di selezione che eviti accuratamente il rischio del nepotismo; 4) Cultura del “valore condiviso”: in cui l'imprenditore e la sua famiglia hanno saputo condividere i propri valori e anche i frutti del proprio lavoro con i dipendenti e la comunità.

Ma anche in altri Paesi, non poche tra le maggiori imprese mondiali sono sottoposte a un controllo famigliare: la più grande per fatturato, Wal Mart, è per l’appunto una impresa famigliare. Non è quindi vero che la famiglia impedisce all’azienda di crescere, o almeno non sempre. La famiglia esprime spesso una capacità di resistenza, anche nelle circostanze avverse. Un esempio: nella crisi che colpì l’industria automobilistica americana dopo il 2008, l’unica delle tre grandi case di Detroit che non fece ricorso agli aiuti dello Stato, fu la Ford, che registra tuttora la presenza determinante, nel capitale e nel board, della famiglia del fondatore.

In Italia, nello stesso settore automobilistico, dopo la scomparsa di Gianni e Umberto Agnelli la famiglia decise di non cedere l'azienda in un momento difficilissimo e pochi anni dopo è stata protagonista del recupero di Chrysler, una delle società automobilistiche americane.

La famiglia, come si vede, difende a tutti i costi l’azienda in cui si identifica, sia perché rappresenta per essa un valore non soltanto finanziario, sia perché ne conosce meglio degli esterni le capacità di recupero. Nell'impresa familiare conta molto anche il desiderio di preservare la reputazione e di assicurare il controllo alle generazioni successive questo induce a una maggiore dedizione, una maggiore responsabilità e tiene bassa la conflittualità tra proprietà e lavoratori. Volontà di questo tipo difficilmente si trovano nelle società a capitale diffuso, in cui i manager hanno convenienza a decidere in base alle quotazioni di borsa ed agli interessi degli azionisti, cioè in base al profitto immediato, facendoli prevalere su ogni considerazione di lungo termine.

L’Osservatorio Aub (Aidaf, Unicredit e Bocconi) sulle aziende familiari italiane, monitora più di 15.700 aziende con fatturato superiore a 20 milioni di euro che contribuiscono a generare un fatturato di circa 2.000 miliardi di euro e un valore aggiunto di 458 miliardi di euro, impiegando 4,7 milioni di dipendenti (di cui 3,8 in Italia). Di queste, le aziende a controllo familiare sono 10.250 (pari al 65%), e contribuiscono a generare un fatturato complessivo di 790 miliardi di euro. In termini di occupazione, impiegano 2,3 milioni di dipendenti nel mondo e 1,5 milioni in Italia.

Nel decennio 2005-2015, infatti, le Pmi hanno realizzato il 43% dei deal perfezionati in Italia. Inoltre fatto 100 i ricavi del 2007, nel 2015 le imprese familiari medio-grandi sono arrivate a 145,2, mentre le altre a 131,8. «Le più grandi sono tornate ai livelli pre crisi e ora sono sovra capitalizzate perché le proprietà hanno ridotto la politica dei dividendi e le banche hanno chiesto di ridurre l’indebitamento». La quota di imprese familiari con Roi negativo è quasi ritornata ai livelli pre crisi e la sotto-capitalizzazione nella maggiore parte dei casi ormai appartiene al passato. Anche quest'anno, secondo l'ultimo Rapporto AUB, il 9° del 2017, le aziende familiari escono vincenti, perché continuano ad assumere: +15,1% tra il 2011 e il 2015 e +5% nel 2016, più delle cooperative e dei consorzi (+10,5% e +3,9% rispettivamente); meglio delle società controllate da private equity, che hanno ridotto i dipendenti del 7,6% tra il 2011 e il 2015 e li hanno diminuiti dell'1,1% anche nel 2016; e sopratutto meglio delle società controllate dallo Stato che vedono un calo del 12,8%. “Dai dati di quest'anno emerge; - ha dichiarato Elena Zambon presidente di AIDAF, l'associazione delle aziende familiari - la capacità delle imprese familiari di creare occupazione anche in periodi difficili e sopratutto in confronto con le altre tipologie di imprese. Questo conferma come le imprese familiari abbiano forza e la capacità di incidere non solo sul contesto economico in cui si muovono, ma anche sugli aspetti sociali”. C'è solo una debolezza da registrare: tra le 500 imprese del nostro Paese che superano i 500 milioni di fatturato solo 178 sono quelle a conduzione familiare, per cui l'imperativo che bisogna trasmettere alle future generazioni è quello della nascita.

La IX edizione dell'Osservatorio AUB ha preso in esame 15.495 aziende con fatturato superiore ai 20 milioni. Di queste 10.068 (il 65%) sono a conduzione familiare.

Vediamo alcuni dati:

L'andamento dell'occupazione nell'ultimo quinquennio

Imprese Familiare AUB: +15,1%, nel 2016: +5,0%; Statale o Ente Locale: -12,8%, nel 2016 +0,5%; Cooperative o consorzi: +10,5%, nel 2016 +3,9%; Controllata da fondi: -7,6%, nel 2016 -1,1%

I ricavi delle aziende familiari sono cresciuti circa 10 punti in più delle non familiari nell'ultimo decennio. Le aziende familiari continuano a mantenere un gap positivo di redditività operativa +9,1%, le non familiari +7,9%; un gap positivo di redditività netta, +11,4%, non familiari +8,9%. Anche nel 2016 le aziende familiari hanno un minor livello di indebitamento (5%) rispetto al 6%, delle non familiari. A partire dal 2009 le aziende familiari hanno una maggiore capacità di ripagare il debito (5,3%), rispetto alle altre non familiari (4,9%).

 

Credit Suisse, in un recente report, ha analizzato le performance delle società quotate a controllo familiare nel corso di oltre 10 anni, mettendole a confronto, sia con il resto del mercato, sia con aziende concorrenti ma a controllo pubblico. Le 1000 aziende familiari di tutto il mondo prese in esame hanno garantito un ritorno cumulato del 126% dal 2006 ad oggi. Il 55% in più della media dei mercati azionari globali. Le società quotate a controllo familiare hanno fatto meglio non solo della media del mercato, ma anche delle loro concorrenti non quotate.

Uno dei dei problemi decisivi per il destino delle aziende familiari però è quello della successione. Meglio puntare sulla continuità familiare col rischio che i familiari non siano all'altezza del compito, oppure è meglio affidarsi a professionisti esterni, se non addirittura vendere e passare la mano? Uno studio del Cert (Centro Ricerca sulle imprese di Famiglia) su un campione di imprese con fatturato da 15 a 150 milioni, che hanno visto il passaggio generazionale, ha fatto rilevare che su 34 successioni se ne sono concluse positivamente il 71%, mentre hanno avuto esito negativo il 12% ed il 17% è ancora in atto.

Il problema del capitalismo familiare spesso sono proprio gli eredi perché riluttanti ad assumere la guida delle aziende. Non c'è da sorprendersi, perché si tratta di scegliere tra vivere comodamente di rendita, sperperando il patrimonio accumulato dai padri e vivere lavorando sodo, con grandi responsabilità e la probabilità di fare peggio di chi li ha preceduti. Si sceglie perciò la seconda opzione solo quando si è ricevuta un'educazione imprenditoriale, altrimenti è facile e comodo scegliere la prima, sopratutto quando l'impatto fiscale non aiuta. Il legislatore perciò dovrebbe prevedere adeguate misure per agevolare questo tipo di successioni. Secondo quanto evidenziato dall'Osservatorio Aub, in Italia vi è una presenza dominante di aziende longeve: le aziende fondate da più di 25 anni sono oltre il 60%. La maggiore longevità delle aziende è strettamente connessa al tema del passaggio generazionale: quasi 2/3 di queste aziende hanno già affrontato in passato almeno un passaggio generazionale con successo, poche (meno del 2% all'anno) lo hanno affrontato degli ultimi anni e molte saranno probabilmente in procinto di affrontarlo nei prossimi anni. Le analisi di performance suggeriscono di non ritardare oltre il passaggio generazionale, in quanto le aziende condotte da leader ultrasettantenni hanno conseguito risultati mediamente inferiori sia in termini di redditività che di crescita.

La sfida dunque per i capifamiglia non è “passare” semplicemente l'azienda, bensì generare nuova capacità imprenditoriale di cui l'azienda si nutre, e sopratutto, trasmettere valori e la consapevolezza che anche oggi le aziende familiari vanno di moda e piacciono ai manager per la loro visione di lungo termine, ai politici perché creano posti di lavoro relativamente più sicuri ed all'opinione pubblica perché mantengono un legame con le comunità locali.

Riccardo Pedrizzi

 

L'Europa che vorremmo

Quello di imporsi traguardi tanto ambiziosi da sembrare quasi velleitari è un vizio che l'Europa non ha perso in sessant'anni di vita. È una costante, un suo tratto distintivo che l'ha trasformata nella più grande storia di successo dopo le desolazioni e le miserie di due guerre mondiali. Perché, come amano ricordare i padri fondatori della Comunità così come tutte le autorità italiane ed europee che ne hanno celebrato a Roma i sessant'anni di vita, «il futuro appartiene ai sognatori e i sogni, per chi ci crede davvero, tante volte si trasformano in realtà».

Negli anni '50, bisognava gettare le basi per evitare che in Europa si versasse altro sangue, sanare la ferita aperta del dissidio franco-tedesco. Ci si provò con la Comunità europea di difesa nel '54 ma il tentativo andò male. Si tentò la carta dell'economia con i Trattati istitutivi della Comunità economica e dell'Energia atomica. Ma l'obiettivo era lo stesso: l'unione politica. Oggi, dopo sessant'anni, l'Unione è a 27, abbiamo un mercato interno di mezzo miliardo di consumatori e una moneta unica, ma il traguardo più ambizioso resta sempre l'unione politica ed una costituzione europea.

La pace è una conquista assodata, nessuno la mette più in discussione, ma la lotta al terrorismo islamico, l'invasione di masse di disperati dall'Africa e dall'Asia, la difesa del multilateralismo nelle crisi regionali, le sfide poste dalla globalizzazione, dalla crescita sostenibile e dall'approvvigionamento energetico chiamano in causa ancora volta un'Europa forte ed efficiente. Depurati da quel tanto di inevitabile retorica che ogni celebrazione si porta con sé e con alcune lievi differenze, sono queste le considerazioni che a Roma in varie sedi, durante le celebrazioni per i sessant'anni dei Trattati, sono state svolte da tutti i rappresentanti degli Stati Europei.

Eppure l'Europa sembra cadere a pezzi, l'Europa sembra attraversare una crisi irreversibile.

E' sotto gli occhi di tutti, infatti, la debolezza della politica, la cui eclissi si è venuta allargando negli ultimi vent'anni, di fronte al potere irresponsabile di tecnici e della grande finanza. E' l'intera Eurozona, ormai, a trovarsi in queste condizioni, le cui conseguenze sono:

1) La resa delle istituzioni alla governance economica europea, la quale, evidentemente, ha piazzato e cercherà sempre di piazzare propri uomini alla guida dei paesi più esposti alla crisi dell Eurozona (in Italia, in Grecia, in Portogallo, ecc. ecc.).

2) la resa incondizionata alle teorie neoliberiste (la finanza d'assalto ha deciso che può e deve governare direttamente, senza alcuna mediazione degli stati, dei governi e dei parlamenti).

Siamo dinanzi ad una vera e propria dottrina economica e politica, che estende le regole del mercato alla società e alle istituzioni, trasformando “l'economia di mercato” in “società del mercato”; una dottrina ed una concezione del mondo della vita, che fa del profitto l'unico scopo della vita e della mercificazione di tutto e di tutti, persino del corpo, lo strumento per raggiungere l'obiettivo.

La crisi politica e culturale dell'Europa, dunque, precede la crisi economica ed anche le attuali difficoltà.

E la gente comune è indignata perché subisce scelte che non capisce, prese da centri decisionali sentiti estranei e lontani. Il più delle volte si tratta di decisioni poco trasparenti, prese da soggetti senza volto che nessuno conosce, che per giunta non sono stati né scelti, né eletti dal popolo,

Inoltre l'europeismo servile che era cresciuto in Italia, affidandosi sempre più all'Europa ed al FMI, ha delegittimato poi la classe dirigente del nostro Paese e la politica tout court.

Un facile ottimismo europeista ci aveva indotto a credere che l'Unione Europea fosse il luogo di una nuova e fraterna collaborazione, vediamo ora che non è così. Anche in Italia, che di questo europeismo un po' superficiale è stata forse la patria, l'opinione pubblica si è resa conto che in Europa la competizione è aspra ed avviene senza esclusioni di colpi e, soprattutto, e si è accorta che all'Italia vengono imposte regole, politiche e persino usi, costumi e valori estranei alla nostra cultura ed alla nostra tradizione (basti pensare al diritto di famiglia). È per questo motivo che anche in un Paese europeista come il nostro la fiducia nella UE è ultimamente precipitata.

Di fatto è la BCE (Banca Centrale Europea), varata con il Trattato di Maastricht nel 1992 e nata nel 1998, che ha assunto la guida, oltre che della politica monetaria, della politica economica e sociale dell'area dell'Euro, espropriando gli Stati nazionali della loro sovranità.

Per rendersene conto basta ricordare la lettera che Mario Draghi e Jean Louis Trichet inviarono al presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, il 5 agosto 2011, a nome del Consiglio direttivo della BCE, con la quale dettarono una precisa agenda al governo italiano.

Mai un gruppo di eurocrati, indipendenti dal potere politico, che Paolo Savona definiva in un suo opuscoletto di qualche decennio fa gli “gnomi di Bruxelles”, era intervenuto in maniera così diretta e dispotica nella vita pubblica di un Paese.

In pratica la BCE, la Banca Mondiale, le agenzie di rating ed il FMI (Fondo Monetario Internazionale), ma anche il mercato, a cui si sono inchinate sia le forze del Centrodestra che della Sinistra liberaldemocratica, hanno commissariato l'Italia, e ci dicono, quali riforme fare, quando farle e come far quadrare non solo i conti dello Stato, ma anche i bilanci delle nostre banche.

Solo una guerra con eserciti d'occupazione avrebbe potuto fare peggio e ci avrebbe potuto mettere più in ginocchio. Oltretutto senza ottenere nulla in cambio.

È chiaro perciò, come ha scritto Giovanni Reale nelle “Radici culturali e spirituali dell'Europa” che a questo punto «non basta più nemmeno una Carta costituzionale dell'Europa redatta in maniera astratta e prevalentemente su basi giuridiche ed economiche, non basta questo tipo di Costituzione a creare il cittadino europeo» ed a dare un'anima all'Europa. Del resto lo stesso grande pensatore Joseph de Maistre riteneva che le costituzioni non possono essere scritte in laboratorio, ma devono essere la risultante della storia, delle circostanze, delle tradizioni, degli usi, dei costumi, dei valori della nazione e perché no? delle forze in campo e del popolo ed oggi avrebbe sicuramente sostenuto che per fare l'unità d'Europa non bastano Carte costituzionali e Trattati, che per di più possono essere mostruosi agglomerati di infiniti articoli, per regolare certi delicati equilibri continentali, ma giova sopratutto la presenza di una comune coscienza nel quadro di valori condivisi, pur nella varietà delle specifiche identità nazionali . (cfr. Domenico Fisichella Sovranità e Diritto naturale in Jospeh de Maistre, Pagine Editore, Biblioteca di Storia e Politica. Roma 2017; pagg. 239, euro 17,00. )

Finora i Governi e le classi dirigenti europee hanno voluto realizzare un'area nella quale persone, capitali e merci potessero circolare liberamente, in un'ottica esclusivamente economicistica. In tale contesto, si spiegano i segnali di euroscetticismo provenienti dalle singole opinioni pubbliche nazionali, nonché il radicalizzarsi delle prese di posizione degli Stati membri.

In effetti l'Unione Europea non può essere soltanto una zona economica di libero scambio. Essa dovrebbe essere un organismo politico; una terra di diritti; una realtà che non si contrapponga alle nostre patrie nazionali, ma le colleghi e le completi. Avrebbe dovuto essere un soggetto politico che non neghi l'identità dei nostri Stati nazionali, ma la rafforzi di fronte alle grandi sfide di un orizzonte sempre più vasto.

Gli scenari internazionali attuali e futuri, caratterizzati dal protagonismo dei subcontinenti indiano, cinese, dell'America latina, recentemente dell'Africa, dalla fine della guerra bipolare Est-Ovest e dalla contrapposizione mondo occidentale ed Islam, che dovrebbero indirizzare ed incoraggiare l'Europa verso la costruzione di un soggetto politico forte ed unito.

Questa sfida si potrà vincere solo partendo dalla riscoperta dell'identità europea come elemento fondante delle istituzioni politiche.

L'obiettivo strettamente economico ha dimostrato infatti di poter funzionare - la decisione di aderire o meno all'Unione dei nuovi Paesi ebbe motivazioni eminentemente economiche - in un contesto espansivo e di sviluppo lineare. In breve, quando tutto va bene e non nascono problemi, la Unione Europea funziona.

Quando, invece, aumentano i timori per l'incertezza futura e per le conseguenze della crisi finanziaria ed economica, si affacciano spinte populistiche nazionali - e lo dico non in un'accezione negativa - e visioni particolaristiche, che stanno mettendo a rischio l'intero edificio comunitario.

Si era detto che la globalizzazione avrebbe dovuto distruggere lo Stato-nazione. I trasporti e le comunicazioni avrebbero dovuto cancellare i confini e reso il mondo più piccolo. Le reti transnazionali, le organizzazioni internazionali e le istituzioni multilaterali avrebbero dovuto soppiantare i legislatori nazionali. Invece sono stati gli Stati nazionali a salvare le banche, ad immettere liquidità nel sistema finanziario, a lanciare stimoli fiscali ed assicurare ammortizzatori sociali ai disoccupati. Il G-20, il Fondo monetario internazionale e le Istituzioni comunitarie non hanno fatto niente finora per evitare le crisi finanziarie.

Al momento, il laissez-faire del mercato che si autoregolamenta da sé e la tecnocrazia internazionale non hanno fornito una valida alternativa allo Stato-nazione.

Anzi l'attaccamento allo Stato-nazione rimane piuttosto forte.

Tutte le indagini in diversi Paesi hanno dimostrato che il numero di chi si considera cittadino nazionale supera di gran lunga chi si considerava cittadino del mondo e che l'identità nazionale prevale persino sull'identità locale. Solo i cosiddetti intellettuali snob e radical chic, che appartengono all'alta società, si dichiarano cittadini del mondo ed europei.

Brexit docet e persino le recenti elezioni francesi che hanno visto una distribuzione dei voti assai significativa (a Parigi la Le Pen non ha superato il 10% ed al primo turno ha preso solo il 5% mentre ha ottenuto grandi successi nei territori a vocazione operaia ed agricola) hanno dimostrato che esiste questa frattura tra popolo ed elites, tra alto e basso come è stato detto.

Per tali motivi l'Europa si trova di fronte ad un bivio: o guardare alla sua storia millenaria, ritrovare le sue radici profonde e i valori di civiltà, solidarietà ed identità, ovvero scivolare verso un progressivo svuotamento delle istituzioni comunitarie con il conseguente indebolimento degli stessi Stati membri, o, addirittura, assistere alla deflagrazione di tutta l'area con il tramonto di un sogno.

Appaiono particolarmente appropriate pertanto, nella ricerca dell'elemento unificante, le affermazioni che l'allora cardinale Ratzinger pronunciò nella Biblioteca del Senato nel suo intervento proprio sull'Europa: “... la fissazione per iscritto del valore e della dignità dell'uomo, di libertà, eguaglianza e solidarietà con le affermazioni di fondo della democrazia e dello stato di diritto, implica un'immagine dell'uomo, un'opzione morale e un'idea di diritto niente affatto ovvia, ma che sono di fatto fondamentali fattori di identità dell'Europa...”. Il cammino dell'Europa cioè potrà riprendere e diventerà più saldo e spedito se riformerà le sue istituzioni progettando la costruzione di un vero e proprio soggetto politico che incarnerà tali valori.

Eppure nemmeno il mondo cattolico pare rendersene conto.

Perché questo “assordante” silenzio nei confronti del cristianesimo? Perché voler continuare a negare una realtà così forte e vivificante del tessuto sociale europeo quale la religione cristiana?

In Europa, in realtà, è pressoché impossibile compiere una cesura tra cultura, politica, arte, economia, in una parola tra la vita personale di ciascuno di noi e le radici e le tradizioni cristiane. Basterebbe pensare all'identificazione che ne fa l'ISLAM e l'ISIS definendo tutti noi “crociati”, indipendentemente dal credo ideale, etico e politico, è veramente difficile, se non addirittura ipocrita, dimenticare che i valori fondanti dell'Occidente sono un'eredità del cristianesimo.

E' fuori discussione, dunque, che le impegnative sfide che attendono l'Europa esigono una perfetta consapevolezza della propria identità storica, culturale, sociale e spirituale che se non è cristiana non è nemmeno concepibile.

D'altro canto l'Europa unita è oggi una realtà della quale il mondo intero non può fare a meno e dalla quale è praticamente impossibile che gli stessi Stati membri possano prescindere.

La comune matrice della cultura europea costituisce dunque l'effettivo nucleo identitario delle comunità e delle nazioni aderenti all'Unione.

L'Europa perciò deve riprendere il cammino intrapreso andando oltre l'integrazione economica e finanziaria per puntare con decisione alla creazione di un soggetto politico omogeneo e coeso, che coinvolga popoli e comunità, che non sia un blocco chiuso, «contro» qualcosa o qualcuno, ma piuttosto, come un soggetto, forte della sua omogeneità, che può svolgere un ruolo magnetico, da calamita, per le aree adiacenti, prima fra tutte quella del Mediterraneo.

Ed allora risulta improcrastinabile avviare un processo innanzitutto culturale, prima ancora che economico e politico. E’ la coscienza comunitaria delle vecchie e delle nuove generazioni che bisogna costruire e alimentare, e tale processo può realizzarsi solo con il coinvolgimento e l'apporto di tutte le istanze culturali, politiche e sociali e dei diversi valori fondanti nei quali si riconosce la società civile, nelle sue molteplici realtà organizzative e associative. L'Europa che vogliamo è la casa comune degli Stati nazionali, in cui l'unità di intenti e l'azione unitaria nella politica estera, economica, di difesa e di sicurezza si accompagnano al riconoscimento e alla valorizzazione delle millenarie identità politiche, sociali, culturali e religiose della diverse storie nazionali.

Ed allora occorrerà su queste basi e secondo questi valori, aprire una nuova stagione di riforme istituzionali per varare quella Costituzione che costruisca il modello dei rapporti tra Istituzioni comunitarie e singoli Stati nazionali sulla base del principio di sussidiarietà.

