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Stress test, l'Europa ci discrimina

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Stress test, l'Europa ci discrimina

Messaggioda interventonellasocieta » 11/12/2014, 11:10

La Bce e le singole autorità di vigilanza nazionali hanno sottoposto i bilanci di 131 istituti di credito ai cosiddetti “stress test”.
Sono state verifiche di due tipi: la cosiddetta “asset quality review”, cioè la valutazione degli attivi, la qualità dei crediti e la probabilità di ottenerne la restituzione, e gli “stress test” veri e propri, esaminando gli scenari futuri, più o meno catastrofici, dell'economia dei singoli Paesi, ad esempio ipotizzando una forte discesa del prodotto interno lordo del Paese esaminato.
Dico subito che gli esami non sono stati uguali per tutti. C’è più di qualche sospetto sui giudizi, che in sostanza appaiono parziali e sbilanciati a favore delle banche del Nord Europa.
Le banche italiane - ha dichiarato Antonio Patuelli, Presidente dell'Associazione Bancaria, in occasione dell'ultima giornata del risparmio - «si sono rafforzate con capitali privati anche durante la crisi, senza che un solo euro sia stato versato “a fondo perduto” dalla Repubblica italiana alle banche, senza bad bank fornite di risorse pubbliche». La Banca d'Italia ha certificato, infatti, citando i dati Eurostat, i «cospicui interventi» da parte dei governi europei: 250 miliardi in Germania, quasi 60 in Spagna (di cui oltre 40 miliardi di aiuto allo Stato dal meccanismo di stabilità Esm), circa 50 in Irlanda (anche tramite l'Efsf, il fondo europeo Efsm, l'Fmi e prestiti bilaterali), 50 nei Paesi Bassi, poco più di 40 in Grecia, 19 in Belgio e quasi 18 in Portogallo. «Confidiamo - ha continuato Patuelli - che le banche italiane, che usano il risparmio per fare prestiti, non siano penalizzate rispetto a quelle straniere che, invece, privilegiano la finanza speculativa».
Questo intervento segue quello del Vicedirettore generale di Bankitalia, Fabio Panetta, che ha rilevato che il risultato degli esami degli stress test ha messo le banche italiane, quanto a reputazione, in una situazione di difficoltà rispetto alle concorrenti europee anche se, in effetti, solo 2 sono gli istituti effettivamente non in regola, Mps e Carige. Il test - ha detto Panetta - è costruito su uno scenario «estremo, quasi apocalittico» che «disegna un paese al collasso e con zero possibilità di realizzarsi».
Lo scenario italiano prefigurato dalle autorità europee ha previsto, infatti, per il nostro Paese 5 anni di recessione, un crollo vertiginoso del Pil, il forte rialzo dei tassi a medio e lungo termine. «Per le banche italiane si ipotizzavano perdite di circa 3 miliardi e mezzo sui titoli pubblici in portafoglio, mentre nella realtà si sono registrate plusvalenze» dice Panetta. «Fosse stata una corsa di cavalli sarebbe stato come partire con l'handicap» lamenta, dal suo canto, il direttore generale della Banca d'Italia, Salvatore Rossi. Oltretutto, introducendo per la prima volta, come hanno ammesso le stesse BCE e B. I., la valutazione dei titoli di Stato detenuti in portafoglio e, conseguentemente, il loro rischio, da un canto, hanno penalizzato le banche italiane che ne detengono più di tutte le altre (Italia 427,5 miliardi, Germania 359,9, Spagna 320,2, Francia 275,9 Olanda 109,5, Belgio 87,1, Lussemburgo 57,8, Irlanda 56,8, Austria 46,4, Portogallo 37,8), dall'altro, condizioneranno le sorti del debito pubblico dello Stato italiano, perché è stato fatto entrare, per la prima volta, l'idea che esiste un rischio al quale le banche si espongono investendo in titoli di Stato e, quindi, alle banche potrebbe non convenire più l'acquisto dei titoli di Stato in grandi quantità.
Tutto questo mentre Germania e Francia e persino la Spagna passano indenni gli stress test.
La verità è che il modello di banca prefigurato e disegnato con “Basilea 3” è quello della “banca universale”, quella banca cioè che può svolgere tutte le più svariate attività creditizie, finanziarie e assicurative, purché sia in grado di rispettare requisiti di capitale ponderati per il rischio.
La “banca universale”, in effetti, può assumere i rischi più disparati, purché abbia abbastanza capitale, poiché – si dice – i rischi sono sempre e comunque misurabili. Secondo le autorità europee (Eba e Bce), la “banca universale” sarebbe sempre efficiente. L'esperienza storica, invece, ci dimostra che è proprio il contrario.
Se si vuole evitare l'instabilità, infatti è il modello di banca universale che andrebbe corretto. Innanzitutto con la separazione tra banca commerciale e banca d'investimento.
Se il modello fosse stato quello della banca commerciale, i risultati delle valutazioni della Bce e degli stress test sarebbero stati diversi. Perché più a rischio sarebbero risultati e risulterebbero gli istituti di Olanda, Francia e Germania in quanto ciascuno di loro ha in portafoglio centinaia di miliardi di titoli: derivati, futures e tutti quegli “strumenti di distruzione di massa” inventati dall'ingegneria finanziaria. Eppure queste grandi banche, tanto grandi da non poter fallire, del Nord Europa sono state tutte promosse a pieni voti.
Ad esempio Deutsche Bank investe in attività finanziarie oltre 1.000 miliardi, poco meno del Pil italiano e il suo grado di rischio è ritenuto più sostenibile di una piccola banca commerciale che fa prevalentemente credito e che viene considerata a rischio perché esposta più al credito che non al trading finanziario. Possibile che i rischi di mercato sui titoli, i derivati, le cartolarizzazioni siano considerati più bassi del credito alle PMI? Si, è possibile per le autorità europee.
Viene cioè considerata una minor rischiosità per le grandi banche d'investimento piuttosto per chi ha come “core business” l'erogazione del credito. Il credito e l'alto livello delle sofferenze – si dice – alzano il rischio e di conseguenza c'è la necessità di maggior capitale Eppure le grandi banche d'affari hanno di contro più alti rischi di mercato perché sono piene di bund, di azioni, di strutturati, di Cds, di derivati e di futures. Solo Deutsche ha titoli illiquidi (cioè senza un prezzo di mercato) a fine 2013 per 30 miliardi a fronte di capitale per 47 miliardi. Perché Eba e Bce non hanno guardato a questi rischi? E poi da chi quei 30 miliardi di titoli illiquidi sono stati valutati, non avendo un prezzo di mercato? E chi ha valutato i rischi dei miliardi di strutturati e derivati?
Il paradosso è che è la stessa banca che valuta i suoi rischi di portafoglio con un modello di valutazione interno che viene solo validato dalla banca centrale del suo paese.
In conclusione, poiché Eba e Bce hanno confermato e sposato il modello di “banca universale”, che è più vicino alle banche tedesche, francesi, e soprattutto anglosassoni, di fatto hanno penalizzato il sistema bancario italiano.
Ed allora ci si deve chiedere è questo il modello migliore per la crescita dell'Italia ed anche dell'Europa?

Riccardo Pedrizzi
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