Il dibattito dovrà svilupparsi pertanto sulla ripartizione delle competenze degli organismi comunitari, sulla semplificazione degli strumenti legislativi dell'Unione, su una maggiore trasparenza democratica e legittimità delle istituzioni europee e non potrà prescindere da una riflessione attenta sul ruolo dei Parlamenti e degli Stati nazionali.

In pratica va riconfermato che è e sta nel principio di sussidiarietà il fondamento attorno a cui far ruotare i rapporti tra l'Unione e gli Stati e che la determinazione delle competenze deve avvenire in coerenza con questo fondamentale principio. "Integrazione ove necessario, decentramento ove possibile", tale deve essere la chiave di volta della politica comunitaria, nella consapevolezza che il rafforzamento dell'identità civile, economica e storica dell'Unione si costruisce proprio attraverso il rispetto del principio di sovranità nazionale dei singoli popoli.

Del resto questa fu l'essenza della politica europeista del generale De Gaulle. Lo statista francese mirava infatti a prefigurare l'integrazione europea in progetto politico ampio, in cui gli Stati nazionali avrebbero avuto maggiore peso e maggiori responsabilità, proprio nell'ambito di una reciproca, fattiva e feconda collaborazione.

“L'unico modo per far diventare l'Europa un'entità economica, culturale e umana è quello della cooperazione fra gli Stati”, affermò De Gaulle nel suo primo incontro ufficiale con Amintore Fanfani nel 1958 a Parigi.

Era in luce il progetto di una nuova Europa, che oggi l'Italia e gli Stati dell'Unione potrebbero concretamente realizzare.

Riccardo Pedrizzi

 

Globalizzazione e nuovo modello di sviluppo

Di solito quando una multinazionale delocalizza dal nostro Paese e si va a stabilire in un territorio dove il costo del lavoro costa meno, migliaia di persone perdono il proprio posto di lavoro, altrettante dell'indotto finiranno per perderlo poco dopo, tante famiglie si vedranno private del proprio reddito o comunque lo vedranno fortemente ridotto.

Non si tratta della cronaca delle conseguenze di una guerra, ma del risultato terribile della politica industriale di tante aziende multinazionali.

Con la semplicità e la leggerezza con cui si firma un documento, i vertici di queste aziende decretano non solo un dramma per migliaia di operai, di impiegati, ma assestano anche gravi colpi all'economia dei territori, anche se nel passato, in particolare, spesso queste attività hanno potuto godere di innumerevoli benefici e contributi a fondo perduto.

Certo l'Italia non si distingue per le agevolazioni che fornisce agli imprenditori. Da anni immemorabili si parla e si scrive di carenze infrastrutturali, culturali, organizzative e delle insufficienze delle pubbliche amministrazioni e della nostra giustizia.

Le decisioni di chiudere gli stabilimenti vanno però viste anche sotto un'altra prospettiva. Per capire il vero “perché” è bene cercare di indagare sulle politiche e nelle strategie globali delle multinazionali presenti in tutto il mondo. Per tentare di far luce sui meccanismi della “globalizzazione”.

Ed allora cerchiamo di leggerla bene questa “globalizzazione”.

La “globalizzazione” è sostanzialmente questo: distinguere il proprio profitto dal ruolo sociale della produzione, disgiungere il proprio tornaconto da leggi, convenzioni ed accordi nazionali, separare la effettiva proprietà, in mano alla finanza internazionale, dalla produzione. Peraltro, “negli ultimi anni – si legge nell'enciclica Caritas in Veritate di Papa Benedetto XVI – si è notata la crescita di una classe cosmopolita di manager, che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento costituiti in genere da fondi anonimi che stabiliscono di fatto i loro compensi”. Il Papa in pratica usa lo stesso linguaggio del suo predecessore Pio XI che profeticamente nella sua Quadragesimo anno affermava: “E in primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l'accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell'economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento”.

Sul mercato del lavoro esistono ovviamente delle “piazze” di gran lunga più convenienti di quella italiana, che anzi si distingue da tempo per l'alto costo del lavoro e per i mille intralci burocratici che contrappone a chi vuole investire. La scelta “logica” del mercato mondiale è quella, quindi, di delocalizzare gli impianti altrove... lo fanno imprenditori italiani che si trasferiscono all'estero, figuriamoci le multinazionali, il cui centro decisionale si trova in altri Paesi. È una logica singolare, certamente deformata, comunque mostruosa. In pratica, si chiude qui solo perché non è abbastanza conveniente sulla scacchiera internazionale restarci ed anche perché occorre “consolidare” la rendita azionaria altrove. Per questo giustamente Papa Francesco ha denunciato che: «Chi per manovre economiche, per fare negoziati non del tutto chiari, chiude fabbriche, chiude imprese lavorative e toglie il lavoro agli uomini, compie un peccato gravissimo», ribadendo che il «lavoro ci dà dignità e i responsabili dei popoli, dirigenti, hanno l'obbligo di fare di tutto perché ogni uomo e ogni donna possa lavorare e cosi avere la fronte alta, guardare in faccia gli altri con dignità» (S. S. Papa Francesco, udienza del mercoledì del 15 marzo 2017).

Presso la casa madre, cioè, si punta per vincere. E per vincere a tutti i costi si getta via il sacrificabile. Ossia l'Italia, che si presenta spesso debole all'interno della stessa multinazionale negli equilibri di potere. E perché non possiede un governo nazionale sufficientemente forte da creare troppi problemi quando si va via. Ma in generale tutta l'Europa è destinata a diventare presto solo un grande mercato con grosse riduzioni della produzione.

Per giunta, i “numeri” italiani restano ancora distanti dagli altri paesi industrializzati: il ritmo di crescita, il prodotto interno lordo, la produttività, ecc. ecc., registrano tassi inferiori tra quasi tutti i paesi dell'area Euro, la pressione fiscale è perennemente superiore a quella dei nostri competitori.

Quanto all'andamento più generale dell'economia, le statistiche ci dicono che i posti di lavoro aumenteranno, se aumenteranno, con tassi insignificanti.

Oggi le potenzialità per ripartire ci sono a patto che si cambi “pelle” e si ripensi ad un nuovo modello di sviluppo attraverso il rilancio delle infrastrutture e dei lavori pubblici, un ricorso più agevole al credito bancario, una burocrazia più snella, una migliore formazione del personale, una giustizia più veloce ed efficiente.

Anche, però, il sistema imprenditoriale dovrà farsi carico di una maggiore competitività di prodotto e di processo e quindi di un costante aggiornamento dell'uno e dell'altro.

Si tratta di una strada obbligata, soprattutto, per la piccola e media impresa, perché il problema di fondo resta la crescita insoddisfacente per poter affrontare adeguatamente il “mercato globale”.

Il caso delle singole multinazionali che delocalizzano dall'Italia pone, dunque, in maniera drammatica il problema di questo tipo di economia globalizzata, nell'ambito della quale i capitali si spostano, secondo convenienza, dove produrre costa meno.

E davanti ad uno strapotere tanto forte da schiacciare popoli e nazioni, si mettono in tragica evidenza i ritardi culturali dell'Europa e dell'Italia, nonché i limiti delle vecchie ideologie.

Davanti alle legittime proteste dei lavoratori si fa appello alla preistorica logica del “lasciar fare”, che appare nel 21° secolo del tutto inadeguata, dal momento che il nuovo capitalismo, (definito da Luttwak “turbo-capitalismo”) è in grado di abbattere addirittura strutture sociali e Stati nazionali.

Il neocapitalismo arriva in un'area in via di sviluppo, le conferisce una momentanea ricchezza, ne indebolisce ulteriormente le strutture statuali già deboli e ne sfrutta il capitale umano. Quando l'area in questione, grazie anche alla accresciuta capacità economica, eleva anche il proprio status culturale e le proprie aspettative sociali, finisce per “alzare il prezzo” detta condizioni, difende diritti, allora la multinazionale riparte, lasciando solo recessione e crisi. Va in un'altra area, ancora più povera abbastanza da accogliere i rappresentanti dell'azienda come “salvatori”, concedendo loro privilegi, contributi, sgravi fiscali. Una politica, questa, che oltre che essere anti-etica, anti-morale, anti-umana, si muove anche contro il vero sviluppo. Le aree abbandonate e desertificate dalle multinazionali si moltiplicano nel mondo (Usa compresi); le fasce di poveri in Occidente si accrescono e con esse i potenziali squilibri sociali.

Ristrettissimi centri di potere finanziario calpestano l'interesse e la dignità dei popoli: ricchi e poveri, imprenditori e operai, intellettuali e disoccupati. I proprietari delle multinazionali ad esempio spesso sono fondi che raccolgono il risparmio in tutto il mondo, non sono produttori di merci e servizi ma solo detentori del potere finanziario. Non sanno nemmeno come è fatto il loro prodotto. E nemmeno gli interessa saperlo.

L'area socialdemocratica mondiale tentò di indicare la propria via per affrontare la globalizzazione, quindici, venti anni fa e si domandò come poter conciliare la libertà dell'economia aperta mondiale con i diritti sociali. A quella domanda nessuno ha dato risposta, finora.

Le letture ideologiche liberali, socialdemocratiche o, per quel che resta, marxiste non sanno dare risposte credibili.

La Dottrina Sociale della Chiesa, invece, offre risposte adeguate e sempre valide. E più volte il Magistero ha indicato la via da seguire nel campo economico-sociale.

Le Encicliche Sociali, dalla “Rerum Novarum” di Papa Leone XIII alla “Quadragesimo Anno” di Pio XI, alla “Laborem Exerceus” ed alla “Sollecitudo Rei Sociatis” di Giovanni Paolo II, alla “Caritas in veritate” di Benedetto XVI, senza dimenticare la costituzione conciliare “Gaudium et Spes” e recentemente di Papa Francesco la “Lumen Fidei” e l'ultima “Laudato Si'”.

E la sintesi del grande insegnamento della Chiesa lo ritroviamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica.

“Il lavoro non è una fatica penosa, ma la collaborazione dell'uomo e della donna con Dio nel portare a perfezione la creazione visibile...”, “La solidarietà – punto 1940 – si esprime innanzitutto nella ripartizione dei beni e nella remunerazione del lavoro...i problemi socioeconomici non possono essere risolti che mediante il concorso di tutte le forme di solidarietà...dei lavoratori tra loro, egli imprenditori e dei dipendenti nell'impresa...”

Sull'importanza della giustizia sociale e del significato dell'attività economica, il Catechismo Romano dedica numerosi punti (2426-2436) evidenziando come il lavoro umano è un dono ed è un “metodo di santificazione”...e come “il lavoro è per l'uomo e non l'uomo per il lavoro... Ciascuno deve poter trarre dal lavoro i mezzi di sostentamento per la famiglia e per la propria vita” – punto 2428.

Un “appello” il Catechismo Romano lo fa anche alle diverse parti sociali: “La vita economica chiama in causa interessi diversi, spesso tra loro opposti... Si farà di tutto – punto 2430 – per comporre tali conflitti attraverso negoziati che rispettino i diritti e i doveri di ogni parte sociale... i responsabili di imprese, i rappresentanti dei lavoratori...i pubblici poteri”.

E rivolgendosi agli imprenditori evidenzia come questi “abbiano davanti alla società la responsabilità economica ed ecologica delle loro operazioni. Hanno il dovere di considerare il bene delle persone e non soltanto l'aumento dei profitti...”

“La privazione del lavoro – punto 2436 – a causa della disoccupazione, quasi sempre rappresenta, per chi ne è vittima, un'offesa alla sua dignità e una minaccia per l'equilibrio delle vite. Oltre al danno che egli subisce personalmente numerosi rischi ne derivano per la sua famiglia...”

Sempre più l'aspetto “sociale” del lavoro sta divenendo il punto focale di una nuova concezione delle relazioni industriali, per la quale gli esponenti della cultura cattolica, italiana ed europea, possono offrire gli stimoli e le proposte più interessanti: la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, ad esempio.

Occorre, insomma, recuperare il ruolo sociale del lavoro e della produzione.

L'Italia presenta un'economia basata su imprese piccole e medie, talvolta piccolissime, ma che ne costituiscono l'ossatura. La originalità sta nel fatto che proprio per le dimensioni di tale struttura molti imprenditori sono riusciti a superare la crisi di questi ultimi anni.

Il nuovo modello di sviluppo perciò dovrà partire da questi punti di forza per puntare sul rilancio dell'agricoltura, dell'industria manifatturiera, del terziario e del turismo. Emerge infatti il lato positivo di una “vivacità imprenditoriale”, che segna la nascita di nuove imprese nonostante tutte le condizioni depongano a sfavore dell'assunzione del rischio d'impresa: è primo fra tutti l'oneroso peso fiscale che determina scarsa competitività e che funziona da incentivo alla fuga di capitali verso paesi più favorevolmente predisposti al settore industriale, rendendo così poco appetibile l'intero paese ad eventuali investitori.

Quel che occorre perciò è innanzitutto rendere sempre più agevole la vita e la competizione alle nostre imprese. Determinante poi in questo scenario l'assenza ed il disimpegno del sistema bancario che non assiste adeguatamente le nuove imprese né la crescita di quelle esistenti.

L'immane peso delle burocrazie, infine, finisce per scoraggiare chiunque sia interessato a correre il rischio d'impresa.

Per sfidare l'economia globale sul suo terreno, va reso competitivo il nostro territorio, anche riportando la nostra cultura cattolica e solidarista, nazionale e comunitaria, al centro del dibattito europeo. Le vecchie ideologie non hanno più nulla da dire al proposito, l'economia stessa per assicurare il proprio sviluppo, sente il bisogno di recuperare il fattore umano, il ruolo sociale dell'impresa, il radicamento nella comunità. Per questo il 21° secolo deve vederci protagonisti di una sfida culturale, politica ed economica, che fronteggi il potere senza volto della finanza speculativa e dia, invece, possibilità concrete ai tanti imprenditori, ai professionisti, ai giovani disoccupati ed ai lavoratori. Se sapremo farlo, saremo noi a giocare questa partita.

Riccardo Pedrizzi

 

La campagna acquisti dei francesi

Alla domanda che gli ha fatto Mario Sensini del "Corriere della Sera": «Le grandi imprese straniere stanno puntando i nostri “campioni”. È preoccupato?». Il Ministro Carlo Calenda ha risposto: «Dipende: nella maggior parte dei casi gli investimenti esteri portano crescita ma dovremo comunque essere pronti a una tutela più assertiva degli interessi e degli asset economici nazionali strategici nei confronti dei partner, anche europei, che spesso usano in modo più coordinato e aggressivo di noi il sistema Paese. Entriamo in una stagione dove il nazionalismo economico si rafforzerà in tutto il mondo. Non dobbiamo abbracciarlo, ma neanche essere impreparati ad affrontarlo.».

Il riferimento a Mediaset o alle ostilità tedesche al piano per Monte Paschi è chiaro.

«Inoltre - ha aggiunto il Ministro - dobbiamo ricostruire una rete fatta di grandi aziende, pubbliche e private, e di istituzioni finanziarie capaci di muoversi all’occorrenza in modo coordinato, tra di loro e insieme al governo.»

In effetti fino ad oggi pur essendo da anni iniziata la "campagna d'Italia" per mettere le mani sui gioielli di casa nostra, la politica ha continuato a disinteressarsene, governo e parlamento compresi.

La società Vivendi, infatti, che è già titolare al 15 dicembre 2016 di una partecipazione significativa in “Telecom Italia”, pari al 23,9%, tale da conferirle una posizione di controllo di fatto o comunque di “material influence”, ha recentemente acquisito una partecipazione in Mediaset che è salita al 28,8 del capitale complessivo ed al 29,9 dei diritti di voto, spendendo in otto sedute di Borsa ben 1,17 miliardi e sfiorando la soglia dell'Opa (offerta pubblicitaria di acquisto).

Il finanziere bretone, Vincent Bellorè, che ha creato un impero in Francia che va dai pasti alle vetture elettriche, passando per Telecom Italia e Generali, sta cercando di creare un gigante delle TV, avendo a disposizione un cash flow di oltre 2,1 miliardi e tanta liquidità (utile netto dal 20/16 è stato di 1,175 miliardi di Euro). Ma non basta perché proprio recentemente l'operazione Luxottica – Essilor, che ha fatto nascere il campione mondiale dell'occhialeria con 50 miliardi di capitalizzazione, 140 mila dipendenti, un mercato di 150 Paesi, rischia con la quotazione nella Borsa di Parigi e l'uscita da quella di Milano di finire anche'ssa in mano francese, quando il patron italiano Leonardo Del Vecchio si ritirerà.

L'Italia rischia così di “perdere ulteriori pezzi” della sua industria, dopo che scorribande vi sono già state in tutti i settori merceologici: dall'alimentare alla meccanica, dall'elettronica alla finanza, dall'automotive al petrolio, dal tessile alle Pmi con produzione di eccellenza, dall'agroalimentare all'informatica, dall'alta moda alle telecomunicazioni ed in pratica a tutti i prodotti del made in Italy.

Il Made in Italy è diventato un boccone particolarmente appetibile e a prezzi scontati, soprattutto per le aziende quotate, che in questi anni di crisi hanno visto precipitare la loro capitalizzazione di 27 e 32 miliardi tra il 2014 e il 2015 e 19 puntati nell'anno appena concluso

Ma l'aspetto più preoccupante è quello di alcune Pmi che guardano ormai solo all'estero per le loro esigenze di liquidità, a cui non fa fronte da anni il sistema bancario italiano.

La situazione è diventata talmente preoccupante che persino i servizi segreti lanciarono qualche anno fa l'allarme nella Relazione presentata al Parlamento italiano contro "l'azione aggressiva di gruppi esteri" che mirano ad acquistare "patrimoni industriali, tecnologici e scientifici nazionali", nonché "marchi storici".

«L'attività informativa ha confermato il perdurante interesse da parte di attori esteri nei confronti del comparto produttivo nazionale, specialmente delle Piccole e Medie Imprese (PMI), colpito dal prolungato stato di crisi che ha sensibilmente ridotto tanto lo spazio di accesso al credito quanto i margini di redditività. L'attenzione dell'intelligence - era scritto nella relazione - si è prevalentemente appuntata sulla natura dei singoli investimenti, per verificare se gli stessi siano dettati da meri intenti speculativi o da strategie di sottrazione di know-how e di svuotamento tecnologico delle imprese, con effetti depressivi sul tessuto produttivo e sui livelli occupazionali...

«In tal contesto - continuavano i nostri servizi segreti - le evidenze raccolte hanno posto all'attenzione quelle strategie d'investimento estero che, finalizzate al controllo di talune imprese nazionali attive nel settore manifatturiero, si sono tradotte nell'acquisizione di marchi e brevetti, nell'accaparramento di quote di mercato e, in un'ottica di contrazione dei costi, nella delocalizzazione dei siti produttivi ovvero nel trasferimento oltreconfine dei centri decisionali»...

Ma i più aggressivi sono, non da oggi, i cugini d'oltralpe che avevano cominciato con la grande distribuzione (Carrefour rilevò Gs) per poi occupare altri spazi con i supermercati Auchan, i grandi magazzini Brico e Decathlon: Poi sono passati all'energia: nell'elettricità Edf (Electricitè de France) prese il controllo di Edison, aprendo così la strada a Suez-Gdf. Poi i francesi sono arrivati anche alla finanza: BnpParibas rilevò la Banca Nazionale del Lavoro, Cariparma e Friuladria da tempo sono sotto il controllo del Credit Agricole, che ha pure la Cassa di Risparmio di la Spezia e gli sportelli trasferiti direttamente da Intesa San Paolo, facendo da apripista a Societé Generale e, nelle assicurazioni, a Groupama, Dexia e l'asse Mps-Axa. Le assicurazioni sono un comparto nel quale si parla spesso francese (ad esempio nelle Generali, con Vincent Bollorè e, sopratutto, con il suo amministratore delegato, Philippe Doumat connazionale del ceo di Unicredit Mustier che dal suo canto ha dovuto smentire a “La Stampa” che la sua banca stia “tramando” per sostenere il colosso assicurativo AXA nella scalata alla compagnia di Trieste, che resta attualmente l'unica vera multinazionale del nostro Paese.

 

Genish torna con Bollorè

Amos Genish manager innovativo dopo che la società di Curitiba era stata ceduta da Vivendi, era passato a lavorare per gli spagnoli come ceo di Telefonica Brasil. Ora Bollorè l'ha subito reingaggiato affidandogli un ruolo inedito nell'organigramma del gruppo: quello di “chief convergence officer”. Forse per gestire l'integrazione tra Telecom e Mediaset?

 

Ma proprio negli ultimi tempi si stanno addensando nubi sul nostro campione del credito, Unicredit, la cui vicenda di ricapitalizzazione sta passando sotto silenzio, come ha rilevato recentemente Cirino Pomicino su “Il fatto quotidiano”. Il francese Jean Pierre Mustier, Amministratore delegato dell’Istituto bancario, infatti, ha presentato un piano industriale che prevede non solo un taglio di 833 filiali e di 14 mila dipendenti, ma anche un aumento di capitale di ben 13 miliardi di euro più la cessione di oltre 17 miliardi di crediti deteriorati. Si tratta di un aumento di capitale di quasi due volte quello richiesto dalla BCE per Mps. Mustier ha già venduto ai francesi di Amundi la società Pioneer per 3,5 miliardi, la partecipazione nella polacca Bank Pekao per circa 3 miliardi e il 30% di Fineco Bank per 880 milioni. Diventa perciò difficile non immaginare che, ad esempio, grandi società francesi non sottoscrivano in maniera massiccia sul mercato l'aumento di capitale, mangiandosi un altro pezzo pregiato del nostro sistema economico, peraltro strategico per il nostro Paese.

Ma è soprattutto nei marchi del lusso e della moda che si è fatta sentire l'azione aggressiva “dello straniero” ed in particolare dei francesi negli ultimi anni, che dal 1996 al 2016 hanno fatto complessivamente acquisizioni per 101,5 miliardi di euro.

La francese Lvmh, che sì era già assicurato il marchio Fendi, ha poi rilevato Bulgari la società romana, i cui gioielli fanno sognare le donne di tutto il mondo. Prima era stata la Moncler (specializzata nella produzione di piumini) a passare in mani francesi. Dopo Bulgari, il marchio Louis Vuitton Moet Hennessy (Lvmh) ha raggiunto un nuovo, importante traguardo con l'acquisizione del controllo dell'80% della griffe del cachemire Loro Piana, fiore all'occhiello tra i marchi italiani. Ma il gruppo del lusso francese si è lanciato anche nella pasticceria, dimostrando di voler giocare a tutto campo in ogni settore merceologico, acquisendo la storica pasticceria milanese Cova, piccolo fiore all'occhiello di Milano. Il gruppo del lusso francese ha acquisito la maggioranza delle quote della società, finora interamente in mano alla famiglia Faccioli. Lvmh è ben presente nel luxury food: è leader mondiale nel settore vini, dove controlla tra gli altri Château d'Yqem, Hennessy e Krug. Anche se il focus dell'attività è il fashion, il gruppo presidia il settore contiguo dell'hôtellerie di lusso: con l'insegna Cheval Blanc ha aperto un resort da favola a Courchevel, nelle Alpi francesi.

Anche Gucci, dopo Bottega Veneta, è diventato francese (Pinault-Printemps-La Redoute) e recentemente come Kering, nuovo nome del gruppo Ppr guidato da Francois-Henri Pinault, dopo Richard Ginori (acquisita attraverso Gucci) ha assunto il controllo di Pomellato che dunque, è diventato francese, come molti altri gruppi di lusso (e non solo del lusso): Gucci, Bottega Veneta, Brioni, Richard Ginori, (scuderia Kering -Ppr), Fendi e Pucci (scuderia Lvmh)...

Altro settore che ha visto nel corso del tempo delle scorribande francesi è quello della grande distribuzione e dell'alimentare.

Nelle mani del fondo di private equity francese Pai Partners è finita la catena Coin e sempre la francese Andros aveva acquistato la Fattoria Scaldasole e Lactalis si prese Invernizzi e Parmalat (recentemente ha chiesto a Consob di acquisire un ulteriore 12% del capitale di Parmalat) senza che vi fosse alcuna resistenza da parte nostra, cosi come avvenne per Carefour che rilevò la SME.

Mentre in Francia, quando vi fu il tentativo di scalata di Danone da parte di Pepsi Cola e Coca Cola e di Enel di crescere oltralpe e dell'Alfa Romeo di allearsi con Renault, intervenne il governo a difendere simboli nazionali, da noi tutto avviene senza alcun contrasto da parte dei vari governi.

Di fronte a questo scenario drammatico il Governo Monti aveva deciso di proteggere le società strategiche dalle scalate ostili straniere, riformando le norme sui poteri speciali di intervento attribuite all'Esecutivo con la cosiddetta “golden share” da esercitarsi non solo sulle aziende pubbliche, ma anche su quelle private che operano in settori riconosciuti come strategici e di interesse per l'economia nazionale.

Tutte le maggiori potenze industriali hanno posto limiti alla presenza straniera in settori strategici ed anche noi lo facemmo nel 1994 con la legge sulle privatizzazioni di cui fu relatore chi scrive. Ma quella normativa evidentemente non bastava.

Perché la “golden share” non può essere considerata solo come uno strumento fine a se stesso per tutelare i “campioni nazionali”. Bisogna che i campioni nazionali si creino prima. La Francia è un modello di riferimento: prima negli anni 80 ha selezionato i settori strategici, dopo ha fatto investimenti anche con incentivi, per far nascere i “campioni”. Poi ha introdotto la “golden share” per proteggere l'economia nazionale.

Anche noi iniziammo a seguire la stessa politica con il primo Governo Berlusconi.

Ed il programma individuava due strumenti già utilizzati per le privatizzazioni in altri paesi: la golden share e i nuclei duri o stabili. Ma non bastò anche perché, tardarono i regolamenti per la sua applicazione tanto che il governo Letta fu costretto a ritornare sull'argomento. Fu emanato il Decreto del Presidente del Consiglio (Dpcm) con il regolamento che includeva la rete fissa di Telecom tra gli “attivi di rilevanza strategica nel settore delle comunicazioni” sui quali il governo ha i poteri speciali, per l'attuazione della legge sul golden power (il Dpcm 30 novembre 2012, numero 253, “recante individuazione delle attività di rilevanza strategica per il sistema di difesa e sicurezza nazionale”). Ma evidentemente nemmeno questi ulteriori provvedimenti riescono ad impedire l'assalto alle nostre aziende.

Riccardo Pedrizzi

 

Il destino di un popolo e di un vescovo

A sessanta anni esatti dai tragici fatti di Ungheria – dove le legittime aspirazioni di libertà e indipendenza di un popolo furono schiacciate dall’intervento armato dell’Armata Rossa - è opportuno, anzi doveroso, rendere omaggio, visto anche il silenzio assordante che ha caratterizzato questa ricorrenza, ai protagonisti di quei terribili giorni: ai caduti per la libertà del 1956 ungheresi, ai combattenti e alle vittime di un moto generoso, condannato all'isolamento e alla sconfitta in un mondo percorso dalle tensioni e dalle logiche della guerra fredda.

La sollevazione ungherese contro lo stalinismo fu il segno più grande della resistenza opposta alla pressione del totalitarismo comunista. Si trattò di una resistenza repressa brutalmente in quell’ottobre di sessant'anni fa, ma che sarebbe riemersa, nel corso dei decenni successivi nella vita dei popoli sottoposti ai regimi dispotici del socialismo reale.

La rivoluzione ungherese rappresentò, infatti, il tentativo generoso di scardinare un ordine imposto dall'esterno, di riappropriarsi della libertà di scegliere il proprio ordinamento e le proprie istituzioni, il proprio modo di vivere e di essere. Ma nell'epoca della guerra fredda, per quella rivoluzione non c'era futuro: fu infatti una rivoluzione calunniata dal comunismo internazionale. Per più di tre decenni venne bollata come “controrivoluzionaria” dal regime imposto a Budapest dai sovietici. A questo giudizio, purtroppo, si accodò quasi tutta la sinistra italiana, o almeno la sua parte più importante. Si trattò di un errore storico la cui gravità non può certo essere alleggerita dal fatto che si era nel mezzo della guerra fredda, e dunque si doveva scegliere di stare o di qua o di là perché non esisteva una terra di nessuno.

Aveva ragione, invece, Hannah Arendt, quando, riferendosi ai rivoltosi, scrive che il loro movente era la libertà, nel segno della democrazia contro la dittatura, della libertà contro la tirannide.

In realtà, quando l'insurrezione, in pochi giorni, giunse alla richiesta del ritiro delle truppe russe, alla fine del partito unico, e al ripristino del pluralismo, scattò la repressione spietata e furono i carri armati sovietici a soffocare, su richiesta di Kàdàr, la rivoluzione popolare.

Quando il tentativo di riconquistare la libertà venne sconfitto, tutto sembrò ripiombare nella cupa realtà di un regime dittatoriale, ma il dissenso che si è manifestò in modo così palese nel 1956 non scomparirà, ma tornerà a riproporsi nel 1968 a Praga e, poi, negli anni successivi nei cantieri di Danzica.

L'utopia di un socialismo riconciliato con la democrazia e con la Nazione continuerà a tormentare i regimi dispotici fino al 1989, anno in cui crollerà il muro di Berlino, e saranno vere le parole di Francois Furet: “Il comunismo, che non ha mai concepito altro tribunale che la storia, si ritroverà condannato dalla storia alla scomparsa. Cadrà perché non è riuscito ad essere parte della storia democratica”.

Non tutti compresero l'autentica natura e la portata della rivoluzione ungherese nel momento in cui veniva sopraffatta dalla violenza dell’intervento sovietico. Lo comprese una parte, solo una parte, della sinistra italiana. Un'altra parte si rifiutò di intendere, non ne fu in grado, non volle e giunse, in ritardo, alla revisione delle proprie posizioni e alla comprensione piena del valore di quello storico avvenimento. Pagò, col tempo, un prezzo enorme alla sua cecità.

Un prezzo altrettanto enorme lo pagò quella che in quel periodo veniva definita “la Chiesa del silenzio” ed, in particolare, tutti coloro che non vollero piegarsi alla dittatura sovietica ed alla ideologia marxista, come il Primate d'Ungheria József Mindszenty che fu costretto, quando la rivolta fu repressa, a rifugiarsi nell'ambasciata americana a Budapest, dove visse per un oltre un decennio praticamente segregato, condividendo le sofferenze del suo popolo fino alla sua partenza per Vienna.

József Mindszenty era nato a Csehimindszent nel lontano 29 marzo del 1892 da una famiglia povera e contadina di discendenza tedesca; a 13 anni entra in seminario ed a 23 anni è ordinato sacerdote. Due anni dopo insegna religione e già da quel tempo – siamo all'epoca della velleitaria ma terroristica repubblica di Béla Kun – le sue prediche ed i suoi scritti sono caratterizzati dalla veemenza con la quale si scaglia contro il “terrorismo rosso” ed i “metodi e lo spirito materialista”, in nome delle tradizioni del nobile popolo magiaro ed in nome dei valori perenni dello spirito e della religione cattolica, valori per i quali in seguito tante sofferenze dovrà sopportare.

Per questo viene gettato, senza processo, in carcere. Dopo la sua liberazione Mindszenty riprende la crociata anticomunista ancora più intransigentemente ed ancora con più decisione di prima, per questo egli non si limita alle prediche, ma ingrandisce la parrocchia sua e quelle del circondario, apre nuove scuole cattoliche, intensifica la propaganda della dottrina cattolica e dei Papi di Roma.

Nel 1944 egli viene nominato Vescovo di Veszprém, poche settimane prima che le truppe dell'Asse dilagassero all'Est. I rapporti con “il nuovo paganesimo” - così definirà il nazionalsocialismo il prelato – non sono dei migliori anche se non può disconoscere l'impegno delle forze che si battono contro lo stesso nemico di sempre: il comunismo ateo e materialista.

Avvenuto il crollo, Mindszenty cerca di raccogliere di nuovo il suo gregge intorno a sè, di ridare forze e speranza ai suoi sacerdoti affinché non si lascino mettere il bavaglio dai “rossi” che ormai avanzano su tutti i fronti, incontrastati.

È lo scontro – che non è solamente tra due movimenti, ma tra due concezioni della vita, tra due sistemi, tra due mondi addirittura – avviene in occasione della sua nomina, da parte di Papa Pio XII, a primate d'Ungheria. La scelta, naturalmente, non poteva essere migliore in quel tempo.

La prima battaglia a cui partecipa il cardinale è quella che vede impegnati i partiti politici sulla riforma agraria che Mindszenty avversa con tutto il suo clero, girando e predicando di persona, inviando direttive e pastorali ai suoi fedeli, appoggiando tutti quei partiti, movimenti e gruppi che si dichiarano apertamente anticomunisti. E la battaglia è vinta, uscendo sconfitti dalla competizione non solamente i comunisti ma anche i socialdemocratici.

Non si ha nemmeno, però, il tempo di rallegrarsi che subito dopo, nel 1947, alle elezioni, i comunisti raggiungono la maggioranza relativa. E per l'Ungheria è la fine! Attraverso, infatti, la conquista del potere dal di dentro, il Partito Comunista elimina ad una ad una tutte le libertà, a partire da quella di riunirsi in partiti e associazioni. Iniziano così le elezioni a lista unica e bloccata, passano tutte le leggi volute e proposte dal partito comunista: da quella agraria che il popolo aveva respinto a larga maggioranza, a quella che scioglie le organizzazioni religiose, a quella che nazionalizza le scuole cattoliche.

Ormai il Principe cattolico non ha più alcuno strumento di propaganda nelle mani, al di fuori delle riunioni che egli stesso tiene ai suoi fedeli nelle parrocchie di tutto il “suo” Paese, ma anche queste vengono, il più delle volte, sciolte o disturbate dalla polizia.

Eppure egli non si arrende, instancabile, pur essendo consapevole, come ebbe a dire al cardinale Spellman, il quale gli chiese se temesse un arresto a breve scadenza, di esserlo già in pratica; pur sapendo che i tentativi di attentati alla sua vita si susseguivano e si moltiplicavano ad opera e per ordine di Rákosi, capo del comunismo magiaro, che per eliminarlo non seppe far di meglio che un processo, i cui capi d'accusa, ridicolmente e paradossalmente, erano: spionaggio, complotto contro lo Stato, alto tradimento e traffico di valuta.

Bisogna attendere il 1956, anno della sfortunata ma generosa insurrezione ungherese, per vedere in libertà il Cardinale, che con lo stesso entusiasmo e lo stesso ardore di prima è tra i suoi concittadini per dare speranza, per incitare alla resistenza, per confortare, per benedire e dare l'assoluzione ai coraggiosi che cadono sotto i colpi dei carri armati.

Poi il silenzio.

Tutti ricordano come si concluse l'eroica rivoluzione di quel popolo che aveva sperato, invano ed ingenuamente, nell'aiuto dell'Europa e degli Stati Uniti d'America. Ingenuamente, perchè aveva dimenticato che vi era stata una Yalta che per sempre aveva diviso il mondo in due zone d'influenza e che purtroppo l'Ungheria era capitata in quella sovietica.

Mindszenty si rifugia nell'ambasciata americana e là vive per anni. Dimenticato, scomodo personaggio che infastidisce e crea solamente problemi alla nuova politica di distensione, al dialogo alle aperture conciliari, fino a quando accetta di partire per l'esilio in Austria solo per obbedire ad un ordine che arriva dal Vaticano. “Accetto la mia partenza – disse – come la croce più pesante della mia vita”.

Riccardo Pedrizzi

 

È guerra di religione e di civiltà

Papa Francesco, come tutti possono constatare, sta facendo di tutto per evitare che la cristianità ed il mondo cattolico ,in particolare, si senta in guerra con l'islam pur parlando spesso di guerra globale “a pezzi”.

Eppure sono, prevalentemente ed in numero sempre crescente, i cristiani a subire massacri, ad essere uccisi, perseguitati e discriminati soprattutto da parte del fondamentalismo islamico.

Eppure è l'Occidente ad essere sotto attacco dei radicalismi islamici che hanno dichiarato un vera e propria guerra di religione, ritenendo che sia stato il cristianesimo a forgiare, caratterizzare e "civilizzare" il mondo occidentale, l'Europa, la nostra storia, la nostra cultura, il nostro modo di vivere e di pensare.

Il pontefice - diciamoci la verità - in questo tentativo di offrire all'intera umanità ed ai cattolici un criterio di giudizio “politicamente corretto”, che eviti di presentare lo scontro in atto come uno scontro epocale di civiltà e di religione, interpreta di fatto un sentimento diffuso non solo in un'opinione pubblica disorientata e spaurita, ma anche in una parte del mondo cattolico che non “considera più le differenze religiose come significative e dimentica che per l'Islam l'essenza della persona è segnata dall'appartenenza alla comunità islamica. E' la perdita d'identità cattolica tra cattolici che rende a loro non comprensibile la permanenza della identità islamica... E la coscienza stessa dei cattolici è sensibile alle piaghe che affliggono l'uomo, non a quelle che, nel mondo comunista ed islamico, affliggono i credenti in quanto tali... La fame nel mondo mobilita i cattolici, come è giusto, ma non vi è un istinto di solidarietà con i cristiani perseguitati. (...) La decadenza del cattolicesimo nei cattolici spiega il fatto che tra cattolici l'offesa fatta ai cattolici non susciti un sentimento di identificazione”. Lo scriveva profeticamente già nel 1997 Don Gianni Baget Bozzo nel suo libro "Il futuro del cattolicesimo. La Chiesa dopo Papa Wojtyla" (Edizioni Piemme Casale Monferrato).

Purtroppo questa situazione di quasi vent'anni fa oggi è aggravata dalla circostanza che mancano personaggi di rilievo come San Giovanni Paolo II, Don Giussani, il Cardinale Biffi, ecc. ecc. ed è assente un'autentica cultura cattolica essendo rappresentata attualmente da intellettuali che, affetti dal mito del pacifismo, continuano a sostenere ideologie superate e bocciate dalla storia di un tipo di terzomondismo acritico ed arrendevole.

Questo quadro d'insieme delle cause che hanno portato alla situazione attuale è stato molto bene delineato da Angelo Panebianco che sul “Corriere della Sera” ha scritto: “C’è un problema per le classi politiche che devono affrontare l’emergenza. C’è un problema per gli intellettuali, molti dei quali ancora impantanati, quando si parla di Islam, nelle trappole del politicamente corretto. E c’è un problema per le Chiese cristiane, quella cattolica in primis. L’impressione è che, per ragioni essenzialmente geo-religiose, una parte della Chiesa (non tutta certamente) si sia rassegnata a dare per perduta l’Europa secolarizzata, ad assumerla come definitivamente dimentica della sua tradizione cristiana, e che per questo stia scommettendo su altre aree del mondo. Perdendo di vista il fatto che un Cristianesimo che allentasse troppo i suoi legami con l’Europa diventerebbe molto diverso da ciò che è stato. Se questa impressione fosse esatta, allora bisognerebbe dire che quella parte della Chiesa starebbe commettendo un grave errore. L’attacco di Saint-Etienne-du-Rouvray dovrebbe aprirle gli occhi”.

Questo spiega perché dopo ogni attentato, ogni strage, ogni massacro si assiste alla liturgia delle solite reazioni “a caldo”, alle cerimonie funebri più o meno partecipate, ai discorsi ufficiali delle autorità delle singole nazioni, alla partecipazione solidale di qualche capo di Stati amici, alle trite e ritrite analisi degli esperti di turno, alle promesse di nuovi interventi legislativi e di pubblica sicurezza. Poi tutto torna come prima... La vita continua, si dice. La vita deve continuare. Ed è giusto che sia cosi.

Ma i caduti aumentano: solo nel 2015 sono stati 30 mila e nel 2016 ci sono stati gli attentati all'aeroporto di Bruxelles del 22/3 con 32 vittime e le stragi di Pasqua a Lahore in Pakistan con 72 massacrati e 360 feriti; di Nizza del luglio scorso con 250 tra morti, feriti e dispersi ed, infine, per ora, di Dacca con 24 morti di cui 9 italiani, che sono stati torturati e sgozzati in quanto cristiani. Si sono salvati solo coloro che sapevano recitare il Corano. Così come si salvarono nel 2015 solo i giovani studenti che nel campus universitario di Garissa, in Kenia, poterono dimostrare che erano mussulmani; tutti gli altri, 150 cristiani, furono massacrati.

Nizza è una città che può praticamente considerarsi italiana, oltre che francese. Come si può dire che l'Italia non c'entra, che poiché finora l'abbiamo fatta franca, possiamo far finta di niente?

Infine l'uccisione del sacerdote Don Jacques Hamel che celebrava la messa feriale del mattino, nella “sua” chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, parrocchia di 20 mila anime della diocesi di Rouen, nel cuore della Normandia. Con lui, come ogni mattina, tre suore e pochi altri fedeli, i due “soldati” dello Stato islamico lo hanno costretto a mettersi in ginocchio e lo hanno sgozzato. Don Jacques è morto così, in odio alla fede. Quel che è successo nella diocesi di Rouen è un salto di qualità del terrorismo islamico in Europa.

Forse è proprio per questo che Papa Francesco su questo ultimo assassinio è intervenuto con forza come mai aveva fatto nel passato, collegando il martirio del sacerdote francese a quello di Nostro Signore: dal «mistero di Cristo incomincia tutta la storia del martirio cristiano, dai primi secoli fino ad oggi. I primi cristiani hanno fatto la confessione di Gesù Cristo pagando con la loro vita... … Questa storia si ripete fino a oggi; e oggi nella Chiesa ci sono più martiri cristiani che non ai primi tempi. Oggi ci sono cristiani assassinati, torturati, carcerati, sgozzati perché non rinnegano Gesù Cristo. In questa storia, arriviamo al nostro père Jacques: lui fa parte di questa catena di martiri. I cristiani che oggi soffrono – sia nel carcere, sia con la morte o con le torture – per non rinnegare Gesù Cristo, fanno vedere proprio la crudeltà di questa persecuzione. E questa crudeltà che chiede l'apostasia – diciamo la parola – è satanica.... ...Padre Jacques Hamel è stato sgozzato sulla Croce, proprio mentre celebrava il sacrificio della Croce di Cristo... ...è stato assassinato come fosse un criminale. Questo è il filo satanico della persecuzione... ...Ha dato la vita per noi, ha dato la vita per non rinnegare Gesù. Ha dato la vita nello stesso sacrificio di Gesù sull'altare e da lì ha accusato l'autore della persecuzione: “Vattene, Satana”»...

Anche il Santo Padre, dunque, si è reso conto che siamo entrati in guerra e non da ora ma dall'attacco dell'11 settembre alle torri gemelle, a New York nel 2001, e, dalla strage alla stazione di Atocha a Madrid nel 2004, tanto per citare solo i fatti e le situazioni più eclatanti e senza evidenziare tutti i massacri.

Nel mondo si contano infatti 150 milioni di fedeli che soffrono a motivo del loro credo secondo i dati diffusi dalla Ong Open Doors. In 700mila sono fuggiti dalla Siria in 4 anni, il 70% dei cristiani ha lasciato l’Iraq dal 2003. Nel solo 2015 sono 7100 i fedeli uccisi e 2400 le chiese bruciate. A causa del Vangelo in Corea del Nord circa 70mila persone sono in carcere, mentre in Pakistan ogni anno 700 donne sono vittime di conversioni forzate. Nel 2014 erano stati 4344 i cristiani uccisi e 1062 le chiese distrutte. Nel 2013 ne furono uccisi 2123 e le chiese distrutte 1111. E' un crescendo di uccisioni e di stragi.

Inoltre assistiamo a un esodo di cristiani mai visto prima e sebbene sia noto ciò che accade in Medio Oriente, molto meno note sono invece le migliaia di cristiani nigeriani che partono dai 12 stati del nord della Nigeria o dalla zona centrale del paese. In queste aree, come anche in Siria, in Iraq, in Sudan (Nuba), in Somalia e nel nordest del Kenya, la persecuzione assume la forma di una sorta di pulizia etnica.

Il massimo attacco ai cristiani è, portato in Corea del Nord, Iraq, Eritrea, Afghanistan, Siria, Pakistan, Somalia, Sudan, Iran. Queste le nazioni “bollino rosso”, ma nella lista ce ne sono tante altre come riporta la Ong “Open Doors”.

E' una guerra, insomma, con il terrore che è venuto a cercarci nelle nostre case, nelle nostre chiese... che ci ha gettato nella paura. Non ci sono più luoghi dove saremo al sicuro, perché non abbiamo le possibilità di difenderci, di prevenire.

Quale sarà il prossimo obiettivo? La gita scolastica dei nostri figli? Il concerto? L'inaugurazione di una mostra, di un negozio? La partita di calcio? Ogni momento della nostra vita civile e sociale può essere l'occasione per massacri e stragi, per abbattere la nostra libertà, la nostra civiltà, tutto ciò di cui viviamo. E' questo il bersaglio del terrorismo islamico. E nessuno può illudersi di essere al sicuro, siamo tutti “crociati” perché occidentali, europei, italiani, con l'aggravante che non capiamo nemmeno per cosa moriamo e cosa rappresentiamo perché da parte nostra non sappiamo più chi siamo.

E' evidente che la questione ci riguarda da vicino, eppure basta una partita di calcio della squadra dell'Italia per far dimenticare in poche ore stragi ed atroci delitti.

Il Medio Oriente è arrivato da noi, è tra noi, per cui non possiamo ripiegarci su noi stessi ed accontentarci di soluzioni tipo “più intelligence”, “più coordinamento” tra forze di polizia, “più dialogo”, “più integrazione”, “più tolleranza”. Non possiamo continuare con una politica suicida ed ideologica per cui l'islam non c'entra nulla. Non possiamo persistere con l'attenuante del disagio delle periferie, della drammaticità dell'emigrazione, della mancata integrazione e cosi via: queste sono le analisi rassicuranti ed anestetizzanti delle classi politiche attualmente al governo negli Stati europei (Si pensi alle statue velate per non turbare la sensibilità di un politico iraniano, in visita in Italia.).

C'è da rilevare però la schizofrenia che ci ha colpito: da una parte nei popoli europei, che vedono colpite le nostre città e le nostre chiese, la nostra civiltà e la nostra religione, crescono la domanda di sicurezza, il desiderio di ricostruire delle identità forti, la voglia di fermare l'onda lunga e travolgente di masse di immigrati; dall'altra, però, i cittadini restano insensibili di fronte agli appelli, alle preghiere di chi è nell'occhio del ciclone e soffre sulla propria carne una situazione ancora più drammatica come Amel Shimon Nona, l'arcivescovo di Mosul, la città assediata e martire dell'Iraq: «Per favore, cercate di capirci. I vostri principi liberali e democratici qui non valgono nulla. Occorre che ripensiate alla nostra realtà in Medio Oriente perché state accogliendo nei vostri Paesi un numero sempre crescente di musulmani. Anche voi siete a rischio. Dovete prendere decisioni forti e coraggiose, a costo di contraddire i vostri princìpi. Voi pensate che gli uomini siano tutti uguali. Ma non è vero. L'islam non dice che gli uomini sono tutti uguali. I vostri valori non sono i loro valori. Se non lo capite in tempo, diventerete vittime del nemico che avete accolto in casa vostra».

Alla luce di questa drammatica esperienza dobbiamo attrezzarci, non solo con l'intelligence e gli apparati di sicurezza, ma sopratutto culturalmente e spiritualmente e la strada obbligata non può che essere quella del recupero di quel grande patrimonio di pensiero, di tradizioni, di esperienze, di valori che riportano inevitabilmente a quelle radici cristiane che hanno fatto di noi europei ed occidentali quelli che siamo.

E dobbiamo essere liberi di dire che quella in corso è una guerra di religione che ci è stata dichiarata, che è uno scontro di civiltà che ci vede protagonisti... per ora passivi.

Dovremo affrontare prove durissime perché i nostri nemici sono tanti ed in mezzo a noi. Far finta di nulla, girare la testa dall'altra parte non è più possibile pena la fine del mondo che conosciamo, dell'Occidente e dell'Europa che se muoiono è perché sono stanchi di vivere e non perché i suoi nemici siano invincibili.

Riccardo Pedrizzi

 

Il Giubileo della Misericordia

La domanda da porsi è quale Giubileo stiamo vivendo. Una domanda che bisogna porsi per l'importanza dell'evento, ma anche perché pare che manchi una visione complessiva dell'evento, soprattutto dopo i terribili tragici attentati del fondamentalismo islamico.

L'unica visione globale è quella religiosa tracciata da S. S. Francesco, nella Bolla di indizione del Giubileo straordinario “Misericordiae vultus”, che sta orientando il mondo cattolico e, quindi, dovrebbe orientare anche l'azione dei laici cattolici impegnati nel sociale. Ma questa visione prevalentemente religiosa dovrebbe essere integrata da una altrettanta lucida valutazione ed azione nel campo politico, economico, sociale e dei costumi che da questo avvenimento dovrebbero essere interessati.

Governo ed amministrazioni hanno perduto tempo prezioso ed ora registriamo una situazione se non di emergenza, almeno di vuoto di proposte e di eventi.

L'Italia, di fatto, sta restando spettatrice di un evento che pure la riguarda in tutti gli aspetti e che sarebbe dovuto divenire il grande propulsore, non solo economico, ma anche culturale, morale e spirituale. Il Giubileo non è solo un affare, (che non ci sarà a seguito della diffusa paura di attentati) ma dovrebbe essere un grande momento di tensione morale.

I Giubilei per Roma, per l'Italia e l'intera cristianità hanno costituito sempre un momento di grande tensione spirituale e culturale, hanno avuto influenza sui costumi, sull'arte, sull'economia, sulla politica.

Questo Giubileo avrebbe dovuto rappresentare una tappa importante verso il rinnovamento del “modello di civiltà” che in tutto il mondo è entrato in crisi per l'incertezza dei valori di riferimento. Non so, per la verità, se questa opportunità sia stata colta. Avrebbe dovuto tendere alla formazione di una nuova coscienza e di una tensione spirituale in grado di riportare l'etica nella politica, nell'economia e nella finanza e la solidarietà nella vita civile. Mi pare che ciò non stia avvenendo. E cosa ne è stata della riqualificazione dell'ambiente, naturale ed antropico (cfr. Enciclica “Laudato SI”). Chi sta arrivando a Roma e in Italia per il Giubileo sta trovando un'Italia avviata alla sua rigenerazione, che ha lasciato alle spalle la corruzione? Non sembra proprio. Di fronte a questa situazione il Giubileo si regge solamente sulla spiritualità e sulla cultura cristiana, elementi che ci appartengono e ci distinguono.

Per questo bisognerebbe in questi ultimi mesi agevolare la visita ai siti religiosi, di cui il Lazio è particolarmente ricco.

L'intero sistema bisognava fosse integrato con i territori contermini a nord e sud del Lazio, offrendo la possibilità di un collegamento funzionale con l'Umbria, le Marche e con l'Italia meridionale, anche nella prospettiva di un naturale ponte, in questo particolare momento di tensione, verso gli altri Paesi del Mediterraneo ed in particolare verso la Terra Santa, sia per recuperare una naturale funzione storica, sia per inserirsi nell'ambito della visione giubilare della Chiesa che tende a coinvolgere nell'evento numerosi santuari del Sud ed a proiettarsi verso Gerusalemme.

Il Santo Padre nella sua Bolla di indizione del Giubileo ha stabilito «che in ogni Chiesa particolare, nella Cattedrale che è la Chiesa Madre per tutti i fedeli, oppure nella Concattedrale o in una chiesa di speciale significato, si apra per tutto l'Anno Santo una uguale Porta della Misericordia. A scelta dell'Ordinario, essa potrà essere aperta anche nei Santuari, mete dei tanti pellegrini» (Cfr. Papa Francesco, “Misericordia Vultus”, Bolla di indizione del Giubileo straordinario della Misericordia, Roma 11 Aprile 2015). Occorre tener conto che molti pellegrini verranno con i propri mezzi e che quindi attraverseranno sia la Toscana che l'Umbria, se provenienti dal nord, l'Abruzzo e la Campania se provenienti dal Sud.

«Il pellegrinaggio è un segno peculiare dell'Anno Santo, perchè è icona del cammino che ogni persona compie nella sua esistenza. La vita è un pellegrinaggio e l'essere umano è viator, un pellegrino che percorre la strada fino alla meta agognata. Anche per raggiungere la Porta Santa a Roma e in ogni altro luogo, ognuno dovrà compiere, secondo le proprie forze, un pellegrinaggio» (Cfr. Bolla “Misericordia Vultus”, già cit.).

Pertanto, oltre le vie di comunicazione ordinarie, occorre tener presenti quelle più correlate alla civiltà dei pellegrinaggi. In tal senso un asse di assoluto rilievo è quello che unisce Padova, Loreto, Assisi a Roma.

Altri itinerari religiosi sono quelli che partono o toccano i santuari del Sud, tra cui san Nicola di Bari, Monte San Michele in Gargano e San Giovanni Rotondo. L'asse viario fondamentale è quello incentrato sulla via Appia. Un terzo itinerario religioso inizia a San Francesco di Paola e passa attraverso i santuari di Montevergine, della Madonna di Pompei, Cassino e San Vincenzo al Volturno.

Di gran rilievo è la Via Francigena, da percorrere anche a piedi sul modello del Cammino di Santiago.

In base a quanto detto riteniamo che il Giubileo possa riguardare l'intero territorio nazionale, anche per questioni economiche e di sviluppo.

Ma queste ultime non possono e non debbono mai far passare in second'ordine il significato spirituale del Giubileo. «È inutile far tanti apprestamenti e apparecchiamenti per l'Anno Santo se manca, nelle anime, l'essenziale premessa che fu ed è la sua ragion d'essere: il senso del peccato. Le fiumane di pellegrini che saranno scaricate a Roma dai treni, dai carrozzoni a motore, dagli aeroplani e dagli alianti saranno profittevoli al commercio della chincaglieria sacra, all'industria alberghiera, alle ferrovie dello Stato e alle società di navigazione marittima ed aerea ma non avranno importanza alcuna nell'ordine morale e spirituale se non sarà per tutti, forte e chiaro, il senso del peccato. L'Anno Santo non si riduce all'apertura delle porte, alle cerimonie nelle basiliche, alle processioni e udienze ufficiali; esso è una periodica ma straordinaria offerta di perdono che la Chiesa rivolge ai figli sparsi sulla Terra. Chi non sente in sé il peccato, il paziente e sincero proposito di sottoporsi all'umiliazione di un'efficace penitenza, non può essere considerato un verace “romeo”; sarà tutt'al più un curioso ed economico turista che approfitta della buona occasione per fare una rapida scorribanda fuori di casa» (Cfr. Giovanni Papini “Quale Giubileo?” prefazione di Massimo Baldini, Ed. La Locusta, Vicenza 1998).

È questo invece il momento di “contemplare il Ministero della Misericordia” ... che “è fonte di gioia, di serenità e di pace” - scrive Papa Francesco nella sua Bolla – … “È per questo che ho indetto un Giubileo Straordinario della Misericordia”, proprio come nel 1924, nel giorno dell'Ascensione, aveva fatto con la Bolla “Infinita Dei Misericordia” Pio XI, per il quale «l'Anno Santo non dev'essere soltanto, secondo la sua preghiera, un ritrovo di romei, uno spettacolo liturgico, un rinfocolamento di devozioni, una conquista di straordinarie indulgenze. Deve essere innanzitutto il principio della pace, di quella vera pace che restituisca all'umanità torturata e torturante il lume d'un primo riposo. E questa pace avverrà solamente attraverso una quadruplice riconciliazione. Riconciliazione perfetta d'ogni uomo con Dio. Riconciliazione sincera tra cittadini e cittadini d'uno stesso popolo. Riconciliazione leale tra popolo e popolo. Riconciliazione amorosa dei Cristiani separati con la Chiesa Universale» (Cfr. Giovanni Papini, già cit.).

Come si vede Papa Francesco si pone nella tradizione cattolica, contrariamente a quanto vogliono farci credere tanti commentatori (anche all'interno della Chiesa) interessati alla “rottura con il passato”.

Basterebbe infatti leggere quale importante ruolo il Santo Padre affida e riconosce alla Vergine Maria, “Madre della Misericordia” ed ai Santi ed ai Beati che ci vengono in aiuto in questo Anno Santo.

Persino la struttura della Bolla di Francesco segue pedissequamente quella dei suoi predecessori, in particolare Pio XI con la sua Bolla “Infinita Dei Misericordia” e Giovanni Paolo II: la misericordia, il pellegrinaggio, la purificazione, la carità per i più bisognosi ed ai poveri, la memoria dei martiri e dei santi, la centralità di Maria. Questo Giubileo dunque è un invito alla conversione per tutti noi per ottenere indulgenza, ossia la misericordia del Signore.

Pertanto sono d'accordo con il Capo della Procura Nazionale Antimafia, Roberti, che ricordando che il Papa ha deciso che il Giubileo della Misericordia possa essere vissuto anche nelle nostre case, ha detto che è pensabile che “col clima di paura che c'è, molti fedeli non verranno a Roma. Ma cancellare o rinviare il Giubileo no, sarebbe stato una sconfitta. Una vittoria dei terroristi”.

In conclusione, questo Giubileo dovrà dichiarare bene l'intento per il quale è stato istituito: l'invito alla conversione di tutti gli uomini per ottenere indulgenza, ossia misericordia del Signore. E deve far comprendere bene che la misericordia del Signore e il Suo perdono, si può sperare di ottenerli solo osservando i Comandamenti, abbandonando ogni condotta malvagia, scisma ed eresia. Dio si è fatto vicino, abita in mezzo a noi, non è un Essere lontano e impersonale.

Senza la conversione, la misericordia non fa scomparire vizi e peccati.

Riccardo Pedrizzi

 

Il risparmio, un valore e una virtù

Senza troppi giri di parole ed andando subito al cuore del problema dico subito che nella vicenda di Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e Carichieti, molti piccoli risparmiatori sono stati gettati sul lastrico, perdendo buona parte dei propri risparmi, per questo dovranno essere ristorati e bisognerà che al più presto il governo ponga termine a questa situazione di ingiustizia.

Ora è tutto un rimpallarsi di responsabilità e di accuse, dopo il decreto del governo che bene o male ha salvato queste quattro banche.

Di chi è la colpa?

Dell'Unione Europea? della Commissione Europea che pretende di applicare quelle norme votate dalla maggioranza dei deputati italiani al Parlamento europeo nella primavera del 2014 sui salvataggi delle banche? Di Bankitalia che non ha vigilato sulla stabilità delle singole banche? Della Consob che non ha controllato la qualità dei prodotti finanziari venduti?

Dinanzi a vicende come queste bisognerà però avere grande responsabilità, tenendo sempre presente il “bene comune”.

Solo partendo da questa premessa, è possibile avviare una seria riflessione sui rapporti tra risparmiatori e sistema finanziario e sulla necessaria riforma delle Autorità di controllo.

È infatti indubbio che con i fatti degli ultimi mesi sia venuta alla luce, in un certo senso, una debolezza nel sistema istituzionale dei controlli del nostro Paese. Eppure dopo gli scandali Parmalat, Cirio, Giacomelli, i tango bond argentini, Lehman Brothers e gli altri gravissimi fenomeni del risparmio tradito, che bruciarono oltre 50 miliardi di euro ad 1 milione di famiglie, Parlamento, Governi ed autorità vigilanti, avevano garantito che non sarebbe stato più consentito far finire nel portafoglio dei piccoli risparmiatori titoli rischiosi od obbligazioni tossiche, soprattutto quelle emesse dalle banche per finanziare le loro attività di raccolta, spesso spregiudicata, del pubblico risparmio. Pensavamo che dopo quegli scandali, le norme varate in grande quantità potessero salvaguardare i risparmiatori.

Va detto però, per onore di cronaca, che in questa ultima vicenda sono coinvolti 10.500 risparmiatori con 340 milioni di bond (il resto, per un totale di 768 milioni, è stato comprato da fondi, banche, investitori istituzionali). Il caso Parmalat – si ricorderà – coinvolse 150mila risparmiatori per 14 miliardi di euro, Cirio fu un crack da 1,12 miliardi che interessò 35mila risparmiatori. Come si vede le dimensioni di questi ultimi “buchi” sono molto diverse.

Sta di fatto, però, che ancora una volta il rapporto fiduciario che lega banca e cliente è stato violato dalla banca, che è la parte più forte e ciò che è emerso anche in questa brutta vicenda delle quattro banche italiane è una cattiva gestione, sono i notevoli ed evidenti conflitti di interesse, è la scarsa preparazione finanziaria dei risparmiatori, infine è riemersa l'insufficienza delle autorità di vigilanza.

Voglio, innanzitutto, rammentare che in Italia la difesa del risparmio è sancita dalla nostra Costituzione, che nell'art. 47 recita: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina e controlla l'esercizio del credito”.

Il risparmio, frutto del lavoro e di una autolimitazione nei consumi, è una virtù ed un valore sociale e va valutato, quale “ricchezza della Nazione” e quale “ricchezza dell'Europa”.

Esso è in primo luogo una virtù, perchè è una forma di responsabile previdenza, di cui la persona, o la famiglia, si fa carico facendo sacrifici ed evitando le sirene del consumismo e le spese voluttuarie; ed è un valore perchè è sudato “lavoro del passato”, che mutandosi in credito e capitale d'investimento e combinandosi di nuovo col lavoro del presente e del futuro, è il fattore imprescindibile dell'ulteriore sviluppo economico e del benessere della comunità.

Questa sana concezione del risparmio non da oggi è stata travisata e distorta, così come il concetto di investimento, perchè il sistema, in particolare il mondo occidentale più sviluppato, ha creato la figura del “consumatore”, che progressivamente è andata sostituendo quella del “risparmiatore” e del “proprietario”, sacrificati sull’altare del consumo. Ecco perchè non si celebra più la «giornata del risparmio».

Nonostante la crisi, però, le famiglie italiane hanno continuato a risparmiare e la loro ricchezza finanziaria è salita fino a quasi 4.000 miliardi di euro. Da qualche mese gli italiani stanno recuperando quanto perso nella crisi. Nel 2006, il valore delle attività finanziarie aveva superato i 4.000 miliardi di euro. Nel 2011 era crollato poco sopra i 3.400 miliardi (erano stati bruciati oltre 600 miliardi di ricchezza). Poi è iniziato un graduale recupero, fino ad avvicinarsi ai 3.900 miliardi. A settembre del 2015, ogni italiano aveva a propria disposizione poco più di 64.000 euro investiti in attività finanziarie: 6.200 in più del 2011, ma ancora 5.800 in meno del 2006.

Ancora oggi la famiglia italiana dispone di una ricchezza doppia di quella americana, tanto per dare un'idea. Altrettanti miliardi sono investiti nel mattone.

Nei Paesi con struttura finanziaria evoluta, a partire dagli anni Ottanta al secolo scorso, si è sviluppata la tendenza al contatto diretto sul mercato tra le banche e le imprese che richiedono mezzi di finanziamento e i risparmiatori che acquistano obbligazioni o titoli azionari immessi sul mercato dalle stesse banche ed imprese. Si è trattato di una trasformazione profonda rispetto a quanto accadeva in precedenza.

Oggi, pertanto, dinanzi ad una richiesta sempre crescente di risparmio, assistiamo ad uno spostamento del rischio stesso, direttamente in capo agli investitori privati.

Si è trattato di un cambiamento epocale rispetto al quale, probabilmente, non vi è stata piena consapevolezza.

Complessivamente gli scandali finanziari hanno mostrato l'esistenza di carenze sotto molti punti di vista: non hanno funzionato i controlli, né quelli interni, né quelli della sorveglianza delle banche e del mercato. Ulteriori disfunzioni sono imputabili ad evidenti conflitti di interessi.

Vi è un importante ed ulteriore aspetto da sottolineare. In Italia l'universalità dell'impresa bancaria, ha determinato situazioni di conflitto di interessi proprio nel momento in cui la banca stessa attraversava una situazione di crisi. Tale conflitto ha sollecitato comportamenti anomali nel collocamento di valori mobiliari sul mercato retail, cioè dei piccoli risparmiatori. È quello che è accaduto proprio con le banche commissariate.

Per questo motivo appare necessario, in particolare, rafforzare la normativa e i poteri dell'Autorità che sovrintende al mercato finanziario (la CONSOB), soprattutto per quanto riguarda la difesa dei risparmiatori, in particolare di quelli piccoli.

Il comparto bancario italiano è entrato, di nuovo, dopo la trasformazione degli anni novanta del mille e novecento, in una fase di trasformazione, a testimonianza dell'appetibilità, per i competitori stranieri, non solo delle banche italiane, ma soprattutto del mercato domestico e del risparmio.

La situazione dell'economia italiana “bancocentrica” è nota a tutti, quindi il ruolo di gruppi stranieri nella nostra economia potrebbe essere non favorevole e alle volte destabilizzante.

Mai più dovrà essere possibile “piazzare” titoli poco affidabili e molto rischiosi, accollandone il rischio al risparmiatore, ovvero senza che quest'ultimo sia in grado di valutare approfonditamente la rischiosità dell'investimento.

In gioco c'è il bene più prezioso di cui disponiamo: il risparmio degli italiani. È necessario perciò innanzitutto effettuare un accertamento rigoroso e attento delle responsabilità, della trasparenza, della correttezza e dell'etica degli intermediari bancari, che evidentemente sono mancati nei casi recenti, sapendo bene però che il nostro sistema creditizio ha resistito ai colpi della crisi, dimostrandosi più solido di altri. Infatti noi non abbiamo dovuto effettuare salvataggi bancari miliardari, a differenza di quanto avvenuto per le banche di altri Paesi dell’Unione, dove debiti privati sono stati trasformati in debiti pubblici.

Poi occorrerà vigilare affinché le banche non usino più le famiglie come il tradizionale “parco buoi” al quale consigliare i prodotti più convenienti per l'istituto di credito che per i risparmiatori.

Oltretutto questi risparmi dovrebbero essere usati per finanziare o ricapitalizzare le imprese italiane, riattivando, cioè, quel circolo virtuoso, di cui si diceva, che prima della finanziarizzazione della nostra economia (per la verità sempre a livelli inferiori di quella anglosassone) aveva reso possibile la rinascita economica del nostro Paese.

Dobbiamo perciò ridare ai risparmiatori italiani la fiducia nel nostro sistema bancario.

In Italia nessuna autorità è preposta specificatamente alla protezione del risparmiatore. Non lo è Consob che accanto alla “tutela degli investitori”, annovera la “stabilità e il buon funzionamento del sistema finanziario”. Non è la Banca d'Italia, che deve assicurare la stabilità del sistema bancario. Bisognerebbe avere – si è detto e scritto – una singola istituzione più efficace e più politicamente responsabile. Secondo noi non basta la creazione di una nuova istituzione dedicata solo alla difesa dei risparmiatori. Occorrerebbe, avendo il risparmio una valenza costituzionale, come ha detto il Procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco, in un convegno organizzato a Roma dall'Abi e dalla Luiss, prevedere sanzioni penali. Inoltre «In linea astratta si potrebbe pensare al ritorno alla qualifica pubblicistica degli operatori, ma questo contrasterebbe con la normativa europea oltre ad essere impraticabile per ragioni storiche e socio-politiche.»... «Eppure, recenti norme quali il “bail in” o la riforma dei mutui, la prima facendo dei clienti dei soci anomali che partecipano alla ricapitalizzazione per perdite senza avvantaggiarsi degli utili e la seconda privilegiando le banche rispetto ai normali creditori, rendono urgente e necessario intervenire sulla responsabilità degli istituti di credito».

Ma nessuna istituzione, nessuna norma giuridica è efficace senza una valida e robusta coscienza etica dei singoli, senza un capitale sociale che espelle e isola chi vìola le norme e senza sanzioni morali e reputazionali che bollino col marchio di delinquenti chi truffa, froda ed inganna i risparmiatori.

Riccardo Pedrizzi

 

 

La vita continua, rotta verso Sud

Avremmo potuto continuare a parlare e scrivere di terrorismo, di attentati, di stragi, di immigrazione selvaggia, di Islam e di bombardamenti, di Turkia e Siria, Irak e Libia. Avremmo così fatto il gioco del “nemico” vogliamo invece ricominciare a pensare al nostro Paese, al nostro destino di comunità nazionale, alle nostre possibilità di crescita e di sviluppo. Per questo facciamo “Rotta verso Sud”. (La Redazione).

Il Rapporto Svimez (l'Istituto che da decenni ogni anno fotografa la situazione del nostro Mezzogiorno ed al quale la stampa riserva di solito qualche articolo solo per qualche giorno), questa estate con una frase ad effetto “Il Sud fa peggio della Grecia” è riuscita ad ottenere le prime pagine dei quotidiani e più attenzione dei mezzi di informazione solo perché lo scrittore Roberto Saviano, con una lettera aperta a Renzi ha chiesto se e chi farà qualcosa per questa parte del Paese in cui «il lavoro è come nel 1977, le nascite come nel 1860. L'aumento esponenziale dell'immigrazione coinvolge sopratutto i giovani più brillanti».

Eppure i segnali, gli allarmi, gli appelli degli istituti di ricerca, degli studiosi e di chi conosce bene la situazione in cui versa il nostro Mezzogiorno non sono mai mancati sopratutto dall'inizio della crisi del 2007, da quando, cioè, tutti i dati a disposizione segnalano che il divario tra Nord e Sud va sempre più allargandosi.

In effetti sono decenni che l'allarme viene lanciato, con la conseguenza che allarma oggi, allarma domani, poi alla fine nessuno più ascolta.

La verità è che il Mezzogiorno non è più nell'agenda politica e nel dibattito culturale ed è scomparso del tutto come «questione», nel momento in cui si è dissolto lo Stato nazionale.

Esistono, in verità segni della crescita di una rete di piccole e medie imprese (filiere e distretti industriali), ma il divario mediamente c'è e questo divario tra Nord e Sud ci appare come la risultante di un dato storico e antico.

La fuga verso il Nord

Per questo si va via e si fugge, come ha dimostrato anche la ricerca “AlmaLaurea” che, con il suo XVII Rapporto, metteva sotto osservazione, in particolare, il profilo e la condizione occupazionale dei laureati. Da questa ricerca emerge chiaramente che più disagiata è la condizione di partenza più cresce la necessità di cercare lavoro prima ed il prima possibile, ed è più difficile trovarlo, sopratutto in tempi di crisi ed al Sud.

Ancora nel dicembre del 2014, come scrisse su “Il Sole 24 Ore” Alfonso Ruffo, furono emessi altri verdetti negativi dalla Fondazione Res, dal Censis e dalla Banca d'Italia. Il Censis suggerì come la comunità si andasse sempre più parcellizzando in gruppi chiusi, separati e non dialoganti. La Fondazione Res spiegava che resta un'incompiuta la cooperazione tra imprese.

Successivamente arrivò, una vera e propria “condanna” con un saggio per i tipi di Rubbettino, che individuava la causa dei mali del Sud negli stessi meridionali, in particolare nella loro scarsa attitudine a rispettare le regole, nella scarsa fiducia reciproca, nel sospetto e invidia sociale, nel familismo amorale e poi nell'evasione fiscale e contributiva, nell'assenteismo per malattia, nell'inflazione dei diplomi e delle lauree, nel mancato pagamento delle tariffe del trasporto pubblico locale.

La colpa è sempre degli altri

A queste miriadi di difetti o, quantomeno di mancanze di qualità etiche, civiche e sociali si aggiunge un fattore che, oltre al clientelismo, la corruzione, il diffuso basso livello d'istruzione, ci accomuna veramente alla Grecia ed è “la cultura del piagnisteo”, con la tendenza d'addebitare tutti i guai del Mezzogiorno all'azione di forze esterne.

Se le cose vanno male, - ha scritto Luca Ricalfi sul “Il Sole 24 Ore” - è sempre colpa di qualcun altro: la storia, l'unità d'Italia, i piemontesi e l'occupazione, l'Europa, il Nord e il governo centrale. La politica nazionale ha ovviamente le sue responsabilità, ma si dimenticano le gravissime responsabilità delle classi dirigenti locali e sulla connivenza che la gente del Sud ha nei confronti di queste.

Proprio per questo siamo obbligati a dar ragione persino al Premier Matteo Renzi quando dice alla direzione del PD, convocata per affrontare l'emergenza Sud dopo i dati del rapporto Svimez: “Se il Sud è in difficoltà non è colpa di chi lo avrebbe abbandonato. La retorica del Sud abbandonato è autoassolutoria. L'autoassoluzione è un elemento che concorre alla crisi del Mezzogiorno”.

Vediamo ora nel dettaglio quale è la fotografia del Mezzogiorno che emerge partendo dalla situazione demografica all'occupazione.

L'anno scorso il numero dei bambini nati (174 mila) ha toccato il punto più basso non dall'inizio della crisi, ma addirittura dall'Unità d'Italia. E a compensare il calo non sono bastati nemmeno i figli degli immigranti. Nei prossimi 50 anni il Mezzogiorno perderà 4,2 milioni di abitanti, più di un quinto della sua popolazione. La composizione della sua popolazione è un fattore preso sempre poco in considerazione, ma estremamente importante. Le famiglie numerose erano l'unica ricchezza del Sud, da sempre. Ed i figli rappresentavano la vera e sicura assicurazione per le generazioni che invecchiavano, che lasciavano il lavoro e diventavano non autosufficienti. Quanti più figli si facevano più sicura era la vecchiaia. Ora, anche da questo punto di vista, il Sud d'Italia ha imboccato una strada senza ritorno: quella dell'invecchiamento demografico e dello spopolamento.

Ad accentuare gli aspetti problematici della denatalità è anche la persistente emigrazione dei giovani che contribuisce a rendere maggiore il peso relativo degli anziani sulla popolazione.

Di questo capitale umano e sociale il Sud avrebbe avuto bisogno per svilupparsi ed invece lo sta perdendo.

Per quanto concerne la condizione lavorativa e l'occupazione: al Sud lavora solo una donna su cinque. Nel 2008-20014 ha perso 622 mila posti di lavoro tra gli under 34 e ne ha guadagnati 239 mila negli over 55, con un tasso di disoccupazione under 24 che raggiunge il 56%. L'occupazione nel periodo (2008-20014) è caduta del 9% a fronte dell'1,4% del Centro-Sud; sono scomparsi cioè 576 mila posti di lavoro. Gli occupati nel Mezzogiorno scendono a 5,8 milioni ovvero il livello più basso dal 1977.

L'economia in depressione

E veniamo ai dati economici più significativi.

Nel Mezzogiorno il Pil complessivo è sceso del 9%, quello procapite è sceso al 53,7% rispetto al dato nazionale: Italia euro 26.585, Sud 16.976. La ricerca “Check-up Mezzogiorno” rileva che se il Sud crescesse da oggi al ritmo stimato per l'Italia arriverebbe al livello del 2007 solo nel 2015. I consumi di una famiglia meridionale inoltre sono il 67% di quelli di una famiglia del Centro-Sud. L'indice di produttività degli occupati del Sud già all'inizio della crisi era inferiore di 18 punti alla media nazionale.

Gli investimenti fissi lordi tra il 2008-2014 (-38,1% al Sud e -27,1% al Nord) nell'industria sono calati tre volte di più che nel Centro-Nord e quattro volte di più in Agricoltura.

Questo sta a significare che tutte le misure fino ad oggi adottate non sono servite per niente al Mezzogiorno d'Italia, nemmeno le varie leggi di stabilità.

A questo punto solo i fondi europei del ciclo di programmazione 2014-20120 potrebbero rappresentare l'unica opportunità di investimento in grado di invertire una tendenza che appare inarrestabile.

Ma l'esperienza del passato non fa prevedere nulla di buono, vista la scarsa capacità delle amministrazioni locali meridionali.

La vera criticità della spesa infatti non riguarda soltanto la quantità di risorse disponibili, ma la qualità della progettazione. I fondi per il Mezzogiorno non sono mai mancati per la verità, ma né le amministrazioni locali né i tecnici (ingegneri, commercialisti, tecnici in genere) sono stati capaci di scrivere domande di finanziamenti e di fare progetti, che Bruxelles ha approvato.

Ma questo non può bastare perché occorre cambiare prospettiva. Scrive Massimo Lo Cicero in: “Sud a perdere? Rimorsi, rimpianti e premonizioni”, (Rubbettino, 2010, p. 151.) «La teoria della crescita insegna che la prima fragilità dei deboli nasce dalla perdita della conoscenza accumulata nelle proprie radici”.

E dunque, bisogna riportare alla luce tutto il patrimonio sommerso nelle miniere e nei giacimenti della nostra storia.

Infatti solo attingendo al comune bacino dell'identità può generarsi una efficace e redditizia simbiosi tra cultura e imprese: l'economia, recuperando le sue forme naturali (cosiddetta “economia della tradizione”), tornerà così ad essere espressione culturale e la cultura, dal suo canto, potrà diventare il volano dell'economia.

La genericità del Masterplan per il Sud

C'è da evitare di perdere fondi del vecchio programma (2007-13) e bisogna poi gestire quelli del nuovo (2014-20).

Ma per avviare un programma di questa portata non sarà sufficiente il famoso “masterplan” varato dal premier Matteo Renzi. Le fanfare che annunciano, infatti, la messa a disposizione di 102 miliardi di euro non possono nascondere la dura realtà, perché in effetti di questi soldi solo 5 mld. entrano nel bilancio 2016. E' vero che questi 5 miliardi avranno «un effetto leva potenziale in grado di mettere in gioco nel 2016 investimenti per oltre 11 miliardi di euro, ma di questi solo 7 per interventi nel Mezzogiorno». Tutti gli altri 95 miliardi sono solo sulla carta.

Ma se ci sono ancora da spendere i fondi strutturali europei del periodo 2007-2013 per ben 8,8 miliardi di euro, come si pensa di utilizzare quasi 100 miliardi per i prossimi anni?

Oltretutto «il principale problema non sono le risorse, ma i meccanismi di spesa: anche se la dote per il Sud fosse il doppio o il triplo di quella attuale non potrebbe essere utilizzata attraverso il tradizionale canale delle istituzioni regionali e nazionali» ha detto Enrico Wolleb, direttore di Ismeri Europa (società di consulenza della Commissione Ue).

Per questo le critiche e gli appelli sono arrivati da più parti: “Sul Sud non c'è nulla, nemmeno un pò di minestra riscaldata visto che tra le priorità strategiche c'è la fine della Salerno Reggio Calabria che non è una novità”, ha detto il sindaco di Napoli, de Magistris, commentando la Legge di Stabilità.

E inoltre: “Il notevole battage propagandistico del Presidente del Consiglio sulla Legge di stabilità non riesce ad edulcorare la dura realtà” - si legge in una nota della Cgil calabrese ed ancora, per la presidente della Cisl Annamaria Furlan “i provvedimenti che il governo ha preso sul Sud nella finanziaria sono insufficienti, ci vuole altro, ci vuole più impegno e più investimenti”.

Persino il Presidente di Confindustria, che è in luna di miele con Renzi e con il suo governo, ha dovuto ammettere che la legge di stabilità pecca di «un'insufficiente attenzione verso i problemi del Sud».

E gli fa eco Vincenzo Boccia, presidente del comitato Tecnico Credito e Finanza della stessa Associazione degli industriali, del Masterplan del governo dice: «La cornice indicata è apprezzabile, ma va riempita di contenuti. Per ogni scelta dobbiamo dire con quali risorse, con quali modalità, con quali tempi».

Il movimento 5 stelle , dal suo canto, ha diffuso una nota in cui diceva che il governo non farà mai in tempo a spendere tutti i fondi strutturali del periodo 2007-2013.

E il movimento di Corrado Passera “Italia Unica”, ha osservato come vengono venduti come merito di questo governo i 95 miliardi di fondi strutturali che sono stati stanziati da anni, ma non vengono utilizzati per le carenze in termini di progettualità da parte delle amministrazioni regionali a guida Pd (sei su sei). Persino Francesco Boccia del PD, Presidente della Commissione Bilancio della Camera dei Deputati ha detto che “quello dei contanti non è un tema sul quale bloccare la “Stabilità”. Ce ne sono di più importanti, il Sud a esempio. Nel testo del Governo non ce né traccia”. Per non parlare, infine, di tutte le prese di posizione critiche da parte dello schieramento di Centro-destra.

Diciamo la verità questo Masterplan Sud è, come tutti gli interventi del passato, un insieme di singoli provvedimenti, mentre ci sarebbe stato bisogno di un piano generale che mettesse a disposizione risorse vere; che stabilisse procedure precise e vincolanti, che prevedesse soggetti, enti ed istituzioni (a cominciare dalla mitica Cabina di regia) preposti a realizzare progetti, che assegnasse deleghe e competenze.

In pratica questo Masterplan non rappresenta “la svolta” che ci si attendeva e che avremmo dovuto trovare nella legge di stabilità per il 2016.

Conclusioni

Al punto in cui siamo non si può più rimanere nel vago. Bisogna avere il coraggio di impostare programmi di sviluppo tenendo presenti le peculiarità del territorio, che si prestano al potenziamento ed alla diffusione di un terziario avanzato, all'articolazione di una vera e propria trama di artigiani, al varo di piani di sviluppo turistici impostati non solo sulle bellezze naturali, ma anche sul grande patrimonio archeologico e archivistico.

Ed allora si inizi ad introdurre subito criteri rigorosi di gestione negli enti pubblici; si restituiscano la sanità e tutti gli organismi attualmente preda dei partiti a tecnici ed a professionisti preparati; si eliminino e sottraggano le varie società municipalizzate alle clientele politiche; si rendano efficienti e produttivi gli istituti preposti alla formazione delle risorse umane; si attivi la collaborazione con le associazioni di categoria delle imprese.

Bisognerà però partire prima di tutto dalla moralizzazione della vita amministrativa locale, che dovrà essere sottratta alle attuali infiltrazioni malavitose e liberata dalle lottizzazioni partitiche e clientelari.

In breve la bonifica del territorio dovrà accompagnarsi alla bonifica morale.

Riccardo Pedrizzi

 

Europa, la fine di un sogno?

“l'Europa si sta dileguando, l'Europa sta precipitando” ha detto pochi giorni fa Massimo Cacciari intervistato da Linea Notte del Tg3. Non c'è più Europa non solo e non tanto perché ritornano e rinascono i muri ed il filo spinato tra gli stati dell'Unione, che pare non conoscere più cosa sia la solidarietà (non dico la fratellanza) e l'ospitalità, ma anche e sopratutto perché non sa dire una parola univoca ed unitaria e non sa affrontare la vera ed unica causa che ha generato e sta generando l'esodo biblico di popoli che fuggono dalla guerra, dalla dittatura e dalle stragi indiscriminate di donne, vecchi e bambini.

Lo ha ammesso persino Jean Claude Juncker, il presidente della Commissione Europea, dinanzi al parlamento di Strasburgo, in un discorso - il primo sullo stato dell'Unione - amaro e duro nello stesso tempo che, purtroppo, ha avuto poca eco nell'opinione pubblica se non, addirittura, è passato sotto silenzio, forse proprio perché ha evidenziato la gravità della situazione che sta attraversando “un'Europa malandata” ed ha paventato i pericoli di una sua implosione: “Siamo chiari e onesti con i nostri spesso preoccupati cittadini: fino a quando c'è una guerra in Siria e terrore in libia il fenomeno dei rifugiati semplicemente non sparirà affatto”. In pratica Juncker ha detto che è la causa del fenomeno migratorio che va affrontato, e che però vede i 28 Stati dell’unione divisi sull’analisi, sulle diagnosi e sulla terapia. In pratica su tutto: sull’immigrazione, sulla crisi economica, “sulla vertenza greca”, sulla disoccupazione, ecc. ecc. “L’Unione manca di Europa. La nostra Europa manca di unione. Tutto questo deve cambiare” ha riconosciuto il Presidente della Commissione anche perché “il fatto che migliaia di persone vogliono trasferirsi in Europa per fuggire alla guerra e alla dittatura non è un fenomeno da aver paura, ma di cui andare orgogliosi”.

Questo appello alla responsabilità ed all'orgoglio di essere europei, però, cade in una congiuntura particolarmente difficile per il nostro continente, che si trova in una situazione di particolare debolezza: economica (la crisi), sociale (la disoccupazione), politica (l'eclissi della legittimità democratica), sopratutto culturale, morale e spirituale. (sembrano eclissati valori, identità e radici).

Fino alla fine del secolo scorso l'Europa era un sogno, una speranza: il crollo del comunismo e la liberazione dei paesi dell'est (finalmente, come disse San Giovanni Paolo II “L'Europa respirava a due polmoni”), l'unificazione della Germania, l'abolizione delle frontiere.

La mia generazione ancor prima, negli anni 60 e 70, aveva sognato un impero di 500 milioni di uomini dall'Atlantico agli Urali.

Poi pian piano il processo si è arrestato e sono venuti i problemi. E' rimasta separata l'unione economica e monetaria da quella politica, che non è mai arrivata; si è allargata sempre più la distanza tra i popoli e la burocrazia di Bruxelles miope e senz'anima; la tecnocrazia e il mercato hanno preso il sopravvento sulla legittimità democratica e sulla sovranità popolare.

Questo è stato possibile, da un canto, perché i Trattati che hanno costituto l'Unione Europea risultano ormai superati (il primo è proprio quello di Maastricht che cancella il livello economico ed esalta solo quello monetario); dall'altro, perché i singoli Stati non sono riusciti a fare sintesi delle rispettive storie, tradizioni, radici, sensibilità, livelli e ritmi di sviluppo, che restano distanti e diversi.

Persino i sistemi elettorali sono diversi da paese a paese. Alcuni prevedono collegi molto grandi, altri piccoli, altri non li hanno nemmeno. Alcuni paesi prevedono lunghe liste bloccate, altre liste corte, altri ancora hanno le preferenze o singole o multiple. C'è chi ha la soglia di sbarramento all'1,8 % come Cipro, chi al 3%, la Grecia, altri al 4%, come Italia e Svezia, altri ancora al 5% come la Francia. Alcuni addirittura non ce l'hanno per niente come la Danimarca, la Spagna e la Germania. In Austria possono votare i sedicenni, in Polonia ci si può candidare dopo aver compiuto 21 anni, in Romania 23, in Italia 25. L'Italia ha 5 mega collegi elettorali il rapporto tra eletto ed elettore è praticamente impossibile.

Come si vede anche il sistema con cui viene eletto il parlamento europeo contribuisce ad un Europa poco conosciuta e distante dai cittadini, dominata da una burocrazia che li deresponsabilizza.

La conseguenza di tutto ciò è che, per la prima causa (trattati superati) l'aria comunitaria si presenta come un board, un consiglio di amministrazione burocratico o guidato come una società commerciale da qualche Stato (la Germania ed i suoi alleati nordici) o, peggio ancora, da lobby finanziarie più o meno occulte.

La Unione Europea insomma - ha scritto Paolo Savona - “è un non Stato creato da non Stati che hanno solo il compito di ratificare le scelte di chi conta veramente.”

Per la seconda causa (la mancata sintesi) i valori comunitari e l'identità europea si presentano sempre più deboli, offuscati, culturalmente disarmati, proprio quando, invece, occorrerebbe presentarsi al mondo ed alla comunità internazionale e diventare un'ancora di salvataggio, un faro di civiltà, una stella polare con una forza in grado di orientare, incorporare ed integrare masse di profughi che continuano ad arrivare.

La crisi politica e culturale dell'Europa, dunque, precede la crisi economica ed anche le attuali difficoltà.

Eppure in termini geopolitici l'Unione Europea è l'unico soggetto mondiale che negli ultimi 25 anni si sia trasformata da una zona di libero scambio di piccole nazioni chiuse tra due blocchi ad una potenza formata da 28 paesi e popolata da 500 milioni di persone con un'unica moneta e un'unica frontiera.

Gli Stati Uniti impiegarono più di un secolo per introdurre il dollaro come moneta unica e per diventare una nazione ci volle una guerra civile. L'Unione Europea è stato il primo tentativo nella storia di creare un assetto istituzionale sovranazionale senza guerre e solo sulla libera adesione dei popoli.

La domanda da porsi è allora: un'altra Europa è possibile? Questa stessa domanda se la pongono sia gli euroscettici, sia gli europeisti e sopratutto i milioni di cittadini europei che molto spesso scendono in piazza per protestare, per stimolare ed anche per proporre una nuova idea di Europa. Tutti sono consapevoli che ormai ci si trovi di fronte ad un bivio, che in mezzo al guado non ci si può fermare, che bisogna fare qualcosa. E subito.

Noi abbiamo ormai un mondo nuovo dinanzi a noi che sta spazzando via Istituzioni, opinioni consolidate, usi ed abitudini, trattati ed accordi. Schengen innanzitutto, perché i confini europei non reggono più nemmeno con i muri ed il filo spinato che vengono continuamente spazzati via da masse di disperati. E niente e nessuno Stato da solo potrà fermare questa marea, nemmeno la grande e forte Germania.

Solo uniti potremmo riuscire a farcela. Solo se l'Europa si assumerà di fronte al mondo intero le proprie responsabilità. Anche quelle militari contro il fondamentalismo islamico.

Proprio per questo dobbiamo essere consapevoli che non basteranno soluzioni tecniche ed “aggiustamenti” come ad esempio le elezioni diretta del Presidente della Commissione, né basterà alleggerire lo “stupido” patto di stabilità e nemmeno “inventarsi” qualche stimolo in più all'economia reale.

Bisognerà ripensare, prima, ad un modello istituzionale di governance democratica che ridia voce ai popoli europei e, poi, 'sopratutto' bisognerà ridare un'anima al nostro continente, che non può non essere quella cristiana.

Invece si assiste ad un assordante silenzio proprio nei confronti del cristianesimo.

Giovanni Paolo II al riguardo si espresse con grande amarezza per l'ingiustificata marginalizzazione di una cultura e di una fede, che hanno fatto di noi quelli che siamo.

In Europa, in realtà è pressoché impossibile separare cultura, politica, arte, economia in una parola la vita personale di ciascuno di noi e le radici e le tradizioni cristiane. Indipendentemente dal proprio credo ideale etico e politico è veramente difficile dimenticale che i valori fondanti dell'occidente sono un'eredità del cristianesimo.

Il sogno egualitario di una repubblica universale in cui diluire le identità ideali e naturali dell'uomo e dei popoli, unitamente all'oscuramento della nostra tradizione, hanno già fatto registrare fallimenti disastrosi negli ultimi due secoli.

Per questo, non si può prescindere dall'apporto che la fede e la cultura cristiana hanno fornito e possono ancora fornire alla crescita umana e civile della società europea... e quindi del mondo.

Riccardo Pedrizzi

 

I Cattolici e la politica

E' ripreso in questi ultimi tempi il dibattito sul ruolo dei cattolici in politica, recentemente richiamato e sollecitato anche dal Santo Padre, Francesco. Oggi più che mai viviamo una contingenza storica nella quale sono in gioco atti, decisioni e atteggiamenti che vanno ad incidere sulla vita di ciascuno di noi, dei nostri figli e della intera società. Si ripropone cioè la vecchia questione dell'impegno del cristiano in politica e del ruolo pubblico del cristianesimo.

In poche parole, il problema del rapporto tra fede e politica.

Questione, peraltro, che già si era posta in maniera drammatica durante il predominio democristiano nel corso del quale politici che si definivano cristiani si resero conniventi nel varo delle leggi sul divorzio e sull'aborto. In particolare sul tema dell'aborto allora i democristiani scelsero di non fare la battaglia antiabortista con tutti i mezzi a disposizione, ma di limitarla alla sede parlamentare, rispettando i tempi delle procedure e garantendo il voto finale prima della data fissata per il referendum, che temevano sommamente. Dal suo canto il governo, formato da tutti ministri democristiani, proclamò la sua neutralità, dichiarando estranea alla politica una scelta che in fondo avrebbe riguardato la vita e la morte di centinaia di migliaia di esseri umani.

Tutto quel che è successo dopo ha dimostrato se fossero o meno giuste e coerenti con una fede matura e vissuta quelle posizioni e quelle scelte: da allora la Dc non esiste più e la presenza politica dei cattolici nella società italiana si è drasticamente ridimensionata.

Per questo oggi è necessario per i cattolici rivendicare un proprio ruolo ed una propria visibilità nell'attuale momento storico, facendo una volta per tutte chiarezza su alcuni punti.

Dinanzi, infatti, alla pretesa laicista di relegare sbrigativamente nel «religioso» il cristiano e di fronte al pericolo di un pluralismo indifferente che serpeggia anche nello schieramento di centrodestra, occorre ridare al più presto sostanza e contenuti ad un progetto politico che, partendo dalla fede, proponga una sua concezione dell'uomo, della storia e della società. Ciò significa innanzitutto che non ogni scelta politica è coerente e lecita per un credente. E poiché la politica tocca e coinvolge l'uomo come principio e come esito, il cristiano che si propone di fare politica, che fa politica, deve necessariamente disporre di una filosofia dell'uomo. Che non può, né soggettivamente né oggettivamente, distaccarsi dall'insegnamento del Vangelo. Evitando lo scoglio del fideismo, da una parte, e la pratica della neutralità della ragione, dall'altra, il cristiano deve sapere che la fede è capace di suscitare e rafforzare il frutto della ragione, che è la filosofia e la politica.

Da ciò discende che un impegno sociale efficace e fecondo non sarà possibile senza la ricerca e l'affermazione della verità sull'uomo e dell'uomo. Ma se questa verità non venisse ricercata ed affermata totalmente, se un'antropologia, cioè la dottrina sull'uomo, non esprimesse tutti i valori e non investisse tutti gli ambiti e gli aspetti della vita dell'uomo, si avrebbe come esito inevitabile «la mortificazione dell'uomo stesso, e non sarebbe possibile attuare una società a misura d'uomo e secondo il piano di Dio». E necessario perciò che il cristiano superi quel complesso di inferiorità creatogli dall'Illuminismo in base al quale la fede sarebbe conflittuale e concorrenziale con la ragione. Tra fede e ragione vi è differenza, ma non alternatività, ed è proprio alla luce della prima che il cristiano conosce l'uomo nella sua pienezza e costruisce un'antropologia non neutra o dimezzata o ad una dimensione. A questa visione dell'uomo il cristiano deve conformare la sua azione politica. Senza rassegnazione e senza compromessi che possano significare cedimenti o mimetizzazioni sulla propria verità dell'uomo.

«Esiste, deve esistere, una unità fondamentale che viene prima di ogni pluralismo e che consiste nella fedeltà alla verità intera sull'uomo», scrisse anni fa Inos Biffi, «nei confronti di questa, nessun pluralismo è legittimo, e non possono essere legittime scelte e determinazioni che equivarrebbero ad una rinuncia alla propria specificità cristiana». L’ambito di opinabilità o di libera opzione dei credenti incomincia dopo questa identità e comunione: nel campo che potremmo dire «partitico», ma inteso il «partito» come diversa coniugazione di una identica antropologia costitutiva della Città terrena. L’unità dei cristiani su questa verità non ammette dissociazioni   come quelle dei politici che si dicono cattolici solo nel privato - né separazioni tra teoria e prassi, perché la fede sa, e deve, determinare ed informare l'attività politica.

Se ciò non avvenisse   come capitò per i politici democristiani che furono conniventi nel varo delle leggi sul divorzio e sull'aborto   il cristiano si renderebbe clandestino, si mostrerebbe indifferente, si mimetizzerebbe e tornerebbe nelle catacombe, diventando complice dell'aggressione all'avvenimento cristiano. Con il gradimento e l’applauso dei laicisti di tutte le risme, che da sempre hanno tentato di sciogliere i legami della fede con la storia, lasciando questa aperta a tutte le eventualità e a tutti gli esiti. Anche i più tragici.

Purtroppo, però, dobbiamo sempre più spesso registrare che anche qualche esponente della gerarchia ecclesiastica pensa che i cattolici “parlano troppo” e vorrebbe che non reagissero, lasciassero che le idee del relativismo più spinto, del radicalismo più pericoloso e del materialismo più aggressivo si diffondessero senza qualcuno che controbatta, che resista.

Si chiede, cioè, di non confondere fede e vita pubblica, in quanto l'appartenenza religiosa non dovrebbe dare luogo a un'automatica reazione sociale e politica, ma meriterebbe “più riflessione e discernimento”. Non prese di posizioni forti, quindi, del tipo family days e mobilitazione delle parrocchie e dei movimenti.

Qualche autorevole esponente della chiesa cattolica per giunta ha la pretesa di mettere a tacere i cattolici “per il loro bene”, in questo contraddicendo non questa o quella scuola di pensiero, più o meno ortodossa che pur alligna nella Chiesa, ma addirittura il Santo Padre. Il quale, anche recentemente, ha invitato i cattolici a dare testimonianza della loro fede, a praticarla, a tradurla nelle scelte e nelle posizioni da prendere nella vita ...«Non si può più affermare che la religione deve limitarsi all'ambito privato e che esiste solo per preparare le anime per il cielo. - ha scritto S. S. Francesco - Sappiamo che Dio desidera la felicità dei figli anche su questa terra, benché siano chiamati alla pienezza eterna, perché Egli ha creato tutte le cose perché possiamo goderne, perché tutti possano goderne»... «Nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini... Una fede autentica - che non è mai comoda e individualista - implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra. ...Sebbene il giusto ordine della società e dello Stato sia il compito principale della politica», la Chiesa «non può né deve rimanere ai margini della lotta per la giustizia». (da “Evangelii gaudium”, S. S. Papa Francesco, Roma 24/11/2013).

Avviene, cioè, con sempre maggiore frequenza che persino qualche “principe della Chiesa” - come si chiamavano una volta - vorrebbe separare la vita, e quindi la cultura, la scienza e anche la politica dalla fede. Vorrebbe frantumare cioè quella unità a cui il vero cristiano deve tendere.

L'idea infatti che i cattolici debbano astrarsi dall'azione politica non sta né in cielo ne in terra. La Chiesa sa bene che il passaggio tra il piano dottrinale e quello pratico presuppone mediazioni che sono di natura politica, sociale, economica e culturale. Ed i laici che non intendono rinunciare al loro essere cattolici in ogni ambito della vita hanno dunque il compito di calare nella realtà il messaggio evangelico.

Qualche Vescovo non ha simpatia per queste idee? Ce ne faremo una ragione. Deve però sapere che la posizione dei cattolici veri è questa: si può contestarla, ci mancherebbe altro, solo che si dovrebbe evitare di porsi nella posizione davvero ridicola di persone che spesso dicono di parlare “per il bene della Chiesa”.

La verità è che questa prudenza un po' pavida e un po' ignava si fa usbergo della laicità e della moderazione per non prendere posizione e quindi per “accomodarsi” secondo opportunità e convenienze. Irritano qualcuno all'interno del mondo cattolico le contrapposizioni fra chi difende la vita e la famiglia e chi pretende che i diritti, meglio i desideri del singolo, non abbiano limiti (la teoria del gender, ad esempio) tra chi sostiene il primato dell'etica e chi quello della scienza e della tecnica.

Di fronte a questi esempi preferiamo persino chi, almeno, ha il coraggio e la coerenza di schierarsi sul fronte avversario laicista, radicale e libertario. Sono degli avversari politici e dei nemici culturali, però, loro, che sono nell'errore e per noi anche nel peccato, almeno non sono degli ignavi.

Riccardo Pedrizzi

 

Parole, parole, parole...

Circa un anno fa Renzi esordì come capo del Governo, facendo la promessa di voler mettere in sicurezza tutte le scuole disastrate del nostro Paese. Poi dal 15 settembre al 15 novembre dello scorso anno aprì una consultazione per stabilire come riformare la scuola italiana. A gennaio di quest'anno annunciò trionfalmente un decreto legge su , “La buona scuola”, che avrebbe celebrato adeguatamente un anno esatto del suo Governo.

Ora pare che sia saltato tutto, in quanto il premier, lasciando esterrefatta la Ministro della Pubblica Istruzione, Stefania Giannini, si è convinto che: “ci sono troppe materie dentro questo decreto” e che “quelle urgenti si mescolano con le meno urgenti. Meglio che si esprima il Parlamento – ha detto il Capo del Governo – dobbiamo mettere le Camere nelle condizioni di lavorare al più presto”.

Fatto sta, che il testo, né quello del Decreto Legge e nemmeno quello del Disegno di Legge, è stato per una decina di giorni un documento “desaparecido” tra Consiglio dei Ministri (il varo è del 12 marzo u. s.), Ragioneria dello Stato e Quirinale, tanto che le Commissioni Parlamentari competenti al 23 marzo stavano ancora ad aspettare...

Come dovranno ancora aspettare per lungo tempo di veder riconosciuto il proprio diritto alla libertà di educazione le famiglie che mandano i propri figli alle scuole paritarie.

Eppure la ministra del MIUR, che evidentemente conta veramente come l'asso di picche, continua a dichiarare che “la detrazione [ fiscale ] ci sarà” perché abbiamo fatto “un cambio culturale molto importante”.

Staremo a vedere perché, per ora, contrariamente allo spot pubblicitario del Presidente del Consiglio che tra l'altro prometteva sgravi per tutte le paritarie fino a euro 4.000, si sa che questa detrazione riguarderà solo le famiglie i cui figli frequentano una scuola paritaria dell'infanzia o del primo ciclo, restando escluse infatti dagli sgravi fiscali le scuole superiori. «Se venisse confermata la cifra di 400 euro annui per alunno come tetto massimo – ha dichiarato il presidente dell'Associazione dei Genitori delle Scuole Cattoliche, Roberto Gontero - dovremmo dire che la montagna non ha partorito neppure il classico topolino, ma addirittura una formica»... «Parlare di un tetto di 400 euro a un genitore che affronta una spesa decisamente superiore ha il sapore della beffa - ha proseguito Gontero - . Ma anche per le rette più contenute rimane un limite basso». «Incredibile – commenta il presidente dell’Agesc – che non si riconosca alcun aiuto alle famiglie che sono chiamate a sostenere la spesa più gravosa. Una discriminazione per queste famiglie e per queste scuole».

Eppure su questo tema che interessa quasi un milione di studenti (il 12% mentre negli anni 50 erano il 27%) contro i nove milioni delle scuole statali; che riguarda diverse migliaia di istituti (solo quelli associati alla Fidae, la Federazione delle scuole cattoliche, sono 13 mila) con 100 mila dipendenti tra insegnati e personale di servizio e che consentono allo Stato di risparmiare almeno 6,3 miliardi di euro all'anno, si erano pronunciati ben 44 parlamentari della maggioranza, tra i quali alcuni del Nuovo Centrodestra e gran parte di area PD, i quali in previsione dell'uscita del decreto sulla “Buona Scuola”, avevano firmato una lettera aperta al Presidente del Consiglio Renzi per chiedere che si superi “lo storico gap della scuola in tema di pluralismo e libertà di educazione” e che, dopo quindici anni dall'approvazione della Legge “Berlinguer”, finalmente si prendano provvedimenti per “favorire la parità scolastica con un sistema fondato sulla detrazione fiscale, accompagnato dal buono scuola per gli incapienti, sulla base del costo standard”, per realizzare “un primo significativo passo verso una soluzione di tipo europeo”.

Ma, evidentemente, non è bastato questo “pressing”, perché Matteo Renzi “azzardasse” un provvedimento di urgenza e perché affrontasse seriamente l'annoso problema della libertà di educazione nel nostro Paese.

E così praticamente tutto è rimasto sostanzialmente fermo alla legge n° 62 del 2000 voluta quindici anni fa dall'allora Ministro dell'Istruzione, il pidiessino Luigi Berlinguer che, benché priva di copertura finanziaria, equiparò scuola statale e “scuola paritaria” in un unico sistema formativo pubblico, superando almeno sul piano dei principi la concezione statalistica postunitaria. Mentre tutti gli stati dell'Europa, Francia compresa, da decenni ormai hanno posto sullo stesso piano giuridico ed economico sia la scuola dipendente direttamente dallo stato sia la scuola libera o autonoma che dir si voglia.

Da ciò deriva che non si tratta - come vorrebbe ancora far apparire qualcuno in mala fede – di una questione che riguarda esclusivamente i cattolici (anche se in effetti la tradizione pedagogica degli istituti religiosi è quella che più resiste nel nostro Paese e se le scuole gestite da enti ecclesiastici e religiosi rappresentano oltre il 70% di tutto il settore della scuola non statale) ma che interessa tutti i cittadini indistintamente, perché su questo tema si giocano le sorti dell'ultimo dei diritti naturali che la civiltà moderna ci ha lasciato: quello dell'educazione dei figli.

Del resto la nostra Carta Costituzionale ha già individuato e delimitato il campo entro il quale può essere concessa la parità alle scuole non statali e stabilito per quali alunni debba essere assicurato un trattamento “equipollente” a quello degli alunni delle scuole statali.

L'art. 33, infatti, chiaramente identifica tra tutte le scuole private di cui al III comma, quelle “che chiedono la parità”, prescrivendo subito dopo che la legge “deve assicurare ad esse piena libertà ed ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali”.

In effetti tutta la concezione che permea la nostra carta fondamentale è quella di una scuola come servizio pubblico, svolto nell'interesse della comunità nazionale, indipendentemente da chi ne usufruisce e da chi lo svolga (Stato o enti privati purché nell'ambito di quelle norme generali dettate dal II comma dell'art. 33).

Proprio per questo, voler continuare ad insistere su quel “senza oneri per lo Stato” di cui al III comma dell'art. 33 da parte di coloro che restano arroccati su posizioni monopolistiche significa voler disattendere e contraddire lo spirito della nostra Costituzione.

Eppure bisognerà aspettare la legge sulla parità (L. 62/00) che, con il decentramento e con l'autonomia, sancisce il principio di “sussidiarietà orizzontale”, con l'ingresso nel servizio pubblico di scuole istituite sia da enti locali che da soggetti privati.

Gli obiettivi della legislazione sull'autonomia però sono rimasti in gran parte inattuati.

L'invito all'integrazione e alla collaborazione contenuto nella Legge Berlinguer è stato colto sopratutto sul piano di principio; nei fatti, però, la distinzione è rimasta netta. Per questo motivo la presenza delle scuole non statali è andata progressivamente diminuendo nel corso degli anni, con un notevole ridimensionamento nella secondaria di primo e secondo grado, che oggi accoglie solo il 4 – 6% del totale degli iscritti: cioè una quota irrilevante del sistema, che ormai è quasi del tutto statalizzato. Infatti le scuole paritarie nel 2013 accoglievano il 38% di alunni nella scuola dell'infanzia il 7% nella scuola primaria, il 4% nella secondaria di primo grado, il 6% nella scuola secondaria di secondo grado e, per quanto riguarda il sostegno alle famiglie, lo Stato sostiene per le scuole paritarie un costo di 310 euro, 764, 93 e 47 rispettivamente per le scuole dell'infanzia, delle primarie, delle secondarie di primo grado e delle secondario di secondo grado a fronte di un costo per le scuole statali di 6.300 euro, 6.500, 7.100 e 7.000.

Come si vede il quadro complessivo rimane fortemente sbilanciato verso la scuola dell'infanzia, che da sola rappresenta quasi due terzi del totale. Proprio per questo, se Renzi avesse voluto veramente affrontare e risolvere il problema, avrebbe dovuto agevolare in particolare proprio le famiglie che mandano i loro figli nelle scuole secondarie superiori. Mentre proprio queste sono state ancora una volta discriminate e penalizzate.

Eppure in tutta Europa le situazioni sono totalmente ribaltate:

Il sistema inglese è fra quelli in cui le scuole dispongono di maggiore autonomia operativa. L'idea di base non è cambiata: la scuola è in primo luogo di chi la frequenta (studenti e famiglie). Ai poteri centrali spetta di fornirle gli strumenti per funzionare, di fissare obiettivi alti (ma generali), di mettere a punto strumenti di controlli e verifica. Ma le scuole hanno larghissimi margini di scelta negli orari, nelle materie, nei metodi di valutazione; e, sopratutto, nella selezione ed assunzione dei propri docenti.

In Francia, dove la scuola non statale copre il 18% di tutta la popolazione scolastica, dopo quasi un secolo di “guerre scolaire”, le leggi Debrè del 31/1/1959 e dell'1/6/1971 e quella Guemeur del 25/11/1975 hanno creato un sistema misto che prevede quattro categorie di scuole: quelle integrate, in pratica statizzate, quelle che godono di libertà assoluta e non ricevono alcun sussidio; quelle a contratto semplice, nelle quali gli insegnanti sono forniti del cosiddetto “gradimento” dello stato, per cui da esso ricevono la retribuzione ed a suo carico sono gli oneri sociali; quelle, infine, “associate” che usufruiscono di finanziamenti per il loro funzionamento.

In Belgio la scuola non statale rappresenta ben il 60% dell'intero sistema educativo e fin dal 1959 riceve dallo stato i fondi necessari per le rette, per il personale, per la gestione e la costruzione degli stessi edifici scolastici. Quindi qui lo stato sopporta sia le spese di gestione che d'investimento.

Nella Germania Federale, così come avviene in Gran Bretagna, la maggior parte delle scuole fanno capo alle amministrazioni dei singoli Laenders, che assicurano nell'ambito della scuola pubblica che il diritto naturale all'educazione dei figli possa essere concretamente ed agevolmente esercitato. Le rimanenti scuole private usufruiscono di contributi statali anche se parziali, per la manutenzione degli immobili, per il pagamento del personale all'85% e per le pensioni al 90%.

In Olanda, dove la scuola statale assicura il servizio a solo il 30% degli studenti, frequentando tutti gli altri le scuole non statali, lo stato stanzia le stesse provvidenze per i due tipi di scuola. Sono stati adottati così principi di completa uguaglianza, ritenendosi che tutte le scuole svolgano un servizio sociale, purché, naturalmente, non abbiano scopi di lucro.

Nella Spagna la scuola non statale raccoglie il 38% dell'intera popolazione studentesca ed è costituita per la maggior parte da scuole cattoliche; lo stato, pur esercitando una certa vigilanza ed avendo inserito propri rappresentanti nei consigli di amministrazione delle singole scuole, assicura finanziamenti pubblici di una certa consistenza.

E l'elenco potrebbe continuare con l'Irlanda, la Svezia e la Danimarca, paesi nei quali non vige alcuna penalizzazione per le scuole private che, viceversa, sono messe sullo stesso piano di quelle statali.

In Italia, invece, siamo ancora fermi per quanto riguarda la parità di trattamento economico alle dichiarazioni di principio alle proposte di legge (nel dopoguerra ne sono state presentate decine - anche da parte di chi scrive - e nessuna è stata mai nemmeno discussa in assemblea) ed ora alle promesse non mantenute di Matteo Renzi.

Resta perciò l'obiettivo comune di restituire ai cittadini quella ampia autonomia decisionale che è stata loro progressivamente confiscata dall'invadenza di uno stato assistenziale e clientelare: uno stato tanto più invadente quanto più burocratico, tanto più costoso quanto più inefficiente. Perché come ha scritto sul “Corriere della Sera” qualche giorno fa Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà: “È davvero arrivato il momento di dare una svolta. Non con grandi rivoluzioni...... per chi frequenta le paritarie, estendendo metodi di finanziamento già condivisi tra le diverse forze politiche, quali i voucher, i buoni scuola o altri contributi alle famiglie (attivi in diverse regioni tra cui Toscana, Emilia-Romagna, Lombardia) e prevedendo la detraibilità fiscale delle rette pagate dalle famiglie”.

Riccardo Pedrizzi

 

Stress test, l'Europa ci discrimina

La Bce e le singole autorità di vigilanza nazionali hanno sottoposto i bilanci di 131 istituti di credito ai cosiddetti “stress test”.
Sono state verifiche di due tipi: la cosiddetta “asset quality review”, cioè la valutazione degli attivi, la qualità dei crediti e la probabilità di ottenerne la restituzione, e gli “stress test” veri e propri, esaminando gli scenari futuri, più o meno catastrofici, dell'economia dei singoli Paesi,  ad esempio ipotizzando una forte discesa del prodotto interno lordo del Paese esaminato.
Dico subito che gli esami non sono stati uguali per tutti. C’è più di qualche sospetto sui giudizi, che in sostanza appaiono parziali e sbilanciati a favore delle banche del Nord Europa.
Le banche italiane - ha dichiarato Antonio Patuelli, Presidente dell'Associazione Bancaria, in occasione dell'ultima giornata del risparmio - «si sono rafforzate con capitali privati anche durante la crisi, senza che un solo euro sia stato versato “a fondo perduto” dalla Repubblica italiana alle banche, senza bad bank fornite di risorse pubbliche». La Banca d'Italia ha certificato, infatti, citando i dati Eurostat, i «cospicui interventi» da parte dei governi europei: 250 miliardi in Germania, quasi 60 in Spagna (di cui oltre 40 miliardi di aiuto allo Stato dal meccanismo di stabilità Esm), circa 50 in Irlanda (anche tramite l'Efsf, il fondo europeo Efsm, l'Fmi e prestiti bilaterali), 50 nei Paesi Bassi, poco più di 40 in Grecia, 19 in Belgio e quasi 18 in Portogallo. «Confidiamo - ha continuato Patuelli - che le banche italiane, che usano il risparmio per fare prestiti, non siano penalizzate rispetto a quelle straniere che, invece, privilegiano la finanza speculativa».
Questo intervento segue quello del Vicedirettore generale di Bankitalia, Fabio Panetta, che ha rilevato che il risultato degli esami degli stress test ha messo le banche italiane, quanto a reputazione, in una situazione di difficoltà rispetto alle concorrenti europee anche se, in effetti, solo 2 sono gli istituti effettivamente non in regola, Mps e Carige. Il test - ha detto Panetta - è costruito su uno scenario «estremo, quasi apocalittico» che «disegna un paese al collasso e con zero possibilità di realizzarsi».
Lo scenario italiano prefigurato dalle autorità europee ha previsto, infatti, per il nostro Paese 5 anni di recessione, un crollo vertiginoso del Pil, il forte rialzo dei tassi a medio e lungo termine. «Per le banche italiane si ipotizzavano perdite di circa 3 miliardi e mezzo sui titoli pubblici in portafoglio, mentre nella realtà si sono registrate plusvalenze» dice Panetta. «Fosse stata una corsa di cavalli sarebbe stato come partire con l'handicap» lamenta, dal suo canto, il direttore generale della Banca d'Italia, Salvatore Rossi. Oltretutto, introducendo per la prima volta, come hanno ammesso le stesse BCE e B. I., la valutazione dei titoli di Stato detenuti in portafoglio e, conseguentemente, il loro rischio, da un canto, hanno penalizzato le banche italiane che ne detengono più di tutte le altre (Italia 427,5 miliardi, Germania 359,9, Spagna 320,2, Francia 275,9 Olanda 109,5, Belgio 87,1, Lussemburgo 57,8, Irlanda 56,8, Austria 46,4, Portogallo 37,8), dall'altro, condizioneranno le sorti del debito pubblico dello Stato italiano, perché è stato fatto entrare, per la prima volta, l'idea che esiste un rischio al quale le banche si espongono investendo in titoli di Stato e, quindi, alle banche potrebbe non convenire più l'acquisto dei titoli di Stato in grandi quantità.
Tutto questo mentre Germania e Francia e persino la Spagna passano indenni gli stress test.
La verità è che il modello di banca prefigurato e disegnato con “Basilea 3” è quello della “banca universale”, quella banca cioè che può svolgere tutte le più svariate attività creditizie, finanziarie e assicurative, purché sia in grado di rispettare requisiti di capitale ponderati per il rischio.
La “banca universale”, in effetti, può assumere i rischi più disparati, purché abbia abbastanza capitale, poiché – si dice – i rischi sono sempre e comunque misurabili. Secondo le autorità europee (Eba e Bce), la “banca universale” sarebbe sempre efficiente. L'esperienza storica, invece, ci dimostra che è proprio il contrario.
Se si vuole evitare l'instabilità, infatti è il modello di banca universale che andrebbe corretto. Innanzitutto con la separazione tra banca commerciale e banca d'investimento.
Se il modello fosse stato quello della banca commerciale, i risultati delle valutazioni della Bce e degli stress test sarebbero stati diversi. Perché più a rischio sarebbero risultati e risulterebbero gli istituti di Olanda, Francia e Germania in quanto ciascuno di loro ha in portafoglio centinaia di miliardi di titoli: derivati, futures e tutti quegli “strumenti di distruzione di massa” inventati dall'ingegneria finanziaria. Eppure queste grandi banche, tanto grandi da non poter fallire, del Nord Europa sono state tutte promosse a pieni voti.
Ad esempio Deutsche Bank investe in attività finanziarie oltre 1.000 miliardi, poco meno del Pil italiano e il suo grado di rischio è ritenuto più sostenibile di una piccola banca commerciale che fa prevalentemente credito e che viene considerata a rischio perché esposta più al credito che non al trading finanziario. Possibile che i rischi di mercato sui titoli, i derivati, le cartolarizzazioni siano considerati più bassi del credito alle PMI? Si, è possibile per le autorità europee.
Viene cioè considerata una minor rischiosità per le grandi banche d'investimento piuttosto per chi ha come “core business” l'erogazione del credito. Il credito e l'alto livello delle sofferenze – si dice – alzano il rischio e di conseguenza c'è la necessità di maggior capitale Eppure le grandi banche d'affari hanno di contro più alti rischi di mercato perché sono piene di bund, di azioni, di strutturati, di Cds, di derivati e di futures. Solo Deutsche ha titoli illiquidi (cioè senza un prezzo di mercato) a fine 2013 per 30 miliardi a fronte di capitale per 47 miliardi. Perché Eba e Bce non hanno guardato a questi rischi? E poi da chi quei 30 miliardi di titoli illiquidi sono stati valutati, non avendo un prezzo di mercato? E chi ha valutato i rischi dei miliardi di strutturati e derivati?
Il paradosso è che è la stessa banca che valuta i suoi rischi di portafoglio con un modello di valutazione interno che viene solo validato dalla banca centrale del suo paese.
In conclusione, poiché Eba e Bce hanno confermato e sposato il modello di “banca universale”, che è più vicino alle banche tedesche, francesi, e soprattutto anglosassoni, di fatto hanno penalizzato il sistema bancario italiano.
Ed allora ci si deve chiedere è questo il modello migliore per la crescita dell'Italia ed anche dell'Europa?

                                                                                                                                                           Riccardo Pedrizzi

 

Un mercato senza regole e senza etica

La Bank of America è stata multata per 16,65 miliardi di dollari, oltre metà li pagherà in contanti e il resto in riduzioni dei mutui. E' la più grande sanzione mai pagata da una società statunitense indagata dalle autorità. JP Morgan, l'altra grande banca di investimento, aveva pagato un'analoga multa di 13 miliardi alla fine dell'anno scorso, sempre per mutui subprime. Citigroup, dal suo canto, già ha accettato di pagare 7 miliardi.
Contemporaneamente per lo scandalo del “Libor” il colosso britannico Lloyds Banking Group dovrà versare alle autorità americane e britanniche una multa da 370 milioni di dollari per il suo ruolo nella manipolazione degli indicatori dei tassi di interesse globali. Barclays, Rbs e Ubs ed in pratica tutta l'alta finanza internazionale dovranno pagare alle autorità del settore un conto ormai superiore ai due miliardi.
Per questo scandalo un prezzo altissimo lo ha pagato la Barclays sia in termini economici con una multa che nel complesso sfiora il mezzo miliardo di dollari sia come struttura dirigenziale che è stata letteralmente decapitata.
Ma anche Ubs pagherà per lo scandalo a tutte le autorità di regolamentazione 1,5 miliardi.
Mentre 612 milioni è la sanzione pagata da Royal Bank of Scotland (Rbs) per le analoghe accuse di manipolazioni dei tassi interbancari.
Recentemente la Federal Deposit Insurance Corporation, l'organismo federale USA che assicura i depositi bancari e rileva gli istituti in crisi, ha presentato ricorso presso il tribunale di Manhattan contro sedici grandi banche internazionali – statunitensi, europee e giapponesi – accusandole di aver manipolato l'indice Libor e di aver causato ingenti perdite ad almeno dieci gruppi finanziari americani poi falliti.
Dopo lo scandalo scoppiato a Londra che riguardava il Libor, è stata la volta dell'Euribor, l'equivalente del Libor per la zona euro.
Barclays ha manipolato il tasso d'interesse e quattro istituti avrebbero strettamente collaborato con la banca inglese: Deutsche Bank, Crédit Agricole, Société Générale e Hsbc.
Eppure segnali di violazione di regole e di manipolazioni già c'erano stati anni prima, se si ricorda che non fu solo Tim Geithner a inviare, quando era alla guida della Federal Reserve di New York, nel giugno del 2008, una e-mail all'indirizzo di Threadneedle street, la banca centrale britannica, denunciando la sospetta truffa. A dare il via era stata la Banca dei regolamenti internazionali (BRI) con un report del marzo 2008 che esprimeva perplessità sulla validità del tasso interbancario. Infine, a giugno 2008, un sondaggio di Financial markets association svelò che l'82% dei banchieri intervistati riteneva il Libor un tasso non affidabile. Proprio per questo nel 2012 la Commissione Tesoro del Parlamento britannico sullo scandalo Libor, non solo criticò Barclays e le altre banche coinvolte nella manipolazione del tasso interbancario ma lanciò strali anche contro la Banca d'Inghilterra, definita “ingenua”, e contro la Financial Service Authority (Fsa), che aveva fallito nel suo compito primario di vigilanza.
Quindi almeno a partire dal 2007, due dei tassi chiave per la definizione quotidiana dei contratti sui mercati finanziari - il Libor e l'Euribor - sono stati sistematicamente manipolati, e di ciò sarebbero stati a conoscenza, come è dimostrato, anche esponenti di vertice sia della Banca d'Inghilterra che della Fed statunitense.
La vicenda è l’ennesima dimostrazione di come istituti di credito e società finanziarie abbiano agito impunemente in tutti questi anni.


Nel lungo elenco di banche ed istituti finanziari coinvolti nella manipolazione dei tassi Libor ed Euribor non ci sono banche di casa nostra anche perché per fortuna o per buona prassi o per maggior prudenza non avevano operato, nella maggior parte, in titoli tossici.
Purtroppo, però, le manipolazioni, gli scandali e le malversazioni non riguardano solamente i tassi d'interesse ma toccano tutti i vari settori finanziari (le assicurazioni) e persino i prezzi delle materie prime. Infatti le autorità britanniche hanno accertato che tredici delle maggiori banche hanno deliberatamente ingannato milioni di clienti, vendendo loro polizze assicurative contro il furto di identità o le frodi sulle carte di credito pur sapendo che erano inutili e superflue.
La Financial Conduct Authority, supervisore finanziario britannico, ha recentemente inviato ispettori negli uffici londinesi della banca francese Société Générale, che guida come presidente il «club» delle cinque banche coinvolte nel cosiddetto «London fixing»: Société Générale, Barclays, Deutsche Bank, Bank of Nova Scotia e Hsbc si riuniscono via «conference call» per effettuare acquisti e vendite di oro.
Si tratta di un mercato - quello dell'oro - da oltre 20mila miliardi di dollari e che viene definito con le stesse modalità da oltre un secolo; dal 2004, le predette banche avrebbero manovrato a proprio vantaggio il fixing.
Contemporaneamente si è aperto negli USA un nuovo fronte giudiziario per il mercato dell'argento. Alla corte distrettuale di New York è stata depositata l'ennesima causa per sospetta manipolazione. Sul Banco degli imputati 'come al solito'  Bank of Nova Scotia, Hsbc e Deutche Bank che dovranno rispondere di aver manipolato il fixing dell'argento.
Persino lo zinco è materia di speculazione, infatti si allarga il campo delle azioni giudiziarie intentate negli Stati Uniti contro il London Metal Exchange (Lme) e le grandi banche e società di trading.
Ma queste manipolazioni non sono le uniche, perché l'authotity inglese dei mercati sta indagando anche sui tassi di cambio delle valute, cioè su un mercato da 4,7 mila miliardi di dollari (diconsi quattromila miliardi e settecento milioni di dollari), il più vasto e meno regolato, su cui la Financial conduct authority sta cercando di fare chiarezza.
Il mercato Forex delle valute è costituito da centinaia di operatori, ma solo quattro, Deutsche Bank, Citigroup, Barclays e Ubs, da soli muovono il cinquanta per cento del business.
In Germania anche la Bafin, l'organo di controllo dei mercati finanziari tedeschi, ha reso noto di aver scoperto «chiare prove di tentativi di manipolazione» del mercato dei cambi e di aver avviato una vasta inchiesta. L'inchiesta, secondo la Bafin, è molto più grande di quella sulla manipolazione del tasso di riferimento del mercato interbancario del Libor.
Per questo in Europa il Financial stability board di Basilea ha proposto di istituire una piattaforma centralizzata e globale al fine di cercare di cancellare le pesanti ombre che oscurano le operazioni sui cambi, incrociando domanda e offerta a un’ora fissa della giornata. A gestire un meccanismo del genere dovrebbe essere un ente senza scopo di lucro del tutto separato dal mondo delle banche e degli operatori che possono avere interesse sul corso dei cambi.
Purtroppo, però, la serie degli scandali e delle truffe non si ferma ai mutui subprime, ai titoli tossici, alle manipolazioni dei tassi e dei cambi, all'“aggiustamento” dei prezzi dell'oro, dell'argento, dello zinco e di altre materie prime, ma si allarga a macchia d'olio al riciclaggio, al finanziamento al terrorismo, al sostegno ai Paesi sotto embargo, alle transizioni con i narcotrafficanti, all'abuso di posizione dominante, all'evasione fiscale e chi più ne ha più ne metta.
Bnp Paribas è stata multata per aver violato le sanzioni contro Iran e Sudan. Ci sarà una multa salatissima: tra gli 8 e i 9 miliardi di dollari (8,834 miliardi di dollari). Secondo gli investigatori americani, la filiale svizzera di Bnp Paribas avrebbe nascosto operazioni per 30 miliardi di dollari, riguardanti contratti petroliferi legati a società e aziende governative sudanesi. Dello stesso reato sono accusate, la tedesca Commerzbank e poi la connazionale Deutsche Bank ed anche i colossi finanziari Société Géneérale e Crédit Agricole e forse anche i Unicredit perché la sua controllata tedesca HypoVereinsbank, oggi chiamata UniCredit Bank Ag, è sotto inchiesta per aver violato le sanzioni fornendo servizi finanziari a un gruppo di trasporto marittimo sotto embargo perché usato da Teheran.
Ora le autorità americane puntano su Commerzbank. Potrebbe avere violato sanzioni imposte dagli Stati Uniti su certi Paesi, trasferendo denaro attraverso le sue attività americane per conto di società con sede in Iran e Sudan. Si parla di una cifra di almeno 500 miliardi di dollari. Eppure il governo del cancelliere Angela Merkel ha una quota del 17% in Commerzbank.
Anche il Credit Suisse, il gigante bancario elvetico ha registrato nel secondo trimestre 2014 una perdita di 700 milioni di franchi, per la conclusione della vertenza fiscale negli Usa, che ha comportato per la banca, accusata di aver aiutato clienti nell'evasione, sanzioni per 2,5 miliardi di franchi.
Poi c'è Standard Chartered, ha dovuto pagare 670 milioni di dollari per aver aggirato l'embrago americano in Iran. Hong Kong Shangai Bank ha dovuto versare 1,9 miliardi per mettere a tacere gli inquirenti americani che avevano accertato che erano transitati ben 7 miliardi di dollari dei narcotrafficanti.
Nonostante questi precedenti le bolle americane cominciano a gonfiarsi pericolosamente di nuovo, esattamente come sette anni dopo l'esplosione di quella sui mutui immobiliari subprime che procurò la Grande recessione mondiale. C'è quella dei prestiti a creditori spesso poco affidabili sulle automobili (905 miliardi di dollari di debito complessivo), quella dei prestiti d'onore agli studenti universitari (1.100 miliardi di dollari con tassi di mancata restituzione che viaggiano intorno all'11%), quella sui titoli biotech e quella sui social network. E di nuovo quella immobiliare. Solo un dato ci sembra significativo e preoccupante: i derivati in circolazione attualmente ammontano a 720.000 miliardi di dollari mentre prima della crisi erano 670.000!!
Alla luce di tutte queste operazioni illecite occorrerebbe perciò una regolamentazione vincolante e stringente per evitare di ricadere negli errori passati. Invece è stata rinviata di due anni, su pressione delle grandi banche, l'entrata in vigore di una nuova norma che prevede lo scorporo in una controllata separata delle attività nei derivati più rischiosi, la cosiddetta “swaps push-out rule” prevista dalla riforma finanziaria Dodd-Frank del 2010. Le banche avranno tempo fino al luglio del 2015 per rispettare la legge. Nel 2008 la Grande Crisi, nasce dalla mancanza di regole bancarie. Eppure finora la montagna ha partorito un topolino: la Volcker Rule negli Stati Uniti, il Rapporto Liikaneen nell'Unione hanno fatto piccolissimi passi.
Ma perché a distanza di quasi cinque anni dalla peggiore crisi finanziaria dopo gli anni '30, e di quattro anni dalla promulgazione negli Stati Uniti delle riforme finanziarie, si sono fatti così pochi passi avanti?
Anzi, le  banche più grandi sono diventate ancora più grandi e sempre “troppo grandi per fallire”.
La verità è che le autorità cui tocca varare ed applicare le riforme del settore finanziario in realtà non vogliono le nuove regole, perché la politica non ha forza di imporle confronti delle grandi banche. 
Eppure dovrebbe risultare chiaro che tutto quello di negativo e di drammatico che abbiamo visto non sono “patologie” e/o “deviazioni” di un sistema sano, cioè non si tratta di casi isolati o di incidenti di percorso, ma sono la manifestazione e la sintomologia di un capitalismo che ormai è arrivato al capolinea, e che da sempre ne contiene i germi e le premesse nella filosofia e nella concezione dell'uomo e della vita che sono al suo fondamento.
Pertanto appare altrettanto chiaro che la repressione non basta più. Ci vuole anche la prevenzione, che si realizza disarticolando i grandi gruppi bancari e separando le banche d'affari da quelle commerciali.
Dagli scandali di Wall Street e della City non si esce se resta solo una questione di polizia e ci si ferma al piano tecnico.
Scandali di questa portata con truffe così devastanti e sanzioni, condanne e multe di questa entità avrebbero dovuto avere sul piano reputazionale effetti disastrosi per le singole banche coinvolte. Invece nessuna conseguenza negativa si è registrata per qualcuna di esse, anzi i loro bilanci hanno ripreso a chiudere con utili da capogiro
Questo sta a significare innanzitutto che l'opinione pubblica non è più reattiva e sembra essersi ormai assuefatta ad ogni scandalo ed a qualsiasi reato e che i livelli di moralità e di eticità sono ormai bassissimi anche tra la gente comune.
Questo ci porta ad una considerazione conclusiva: lo sviluppo non è di per sé garantito da forze impersonali e automatiche ma necessita di persone che lo animino e lo organizzino vivendo nelle loro coscienze il richiamo del bene comune. Un fine che il mercato come entità inanimata non ha in sé.
Quello che occorre pertanto è il recupero: del rapporto fra etica ed economia, mirando evidentemente a ricucire lo strappo del legame dell'economia con le scienze morali, per un superamento della concezione dell'homo oeconomicus, fondata sulla presunta razionalità strumentale. Una razionalità a ben vedere paradossale visto che alla luce della dura lezione dei fatti è stata propria l'indifferenza etica al bene comune a generare la crisi e poi la povertà.

Riccardo Pedrizzi

 

Il demone del denaro

«Si è molto ragionevolmente osservato che la rivoluzione francese guida gli uomini più che questi non guidino la rivoluzione medesima»...«Gli scellerati stessi i quali par che regolino la rivoluzione, vi entrano solo come semplici strumenti, ed appena pretendono di dominarla, cadono  vilmente»...«Robespierre, Callot o  Barrère, non pensarono giammai stabilire il governo rivoluzionario ed il regno del terrore, vi furono portati insensibilmente dalle circostanza...»...«Finalmente, quanto più si esaminano i personaggi della rivoluzione più attivi in apparenza, tanto più trovasi in loro qualche cosa di passivo e di meccanico».
Questo scriveva il grande pensatore cattolico controrivoluzionario Joseph de Maistre sulla rivoluzione dell'“Ottantanove” che aveva distrutto e divorato coloro che avevano messo in moto il meccanismo infernale.
Così sta accadendo ai nostri giorni anche per i guru della grande finanza. Chi ha creato, cioè un sistema dove contano soltanto le performance dei profitti; dove bisogna raggiungere i risultati ad ogni costo e costi quel che costi; dove i mercati  danno giudizi inappellabili sul brevissimo tempo, giorno per giorno, se non ad “horas”ed a frazione di minuto; dove per raggiungere  gli obbiettivi assegnati non si esita fare truffe planetarie ed a distruggere i risparmi di una vita di lavoro dei piccoli risparmiatori e persino le pensioni di anziani ed invalidi; chi ha creato questo mostro, che  si chiama “mondo della finanza”, alla distanza non regge e la fa finita, suicidandosi, uccidendosi.
Negli ultimi tempi infatti l'intero settore finanziario è sotto shock.
Mesi scorsi in Svizzera un top manager si è tolto  la vita. Il cinquantenne Carsten Shloter, tedesco, chief executive officer del gruppo delle tlc Swisscom (che controlla l'italiana Fastweb) si è suicidato nella sua abitazione, nei pressi di Friburgo e ha lasciato scritto, «Non puoi stare connesso con il lavoro ventiquattro ore su ventiquattro, non puoi cancellare la famiglia, non puoi  scordare i figli, non puoi dimenticarti della vita». Ma già precedentemente in un'intervista aveva dichiarato che gli era “sempre più difficile scalare di una marcia la mia esistenza”, ammettendo inoltre di temere di “finire senza accorgertene in un loop di attività compulsiva”.
Più recentemente, è stata la volta di Pierre Wauthier, direttore finanziario del colosso assicurativo «Zurich», che si è suicidato. L'uomo, 53 anni, è stato trovato morto nella sua casa nel cantone di  Zug. Lascia una moglie e due figli.
Precedentemente nel dicembre 2008 era stata la volta di Alex Widmer, amministratore delegato della Banca Julius Baer e poi di Adrian Wohler, cinquantatreenne, amministratore delegato dell'azienda dolciaria  Ricola, che si era anch'egli tolto la vita nel novembre 2011. Tutti questi manager sarebbero stati affetti dalla “Sindrome da burnout”, la patologia che colpisce a seguito di ritmi di lavoro stressanti e per sovraccarico da stress. Questa patologia colpisce anche i gradi intermedi, come è capitato con il suicidio dello stagista 21enne Moritz Erhardt, trovato morto dopo 72 ore di lavoro consecutive in Bank of America.
Qualcuno però è riuscito a fermarsi sul baratro, come è capitato per Joe Hogan, direttore generale di Abb, che a maggio ha annunciato le sue dimissioni perchè “stressato”, dichiarando di voler dedicare “più tempo alla mia famiglia e alla mia vita privata”, e rinunciando così ad uno stipendio milionario; o per Peter Voser, manager di successo in Shell, o ancora per il numero uno della Lloyd's, Antonio Horta-Osorio, che ha chiesto due mesi di aspettativa “per insonnia e sovraffaticamento da lavoro”.
La verità è che in questi ultimi decenni perseguire la ricchezza non è più nemmeno cercare il piacere, ma diviene una vera e propria “vocazione”; infatti “i signori dell'oro” godono della propria ricchezza meno dell'ultimo dei loro dipendenti e dei loro operai; più che “possedere” la ricchezza e quindi utilizzarla per esser liberi rispetto ad essa e servirsene per elevarsi spiritualmente, per ricercare e godere beni di qualità, per sviluppare sensibilità per le cose preziose, ma anche, perché no? per godersi la vita, essi ne sembrano solo i meri amministratori.
“Fiat productio, pereat homo”, diceva giustamente Sombart. E così l'«uomo economico» fa del guadagno, degli affari e del rendimento un fine senza il quale la vita è del tutto priva di significato, e non comprende che “se le cose, il denaro, la modernità diventano centro della vita ci afferrano, ci possiedono e noi perdiamo la nostra stessa identità di uomini” e “Chi corre dietro al nulla diventa lui stesso nullità” (Papa Francesco, Roma, Giornata dei catechisti 29/09/2013). Il Santo Padre, ha confermato così quello già detto nel corso dell'intervista a “Civiltà Cattolica”  che “l'avidità del denaro è la radice di tutti i mali” e, poi, ha ribadito ancora le parole pronunciate qualche giorno prima nel corso dell'omelia della Santa Messa presso la Casa Santa Marta: il denaro “ammala la nostra mente... ammala anche il pensiero”. Il Santo Padre cioè non si stanca di metterci in guardia, avvertendo ciascuno di noi che se si sceglie la via del denaro “alla fine sarai un corrotto” perché il denaro “ha questa seduzione di farti scivolare lentamente nella tua perdizione”.
E' accaduto inoltre, ai nostri giorni, che al principio tradizionale della limitazione del bisogno entro il quadro di una economia normale, cioè di una equilibrata economia di consumo, si è sostituito il principio della accettazione e dello sviluppo del bisogno stesso nella forma di una civiltà del lavoro e poi, e soprattutto, della macchina.
Si è arrivati ad un punto in cui il rapporto fra bisogno e lavoro è del tutto capovolto: non è più il bisogno che chiede il lavoro, ma è il lavoro (la produzione) che ha bisogno del bisogno. In regime di superproduzione, perché tutti i prodotti siano venduti, occorre che i bisogni dei singoli lungi dall'esser ridotti, siano mantenuti ed anzi moltiplicati, in modo che sempre più si consumi e si tenga sempre in moto il congegno che, se si inceppa, porta inevitabilmente ad una di queste conseguenze: o la guerra come mezzo violento per raggiungere una maggiore potenza economico-produttivo-lavoratrice; ovvero la disoccupazione (disarmo industriale) con la conseguenza di produrre crisi e tensioni sociali.
Fino a ieri ci si muoveva però, nonostante tutto, nell'ambito dell'economia reale. Infatti fino agli anni '90 era il capitalismo industriale a prevalere. Tra General Eletric o General Motors e Golman Sachs erano le prime che contavano.
La finanza era al servizio dell'economia reale, cui tuttalpiù  ne era alleata. Oggi le logiche e gli interessi dell'una e dell'altra sono invece in conflitto. La finanza compete con l'economia  reale e le sottrae risorse. Fondare un'impresa, conquistare un mercato, lottare con il fisco e le banche, è un conto e richiede sacrifici, investire i propri soldi in un hedge fund o in un private equity e incassare la rendita è un altro ed è più facile. Nel 2003 raggiungeva 37 mila miliardi il  PIL (prodotto globale del pianeta) e 312 mila miliardi erano le attività finanziarie; nel 2010, 63 mila miliardi di prodotto e 851 mila miliardi di attività finanziarie, nel 2012 di questi  solo un quarto sono di attività finanziarie tradizionali (quattro dollari per ognuno di prodotto) mentre il grosso sono derivati, ovvero le attività finanziarie meno trasparenti e meno regolamentate. In particolare il PIL mondiale oggi arriva a 82/85 mila miliardi di dollari mentre i derivati OTC (Over the counter, cioè al di fuori di ogni contabilità regolamentata e trasparente) raggiungono i 633 mila miliardi di dollari.
Questa caduta inarrestabile verso la degenerazione dell'economia e della finanza è iniziata da quando si è affermata la concezione secondo la quale ciò che conta è solo la materia. Se l'uomo è solo una macchina (antropologica illuminista), se non esiste se non la materia (materialismo), se non esiste lo spirito nell'uomo, nella storia allora contano solo i beni economici. E se i beni economici sono i veri ed unici “valori”, l'economia da mezzo si trasforma in fine. Nasce così l'economicismo secondo cui l'unica prospettiva è quella economica, l'unica ragione di vita è il risultato economico. Ed allora se ci si mette su questa china si può anche trascurare l'economia reale e privilegiare quella virtuale. Purché si guadagni.

Riccardo Pedrizzi

 

 

Un'Europa solidale e comunitaria Verso le elezioni di primavera

In vista delle prossime elezioni europee in Italia tutti i sondaggi di questi giorni stanno certificando una disaffezione dei cittadini, che dovranno andare a votare, nei confronti della Unione europea (UE).
Le proteste, i mugugni e persino le manifestazioni di piazza contro l'esproprio di sovranità, contro la delegittimazione democratica degli organismi  e dell'apparato burocratico comunitario, contro il commissariamento delle politiche nazionali, si vanno sempre più ripetendo e sempre più diffondendo a macchia d'olio.
La gente comune è indignata perché subisce scelte che non capisce, prese da centri decisionali sentiti estranei e lontani. Il più delle volte si tratta di decisioni poco trasparenti, prese da soggetti senza volto e senza un'anima, che per giunta non sono stati né scelti, né eletti dal popolo, che, peraltro, aveva creduto di correggere attraverso la moneta unica le differenze che ci sono tra Paese e Paese e tra i cittadini europei. Il risultato è stato, invece, che le differenze sono ricomparse e Paesi dove la disoccupazione è al 25% e Paesi dove è al 5% difficilmente riescono ad avere politiche comuni.
Il servilismo che è cresciuto in Italia, affidandosi sempre più all'Europa ed al FMI, ha delegittimato poi la classe dirigente del nostro Paese e la politica “tout court”, coinvolgendo anche il Parlamento europeo in questo giudizio negativo.
Un facile ottimismo europeista ci aveva indotto a credere che l'Unione Europea fosse il luogo di una nuova e fraterna collaborazione, vediamo ora che non è così. Anche in Italia, che di questo europeismo un po' superficiale è stata forse la patria, l'opinione pubblica si è resa conto che in Europa la competizione è aspra ed avviene senza esclusioni di colpi e, soprattutto, perché si è accorta che all'Italia vengono imposte regole, politiche e persino usi, costumi e “valori” estranei alla nostra cultura ed alla nostra tradizione (basti pensare al diritto di famiglia). È per questo motivo che anche in un Paese europeista come il nostro la fiducia nella UE è ultimamente precipitata.
Di fatto è la BCE (Banca Centrale Europea), varata con il Trattato di Maastricht nel 1992 e nata nel 1998, che ha assunto la guida, oltre che della politica monetaria, della politica economica e sociale dell'area dell'Euro, espropriando gli Stati nazionali della loro sovranità.
Per rendersene conto basta ricordare la lettera che Mario Draghi e Jean Louis Trichet inviarono al presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, il 5 agosto 2011, a nome del Consiglio direttivo della BCE, con la quale dettarono una precisa agenda al governo italiano.
Mai un gruppo di eurocrati, indipendenti dal potere politico, che Paolo Savona definiva in un suo opuscoletto di qualche decennio fa “gli gnomi di Bruxelles”, era intervenuto in maniera così diretta e dispotica nella vita pubblica di un Paese.
In pratica la BCE, la Banca Mondiale, le agenzie di rating ed  il FMI (Fondo Monetario Internazionale), ma anche il “mercato”, a cui si sono inchinate sia le forze del Centrodestra che della Sinistra liberaldemocratica, hanno “commissariato” l'Italia, perché ci dicono, quali riforme fare, quando farle e come far quadrare non solo i conti dello Stato, ma anche i bilanci delle nostre banche.
Se non è questa una vera e propria perdita di sovranità!!!
Solo una guerra con eserciti d'occupazione sarebbe stato peggio e ci avrebbe messo più in ginocchio. Oltretutto non abbiamo ottenuto nulla in cambio. Anzi, abbiamo finanziato con 50 miliardi gli altri Paesi della periferia europea anziché utilizzare questi soldi per pagare i crediti delle PMI, che vantano nei confronti della pubblica amministrazione, o all'abbassamento della pressione fiscale, ecc. ecc..
Questo “commissariamento” della politica italiana e, di conseguenza, della democrazia, l'abbiamo registrato ormai da diversi anni; da quando cioè l'Italia rinunciò alla sua sovranità monetaria con il suo Ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi, che il successivo 18 maggio del 1999 fu premiato con la nomina a Presidente della Repubblica italiana e da quando la carica di Primo ministro e quella di Ministro dell'Economia e delle Finanze (MEF), dopo gli ultimi “politici” Tremonti e Visco (Vincenzo, naturalmente) è stata assegnata a tecnici come Padoa Schioppa, Mario Monti, Saccomanni ed ora Padoan.
Si tratta di esponenti di quegli ambienti definiti secondo alcuni “poteri forti”, che da sempre hanno avuto come obiettivo, nelle migliori delle ipotesi, quello di sostituire la tecnocrazia alla politica e, nella peggiore, quello di cedere il potere effettivo all'industria finanziaria ed ai signori del denaro.
In effetti si tratta di quegli ambienti, che un tempo operavano dietro le quinte e venivano chiamati “forze occulte” e che, oggi non hanno nemmeno più il pudore di nascondersi, perché sono riusciti a far passare l'idea che per affrontare quello che Carl Schmitt definiva “lo stato d'eccezione”, dove lo stato di diritto è sospeso, e per superare le devastanti crisi economiche e finanziarie, è necessario affidarsi a “tecnici”.
E' sotto gli occhi di tutti, infatti, che la debolezza della politica, la cui eclissi si è venuta allargando negli ultimi vent'anni, si è diffusa in tutto l'Occidente di fronte al potere irresponsabile di questi “tecnici” e della grande finanza. Ora il fenomeno è solo più evidente di ieri e in Italia lo è più che altrove. Ma è l'intera Eurozona, ormai, a trovarsi in queste condizioni, le cui conseguenze sono:
1) la fine dell’autonomia della politica. La resa delle istituzioni italiane alla governance economica europea, la quale, evidentemente, ha piazzato e cercherà sempre di piazzare propri uomini alla guida dei paesi più esposti alla crisi dell’Eurozona (in Italia, in Grecia, in Portogallo, ecc. ecc.).
2) la resa incondizionata alle teorie neoliberiste in tutto l’Occidente (la finanza d'assalto ha deciso che può e deve governare direttamente, senza alcuna mediazione degli stati, dei governi e dei parlamenti).
Siamo dinanzi ad una vera e propria dottrina economica e politica, che estende le regole del mercato alla società e alle istituzioni, trasformando “l'economia di mercato” nella “società del mercato”; una dottrina ed una concezione del mondo della vita, che fa del profitto l'unico scopo della vita e della mercificazione di tutto e di tutti, persino del corpo, lo strumento per raggiungere l'obiettivo.
Eppure non sono stati eliminati gli Stati che sono membri dell’Unione Europea e la democrazia ha ancora una dimensione nazionale con le classe dirigenti che hanno avuto il voto dei loro connazionali, che vanno alle urne e votano.
Dietro la crisi finanziaria ed economica, si profila, quindi, una crisi epocale più grave:quella della politica e della democrazia rappresentativa così come l'abbiamo conosciuta. E le reazioni potrebbero essere, o quella di ritirarsi all’interno del proprio Stato, della propria regione, del proprio comune, o indignarsi e protestare in maniera anarchica.
Nessuna di queste alternative, però, è in grado di dare risposte ai problemi dell'uomo europeo.
Tra i due estremi: chiudersi in una cittadella isolata dal resto del mondo (gli Stati nazionali) o aprirsi ad un governo mondiale, la repubblica universale di memoria mazziniana, l'alternativa molto più vicina, realizzabile ed auspicabile, è l’unità dell’Europa.
Una patria europea è un traguardo possibile e praticabile.
Occorre perciò partire dal basso, per rilanciare il progetto di una Costituzione europea, che può rappresentare una prima, adeguata risposta all'Europa delle banche e dei burocrati.
Il ruolo dell'Italia può essere fondamentale, naturalmente vanno ridiscusse, come ha proposto Giuseppe Guarino nel suo recente libro “Cittadini Europei e crisi dell'Euro” (Editoriale Scientifica, Napoli), le condizioni in base alle quali stiamo partecipando alla UE, modificando i Trattati, perché si possa rilanciare un nuovo, grande progetto ed una nuova idea di un'Europa solidale e comunitaria.
Pertanto è di una vera e propria rivoluzione culturale che c'è bisogno in Italia ed in tutti i Paesi interessati alle prossime elezioni europee di primavera, partendo dalla consapevolezza, che “gli Stati membri della UE rimangono, è vero, nazioni distinte, ma il loro maggior peso e significato politico e culturale viene dal far parte dell'unico “SuperStato” che esiste al mondo. Di questa ignorata occasionale “fortuna”non si potranno giovare a lungo, preferendo, in una sorta di cupio dissolvi, una reciproca disgregazione, un ignorante separatismo tribale, che porterebbero alla loro totale irrilevanza storica” (Guido Rossi ne Il Sole 24 Ore).
Va ricercato, perciò, assolutamente un nuovo equilibrio tra integrazione economica, sovranità nazionale e democrazia politica (ad esempio si potrebbe  partire dall'elezione diretta della Commissione), perché deve essere chiaro a tutti che, come ha scritto Denis de Rougemont nel suo libro “Vingt-hiut siècles d'Europe”, “l'Europa è molto più antica delle sue nazioni, ma rischia di perire per colpa delle loro discordie e della loro pretesa - sempre più illusoria - di conservare la sovranità assoluta. Al contrario la loro unione salverebbe l'Europa salvando, nello stesso tempo, ciò che resta vitale nella sua feconda diversità”.

                                                                                   Riccardo Pedrizzi

 

Cristiani, crocifissi in Oriente perseguitati in Occidente

Mentre andiamo in stampa con questo numero di “Intervento nella Società” dalle “terre dei nuovi martiri” ci arrivano le notizie di altre uccisioni, altre persecuzioni, altre discriminazioni e condanne di cristiani: nella capitale della Repubblica Centroafricana, a Bongii, nella chiesa di nostra signora di Fatima, almeno trenta persone sono state uccise da ribelli mussulmani; a Khartoum un'altra donna di 37 anni, Faiza Abdulla è stata arrestata con l'accusa di apostasia, perché quando ha chiesto all'ufficio anagrafe la carta di identità, ha dichiarato di essere cristiana; in Cina nei primi cinque mesi di quest'anno 64 chiese cristiane sono state demolite con l'accusa di “violazione di regole urbanistiche”; in Pakistan, Asia Bibi, una donna cattolica madre di cinque figli sta aspettando in carcere dal 2009 il processo che la vede imputata in base alla “legge antiblasfemia”, perché avrebbe insultato il profeta Maometto, i giudici dicono che si è perso il fascicolo per poter emettere la sentenza e la lasciano marcire dietro le sbarre. Solo pochi giorni prima il Santo Padre, Francesco, ha detto: “ho pianto quando ho visto sui media i cristiani crocifissi”, riferendosi ai sette uomini giustiziati a Raqqa nel nord-est della Siria.
Quando il lettore leggerà queste righe, tra pochi giorni quindi, sicuramente saranno arrivate altre e più drammatiche notizie di questo genere dal Medio e dall'Estremo Oriente, dall'Africa e dell'America Latina.
Ma anche nell'Occidente sviluppato ed opulento non mancano discriminazioni, emarginazioni e linciaggi morali e mediatici: Siv Kristin Seallman, la più apprezzata giornalista della TV pubblica norvegese è stata costretta a togliersi il crocefisso dal collo, pena il licenziamento, perché la catenina sarebbe stata offensiva per i telespettatori islamici; il dottor Markttobert è sotto inchiesta da parte della Commissione Medica dello Stato australiano di Victoria per essersi rifiutato di assegnare ad un altro medico una coppia che voleva abortire; ancora, Hazelmary e Peter Bull sono stati costretti con minacce di morte e vandalismi a mettere in vendita il loro albergo, in Cornovaglia, per essersi rifiutati di affittare una camera ad una coppia omosessuale; il fiorista Banonelle Stutzman, nello stato di Washington, si è visto quelerare due volte dal Procuratore Generale per non aver venduto fiori a coppie omosessuali; il capo di Mozilla, l’impresa filantropica famosa soprattutto per il browser Firefox, si è dovuto dimettere dall’incarico di amministratore delegato appena 11 giorni dopo la nomina, perché si è scoperto che nel 2008 aveva fatto una donazione di mille dollari al comitato organizzatore di «Proposition 8»: schierato a favore delle famiglie normali costituite da un papà e da una mamma. Brendan Eich è un genio delle tecnologie digitali, cofondatore di Mozilla, padre del linguaggio Java e, in parte, anche di Firefox, ha cercato di correre ai ripari chiedendo scusa (come aveva fatto Barilla poco tempo prima per scusarsi di aver utilizzato per la pubblicità della sua pasta la foto di una famiglia composta da papa, mamma e figli) ma è stato tutto inutile. A quel punto Mozilla ha ceduto, spingendo Eich alle dimissioni.
É ormai accertato che oggi i cristiani sono i più perseguitati del pianeta. Dal 2000 ad oggi ne vengono uccisi almeno centomila all'anno, ogni ora ne vengono eliminati undici in qualche parte del mondo: è una nuova generazione di martiri.
Sono 1213 solo i cristiani uccisi nella scontro fra l’esercito di Assad e i ribelli integralisti. In Nigeria sono 612 i casi accertati (nel 2012 erano stati 791) di cristiani uccisi. In Pakistan sono 88 i cristiani martirizzati rispetto ai 15 del 2012. In Egitto sono 83 le vittime. Ma negli ultimi cinque anni è l’America Latina a registrare il numero più alto di «operatori pastorali» uccisi.
Secondo la World Evangelical Alliance e le Assemblee di Dio, nel 2013-14 gli operatori pastorali ammazzati sono stati oltre 150 e 500 i predicatori.
Nel febbraio scorso solo in Nigeria ne sono stati massacrati 100. Gli integralisti musulmani sono andati a prenderli a casa e li hanno sgozzati uno per uno e poi fatti a pezzi, dal 2007, più di 700 chiese sono state «attaccate», molte distrutte.
Ma i cristiani uccisi sono molto di più, perché sono anonimi, sono laici, sono sparsi in villaggi sperduti.
Per questo Papa Francesco all'Angelus del 17 novembre 2013 ha rivolto il suo pensiero “a tanti fratelli e sorelle cristiani che soffrono persecuzioni a causa della loro fede. Ce ne sono tanti. Forse molti più dei primi secoli” e molti di più che negli ultimi tre secoli, allorquando si dovette assistere a delle vere e proprie persecuzioni di massa: quella vandeana e della rivoluzione francese (ultimo decennio del XVIII secolo); quella dei Cristeros messicani (1917 - 1920); quella della repubblica comunista e  della guerra di Spagna (1931 - 1939); quella della rivoluzione sovietica e del comunismo (1917 - 1989); quella dei campi di sterminio nazisti; quella della Cambogia di Pol Pot... quella... quella... quella ancora.
Già San Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica “Tertio Millennio adveniente” aveva rilevato che “nel nostro secolo sono ritornati i martiri, spesso sconosciuti, quasi militi ignoti della grande causa di Dio... essi sono uomini e donne che hanno seguito Cristo nelle varie forme della vocazione religiosa”. E dal 2000 quando Karol Wojtila lanciava quel grido d'allarme la situazione si è andata sempre più aggravando tragicamente, sopratutto in Medio Oriente dopo le cosiddette primavere arabe.
I cristiani, infatti, avevano sempre trovato un accettabile modus vivendi con i movimenti e con i governi laici, espressione del socialismo e del nazionalismo arabo.
Solo per fornire qualche dato attuale: in Iraq la minoranza cristiana, dopo i vari massacri, continua a scappare ed è passata dai 1.500.000 cristiani del 2003 agli attuali 300.000 (agli inizi del '900 erano il 25% della popolazione ora sono l'1%). In Siria nel 1960 erano il 15%, oggi a stento raggiungono il 6%. In Egitto restano il 10% ma le difficoltà vanno sempre più aumentando. In Libano dopo la 1ª guerra mondiale i cattolici maroniti avevano contribuito allo sviluppo di quel paese oggi; sono sotto attacco. In Centrafica c'è addirittura il rischio di un genocidio: dei quatto milioni di abitanti, la metà sono cristiani e sono costantemente minacciati ed aggrediti da bande di mussulmani armati. Ai suoi confini c'è il Sudan del Sud dove si scontrano le etnie Dinka e Ruen e ci sono decine di migliaia di rifugiati nelle basi ONU.
Ma non è stato soltanto l'Islam ad aver dichiarato guerra alla Croce. La comunista Corea del nord è il luogo più pericoloso al mondo per un cristiano.
Ma anche in India la situazione non è diversa né migliore. Qui si sono registrati oltre 4.000 casi di violenza anticristiana nel 2013.
In Pakistan i 2,8 milioni di cristiani, che rappresentano solo l'1,6% degli oltre 170 milioni di abitanti, vivono nel terrore costante non solo degli estremisti islamici, ma anche delle severissime leggi anti-blasfemia varate dal governo.
In Indonesia il numero di aggressioni violente commesse ai danni delle minoranze religiose è aumentato di quasi il 40% tra il 2010 e il 2013.
In Iran, decine di cristiani sono stati arrestati e incarcerati per aver osato manifestare il proprio culto. In Arabia Saudita, malgrado il fatto che nel Paese viva oltre un milione di cristiani, le chiese sono vietate, come pure ogni manifestazione di culto cristiano. Persino in Etiopia, dove i cristiani sono la maggioranza della popolazione, l'incendio delle chiese per mano della minoranza mussulmana comincia a destare gravi preoccupazioni.
Ma vi sono altri paesi in cui i cristiani corrono pericoli: in Bangladesh dove si ripetono centinaia di assalti e di incendi di abitazioni di cristiani. Nello Sri Lanka sono i radicali buddisti ad attaccare le chiese. In Vietnam proprietà ed edifici sono il bersaglio dell'intolleranza religiosa. L'elenco potrebbe continuare all'infinito con l'Uzbekistan, l'Afganistan, lo Yemen, la Libia, ma anche le piccole Maldive ed il Qatar.
Tutto questo avviene nel silenzio dell'Occidente, dei cristiani dell'Occidente, delle chiese dell'Occidente. Salvo gli accorati appelli dei vari pontifici non si hanno notizie di grandi proteste, di azioni politiche incisive, di movimenti di opinione, di reazioni forti delle istituzioni e dei governi, dei partiti politici di qualsivoglia orientamento ideologico e culturale.
L'Occidente e l'Europa sono affetti da un malinteso complesso di colpa creato subdolamente da una stonografia anticattolica: noi saremmo responsabili delle crociate dell'Inquisizione, delle guerre di religione dei Giordano Bruno e dei Savonarola, dei processi alle streghe, del colonialismo ecc. ecc.
“Le vittime sono troppo cristiane” - scrive John Hallen, il noto vaticanista americano nel suo “Global war on Christians” la nuova guerra globale contro i cristiani - per eccitare la compassione della sinistra, troppo straniere per interessare alla destra”.

Riccardo Pedrizzi